Il 24 settembre a Saint Louis la beatificazione del grande predicatore americano. Nel 2019 era tutto pronto, poi arrivò un rinvio improvviso durato quasi sette anni. Oggi Sheen viene spesso presentato come un’icona del cattolicesimo tradizionalista. Ma la sua storia racconta qualcosa di più interessante: un uomo profondamente fedele alla Tradizione e, proprio per questo, capace di parlare al mondo moderno.

Il prossimo 24 settembre, a Saint Louis, Fulton John Sheen sarà proclamato beato. A presiedere il rito, come rappresentante di papa Leone XIV, sarà il cardinale Luis Antonio Tagle. È una data che chiude, almeno per quanto riguarda la beatificazione, una vicenda singolarmente tormentata: Sheen era stato dichiarato Venerabile già nel 2012 da Benedetto XVI e nel 2019 papa Francesco aveva autorizzato il decreto relativo al miracolo attribuito alla sua intercessione. Tutto sembrava concluso. La beatificazione era stata fissata per il 21 dicembre 2019. Poi, a pochi giorni dalla celebrazione, arrivò l’inatteso stop.

Il rinvio fu tanto clamoroso quanto delicato. La diocesi di Rochester, che Sheen aveva guidato dal 1966 al 1969, chiese ulteriori approfondimenti nel contesto delle indagini allora in corso nello Stato di New York sulla gestione ecclesiastica degli abusi sessuali commessi dal clero. Il timore era che il nome dell’antico vescovo potesse comparire nelle verifiche riguardanti il comportamento delle diocesi e dei loro responsabili. È importante, però, non trasformare quel timore in una condanna retroattiva: il rinvio non equivaleva all’accertamento di una colpa personale di Sheen. Proprio la necessità di approfondire ulteriormente la documentazione portò la Santa Sede a fermare una beatificazione che sembrava ormai imminente.

Sono trascorsi quasi sette anni. Il 9 febbraio 2026 il vescovo di Peoria, Louis Tylka, ha annunciato che la Santa Sede aveva comunicato che la causa poteva finalmente procedere alla beatificazione; il 25 marzo è stata resa nota la data del 24 settembre. Oggi anche il Dicastero delle Cause dei Santi indica ufficialmente Sheen come prossimo beato.

Ed è forse proprio questo lungo intervallo a suggerire una riflessione ulteriore. Perché Fulton Sheen, mentre aspettava gli altari, è diventato qualcos’altro: un’icona della rete cattolica. I suoi vecchi programmi televisivi circolano sui social, le sue omelie vengono continuamente riproposte, il suo volto, la talare, la croce pettorale, quella dizione impeccabile e quel modo quasi teatrale di guardare nella telecamera sono diventati familiari anche a generazioni nate molti anni dopo la sua morte.

Una parte consistente del mondo cattolico tradizionalista lo ha così, per certi versi, “adottato”. È comprensibile. Sheen parla senza imbarazzo di peccato, conversione, inferno, sacrificio, confessione, adorazione eucaristica. È profondamente mariano. Non sembra avere alcun complesso di inferiorità davanti alla modernità. Quando parla, non domanda preventivamente scusa per essere cattolico. Possiede quella certezza serena della fede che una parte del cattolicesimo contemporaneo sembra avere smarrito.

Eppure fare di Fulton Sheen un tradizionalista ante litteram significa forzare la storia.

Basta leggere, significativamente, come lo presenta oggi lo stesso Dicastero delle Cause dei Santi: il futuro beato «cercò in tutti i modi di applicare gli orientamenti conciliari», particolarmente nei confronti delle classi sociali più deboli, sviluppando quella che viene definita un’autentica «pastorale di frontiera».

Sheen fu padre conciliare. Fu vescovo negli anni della ricezione del Vaticano II. Non costruì la propria identità sulla contrapposizione tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare; non fece della liturgia precedente alla riforma una bandiera identitaria; non interpretò la fedeltà alla Tradizione come rifiuto del Concilio. Era semplicemente — e forse qui sta la provocazione più grande per noi — profondamente cattolico.

Ed era modernissimo.

