Washington affonda cinque petroliere iraniane e Tehran risponde colpendo le installazioni statunitensi in Giordania e le navi nello Stretto di Hormuz. Sui cieli giordani compaiono anche segnalazioni, ancora da verificare, di munizioni a grappolo. Il Brent sfiora i cento dollari e il conflitto cominciato sei mesi fa entra nella sua fase più pericolosa: quella in cui non si colpiscono più soltanto eserciti, ma le arterie energetiche dalle quali dipende il mondo.

C’è un momento nelle guerre in cui la rappresaglia smette di essere una risposta e diventa essa stessa la causa della rappresaglia successiva. È probabilmente quel momento che Stati Uniti e Iran stanno attraversando. Washington colpisce perché Tehran ha tentato di colpire le sue navi; Tehran attacca le basi americane perché Washington ha distrutto le sue petroliere; gli Stati Uniti minacciano di distruggerne altre se l’Iran tornerà a sparare; l’Iran annuncia che prenderà di mira altre navi e altre installazioni statunitensi se il blocco delle sue esportazioni continuerà. La guerra, a quel punto, non ha più bisogno di una decisione politica per allargarsi: possiede una propria meccanica.

Martedì 8 settembre il Central Command americano ha annunciato di aver distrutto cinque petroliere utilizzate per il trasporto di greggio iraniano. Quattro sarebbero state colpite nel Golfo di Oman e una nei pressi dell’isola di Kharg, cuore storico dell’esportazione petrolifera iraniana. Secondo gli Stati Uniti, gli equipaggi sono stati avvertiti e hanno potuto abbandonare le navi prima degli attacchi. Washington presenta l’operazione come una risposta ai tentativi dei Guardiani della Rivoluzione di colpire con missili balistici un’unità della Marina americana per due volte nei due giorni precedenti. Soltanto tre giorni prima, il 5 settembre, altre tre petroliere iraniane erano già state colpite dagli Stati Uniti. In quattro giorni, dunque, sono almeno otto i vettori petroliferi iraniani raggiunti dalle operazioni americane.

Marco Rubio ha condensato la nuova dottrina americana in una frase che non lascia molto spazio alla diplomazia: ogni volta che l’Iran proverà a colpire una nave americana, «perderà delle petroliere». Non è soltanto una minaccia militare. È l’esplicitazione di una strategia economica: colpire la capacità iraniana di esportare petrolio, quindi la principale fonte di valuta del Paese e, secondo Washington, una delle fonti di finanziamento dei Guardiani della Rivoluzione e della rete di milizie sostenute da Tehran.

Ma è precisamente qui che la guerra cambia qualità. Una petroliera non è una batteria missilistica. Può diventare un obiettivo militare secondo determinate condizioni, certamente; ma quando la distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche entra nella logica della rappresaglia, il confine tra guerra militare e guerra economica diventa sottilissimo. E soprattutto comincia a coinvolgere direttamente Stati che non hanno scelto il conflitto, commerci internazionali e milioni di persone lontanissime dal Golfo Persico.

Tehran ha risposto quasi immediatamente. I Guardiani della Rivoluzione hanno lanciato missili balistici contro la base di Muwaffaq Salti, nei pressi di Al Azraq, nella Giordania orientale, utilizzata dalle forze americane. La versione iraniana parla di danni importanti agli hangar e alle strutture impiegate dall’aviazione statunitense. Quella giordana racconta una realtà molto diversa: venti missili balistici entrati nello spazio aereo del Regno, diciotto intercettati dalle difese e due caduti in zone disabitate. Nessun morto e nessun ferito. Anche fonti americane sostengono che tutto il personale statunitense sia stato localizzato e che l’attacco non abbia raggiunto gli effetti rivendicati dall’Iran.

Circolano però immagini e segnalazioni secondo le quali alcuni dei vettori iraniani avrebbero disperso submunizioni, cioè ordigni riconducibili alla famiglia delle munizioni a grappolo. È una circostanza che, se confermata, aggraverebbe ulteriormente il quadro, perché queste armi distribuiscono numerosi piccoli ordigni su aree relativamente vaste e lasciano spesso submunizioni inesplose capaci di uccidere civili anche molto tempo dopo l’attacco. Ma la prudenza giornalistica è necessaria: al momento l’impiego di bombe a grappolo in questa specifica operazione è stato sostenuto da media iraniani e fonti OSINT e non risulta ancora certificato dalle autorità giordane o da verifiche indipendenti.

E questa prudenza non riduce affatto la gravità dell’evento. La Giordania è ormai entrata, suo malgrado, dentro la geometria del conflitto. È uno dei più importanti alleati arabi degli Stati Uniti, ospita militari e mezzi americani in numerose installazioni e rappresenta da decenni un fragile cuscinetto di stabilità tra Israele, Siria, Iraq, Arabia Saudita e territori palestinesi. Colpire basi americane sul suo territorio significa costringere Amman a difendere il proprio spazio aereo e trascinare un altro Paese dentro una guerra che non ha dichiarato.

Il rischio, infatti, non è più una semplice guerra bilaterale Iran-Stati Uniti. Nel giro di poche ore gli Houthi sostenuti da Tehran hanno attaccato diverse città dell’Arabia Saudita, causando decine di feriti e incendiando infrastrutture petrolifere; l’Iran ha minacciato navi nei porti del Kuwait e del Bahrain; i Guardiani della Rivoluzione dichiarano di avere colpito dieci navi nello Stretto di Hormuz, tra cui due unità americane e otto petroliere. La guerra si sta distribuendo lungo tutta la mappa energetica del Golfo.