Questo signore dalla talare impeccabile comprese la comunicazione di massa quando molti uomini di Chiesa la guardavano ancora con sospetto. Prima la radio, poi la televisione. The Catholic Hour, quindi Life Is Worth Living: Sheen entrò nelle case degli americani utilizzando il mezzo più potente dell’epoca e dimostrò che si poteva parlare di Cristo, di filosofia, di comunismo, di dolore, di matrimonio, di peccato e di eternità senza trasformare il Vangelo in un prodotto commerciale e senza rinunciare alla complessità del pensiero.

Qui il paragone con san Massimiliano Maria Kolbe diventa suggestivo. Non perché i due possano essere semplicemente sovrapposti, ma perché entrambi avevano intuito qualcosa che ancora oggi fatichiamo a comprendere: la Tradizione non è il contrario dell’innovazione. Kolbe prendeva in mano rotative, tipografie, radio e immaginava perfino strumenti ancora più avanzati; Sheen entrava negli studi televisivi. Nessuno dei due riteneva che per custodire intatta la fede fosse necessario utilizzare soltanto i mezzi del passato.

Per questo l’appropriazione tradizionalista di Sheen contiene una parte di verità e una parte di equivoco.

La parte di verità consiste nel desiderio, comprensibilissimo, di ritrovare un cattolicesimo che non abbia paura della propria identità: Eucaristia, Madonna, confessione, sacrificio, vita eterna, disciplina sacerdotale, dottrina. Se questo significa essere tradizionali, Sheen lo era fino al midollo.

L’equivoco comincia quando “tradizionale” diventa sinonimo di “tradizionalista” e, soprattutto, quando la Tradizione viene trasformata in nostalgia ecclesiale. Sheen non abitava nostalgicamente il passato. Voleva conquistare il presente.

E questo spiega forse anche la sua sorprendente giovinezza comunicativa. Guardiamo oggi una trasmissione televisiva di Fulton Sheen degli anni Cinquanta e, al di là dell’immagine in bianco e nero, scopriamo un comunicatore che conosce il ritmo, la pausa, l’inquadratura, l’ironia, la narrazione. Sa che davanti a lui non c’è una classe di seminaristi ma un pubblico sterminato che può cambiare canale. Non banalizza il contenuto per conquistarlo: cambia il linguaggio.

È la grande lezione che la sua beatificazione potrebbe consegnare alla Chiesa del 2026.

Non abbiamo bisogno di scegliere tra una Chiesa che custodisce e una Chiesa che comunica. La Chiesa custodisce proprio per comunicare, e comunica qualcosa soltanto se possiede qualcosa da custodire.

Il 24 settembre, dunque, sarebbe riduttivo celebrare Fulton Sheen come il campione postumo di una fazione ecclesiale. Non appartiene ai progressisti contro i conservatori, né ai tradizionalisti contro i conciliari. Appartiene alla Chiesa.

E forse la lunga strada verso questa beatificazione, fermatasi bruscamente nel 2019 quando sembrava ormai conclusa e ripartita soltanto nel 2026, rende ancora più eloquente la sua figura. La Chiesa ha avuto il dovere di verificare, attendere, approfondire. Ora arriva il momento della beatificazione. Non dell’arruolamento.

Perché i santi — e coloro che la Chiesa propone come beati — diventano molto meno interessanti quando li trasformiamo nelle mascotte delle nostre battaglie ecclesiastiche. Fulton Sheen è più grande della fotografia in bianco e nero nella quale vorremmo imprigionarlo. La talare appartiene alla sua epoca. La domanda che pone alla Chiesa appartiene invece alla nostra: come annunciare una verità che non cambia a un mondo che cambia continuamente?

Sheen aveva trovato una risposta: senza cambiare Cristo, imparare continuamente a cambiare pulpito.

 Fulton J. Sheen sarà beatificato il 24 settembre 2026 a Saint Louis. Dopo il clamoroso rinvio del 2019 e quasi sette anni di attesa, torna agli altari uno dei più grandi comunicatori cattolici del Novecento. Ma farne un’icona del tradizionalismo significa leggerlo soltanto a metà: Sheen fu insieme uomo della Tradizione, padre conciliare e straordinario innovatore dei linguaggi dell’evangelizzazione.