Ed è forse proprio Hormuz la parola più importante di questa crisi. Lo stretto non è soltanto un lembo di mare tra Iran e Oman. È una delle arterie energetiche più sensibili del pianeta. Il traffico è già diminuito drasticamente: martedì soltanto sei navi commerciali cariche di materie prime lo hanno attraversato, contro una media recente di circa dodici. Prima della guerra dal Golfo transitavano volumi enormemente superiori di petrolio; oggi le esportazioni mediorientali sono molto più basse e una parte crescente dei produttori cerca rotte alternative.

Il petrolio sente la guerra molto prima delle cancellerie. Il Brent è tornato a sfiorare i cento dollari al barile e il mercato sta incorporando il rischio che una nuova serie di attacchi possa rendere Hormuz ancora più difficile da attraversare. È una soglia non soltanto economica, ma politica. Cento dollari al barile significano carburanti più cari, trasporti più costosi, nuova pressione inflazionistica, maggiori difficoltà per le economie europee e una pesante incognita anche per gli Stati Uniti alla vigilia delle elezioni di metà mandato.

Ed è questo uno dei paradossi della strategia americana. Washington vuole mettere in ginocchio finanziariamente Tehran impedendole di esportare petrolio e, nello stesso tempo, deve evitare che la guerra contro il petrolio iraniano faccia esplodere il prezzo del petrolio mondiale. Deve restringere Hormuz per l’Iran e mantenerlo aperto per tutti gli altri. Deve colpire l’economia iraniana senza colpire indirettamente quella americana. È un equilibrio che può funzionare finché Tehran accetta di perdere pezzi della propria capacità economica senza utilizzare fino in fondo il potere geografico che possiede sullo stretto. Non vi è alcuna garanzia che continui a farlo.

Donald Trump soltanto pochi giorni fa sosteneva che la nuova campagna militare americana non sarebbe durata «troppo a lungo» e ricordava di essere pronto a nuovi attacchi contro radar, missili e installazioni iraniane. Ma la guerra possiede una caratteristica che i leader politici spesso scoprono troppo tardi: è assai più semplice decidere quando iniziare un’escalation che decidere quando essa sia terminata.

Tehran, dal canto suo, rischia una trappola speculare. Più attacca le basi americane in Giordania, Bahrain, Kuwait o Iraq e più fornisce a Washington il motivo per estendere i propri attacchi. Più minaccia le petroliere nello Stretto e più trasforma Paesi asiatici ed europei che acquistano energia nel Golfo in potenziali avversari dei propri interessi. La Repubblica islamica può rendere enormemente costosa la guerra agli Stati Uniti e ai loro alleati, ma difficilmente può sostenere indefinitamente uno scontro economico e militare con una potenza immensamente superiore senza pagare un prezzo devastante.

Il problema è che ormai entrambi sembrano ragionare secondo la grammatica della deterrenza punitiva: «Se mi colpisci, ti infliggerò un danno maggiore». È una grammatica capace di funzionare finché tutti calcolano perfettamente la reazione dell’altro. Ma la storia dimostra che le guerre regionali diventano guerre più vaste proprio quando qualcuno sbaglia quel calcolo.

Da cristiani, guardando questa concatenazione di rappresaglie, non si può accettare l’idea che la potenza delle armi finisca per diventare essa stessa un argomento morale. Non tutto ciò che militarmente si può fare politicamente conviene fare; non ogni rappresaglia produce sicurezza; non ogni dimostrazione di forza rende più vicino il giorno della pace. L’uso o il sospetto uso di munizioni capaci di disseminare ordigni su vaste aree, la distruzione delle infrastrutture energetiche, gli attacchi contro basi collocate nel territorio di Stati terzi e la trasformazione delle rotte commerciali in campi di battaglia sono tutti segnali della stessa regressione: la guerra sta divorando progressivamente i propri confini.

Non si tratta di distribuire con comoda equidistanza le responsabilità. Iran e Stati Uniti compiono scelte precise e differenti, che devono essere giudicate una per una. Ma oggi il problema più urgente non è stabilire chi abbia diritto all’ultima rappresaglia. È impedire che qualcuno pronunci quella dopo.

Perché a forza di rispondere a un missile con una petroliera, a una petroliera con una base, a una base con una nave e a una nave con un nuovo bombardamento, arriva sempre il momento in cui non rimane più nessuno capace di spiegare quale fosse l’obiettivo politico originario della guerra.

Cinque petroliere distrutte in un giorno, almeno otto negli ultimi quattro; venti missili balistici lanciati verso la Giordania; dieci navi che Tehran sostiene di avere attaccato nello Stretto di Hormuz; gli Houthi nuovamente all’offensiva contro l’Arabia Saudita e il Brent ormai alle porte dei cento dollari. Questa non è più soltanto un’escalation tra Washington e Tehran. È la progressiva trasformazione del Golfo Persico in un unico teatro di guerra. E la domanda che dovrebbe inquietare tutti non è chi abbia vinto l’ultimo scambio di colpi, ma chi sarà capace di fermarsi prima che il prossimo non lasci più spazio alla diplomazia.