La nuova commissione sull’intelligenza artificiale voluta da Leone XIV, e perché il riflesso condizionato di chi grida «Galileo» rivela più ignoranza storica che laicità
La notizia è arrivata con la discrezione propria degli atti curiali: Leone XIV ha approvato l’istituzione di una Commissione interdicasteriale sull’Intelligenza artificiale in Vaticano, il cui coordinamento è affidato per un anno al Dicastero per lo sviluppo umano integrale guidato dal cardinale Czerny. Tra i partecipanti figurano il Dicastero per la Dottrina della fede, quello per la Cultura e l’educazione, la Pontificia Accademia per la vita e le Accademie delle scienze. Scopo dichiarato: facilitare lo scambio di informazioni, confrontarsi sulle politiche di utilizzo dell’IA all’interno della Santa Sede, e farlo a partire dalla «preoccupazione per la dignità di ogni essere umano».
È lecito prevedere che la notizia susciterà, in certi ambienti, il consueto riflesso condizionato. Eccola, si dirà, la Chiesa che mette le mani sulla scienza. Eccola che vuole governare ciò che non capisce. E, immancabile, sullo sfondo: Galileo. Il fantasma del processo del 1633 aleggia su ogni dibattito pubblico che veda il Vaticano pronunciarsi su temi scientifici o tecnologici, come se quella vicenda — drammatica, reale, e tuttavia quasi sempre raccontata a rovescio — fosse la chiave di lettura universale del rapporto tra la Chiesa e il sapere umano.
«Il “modello del conflitto” tra fede e scienza non è una scoperta storica. È propaganda ottocentesca vestita da storiografia.»
Vale la pena fermarsi su quel fantasma, prima di tornare alla commissione. Il caso Galilei è il nodo gordiano di ogni discussione sul tema, e la sua versione popolare è un capolavoro di mistificazione. Il processo del 1633 fu reale, l’abiura fu reale, la sofferenza di un uomo anziano e malato fu reale. Ma altrettanto reali sono i fatti che la vulgata sistematicamente ignora. Galileo non fu imprigionato: scontò la condanna agli arresti domiciliari nella villa di un amico ad Arcetri, dove continuò a lavorare e a ricevere visitatori, tra cui il giovane John Milton. Non fu torturato, al contrario di quanto lasciò intendere in una lettera forse strategicamente costruita. E soprattutto: il suo scontro con il Sant’Uffizio non era uno scontro tra scienza e fede, ma tra una teoria non ancora dimostrata in modo conclusivo — il sistema eliocentrico — e le cautele di un’istituzione che chiedeva prove più robuste prima di riformare l’esegesi biblica. Il cardinale Bellarmino, teologo tutt’altro che sprovveduto, aveva anzi indicato a Galileo la via diplomaticamente praticabile: presentare l’eliocentrismo come ipotesi matematica, attendere la conferma empirica. Fu l’orgoglio dello scienziato — e forse la sua grandezza — a renderlo incapace di quel passo.
La «leggenda nera» del caso Galilei, come la definì lo storico della scienza Giorgio de Santillana nel suo studio del 1955, nacque dalla sovrapposizione di tre secoli di battaglie ideologiche: sull’esegesi biblica, sul potere temporale della Chiesa, sull’anticlericalismo illuminista e positivista. John William Draper e Andrew Dickson White, i padri del cosiddetto «modello del conflitto», scrivevano negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, quando la disputa sul darwinismo era incandescente e l’infallibilità papale appena proclamata. Il loro schema — il Progresso della Luce contro le Tenebre della superstizione — era propaganda vestita da storia. Dice molto sul XIX secolo; dice pochissimo sul XVII.
«Il Big Bang porta il nome di un prete. La genetica nasce in un convento agostiniano. Le università medievali sono un’invenzione ecclesiastica.»
La storia reale è, per certi versi, più generosa verso Roma. Le università medievali furono istituzione ecclesiastica. La logica aristotelica fu salvata e trasmessa nei monasteri. Il calendario gregoriano riformato nel 1582 è opera del gesuita Christoph Clavius. La teoria del Big Bang, che rivela un universo con un inizio — e che trovò resistenze in certi ambienti scientifici proprio perché sembrava dare troppo ai teologi — fu formulata da Georges Lemaître, sacerdote cattolico e professore a Lovanio. Mendel, padre della genetica moderna, era un frate agostiniano. Athanasius Kircher, gesuita, fu precursore della microbiologia. Non è apologetica: è semplicemente documentazione. Ed è sufficiente a rendere insostenibile lo schema binario.
I documenti del magistero, poi, mostrano una continuità di pensiero che sorprende chi si aspetta anatemi. Il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes (1965) affermava con nitidezza che «la ricerca metodica in tutti i campi del sapere, se condotta in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede». Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et Ratio (1998), elaborò l’immagine delle «due ali» — fede e ragione — con cui lo spirito umano si innalza verso la verità: non subordinazione dell’una all’altra, ma complementarità strutturale. La ragione senza fede rischia di chiudersi in un positivismo che non sa rispondere alle domande ultime. La fede senza ragione scivola nel fideismo. Il circolo virtuoso, non il conflitto.
«Chi si occupa da duemila anni delle domande sull’essere umano non è il meno indicato a sollevarle anche di fronte all’intelligenza artificiale.»
È in questa tradizione che si colloca l’iniziativa di Leone XIV. Il richiamo alla Rerum novarum di Leone XIII — l’enciclica del 1891 che affrontò la questione sociale prodotta dalla prima rivoluzione industriale, e a cui l’attuale pontefice ha dichiarato di ispirarsi — non è retorica nostalgica. È una scelta ermeneutica precisa: quando le strutture della vita umana cambiano radicalmente, la Chiesa sente il dovere di interrogarsi su cosa significhi la dignità della persona nel nuovo contesto. Lo fece con il lavoro operaio, con i totalitarismi, con la bioetica. Lo fa ora con l’IA, e lo fa — significativamente — non con un pronunciamento ex cathedra ma con un organismo collegiale, interdisciplinare, aperto al confronto tra teologia, scienza, comunicazione, etica.
L’enciclica che Leone XIV sta preparando, e che potrebbe uscire in prossimità del 15 maggio — anniversario della Rerum novarum — è attesa come il testo programmatico del pontificato. Se davvero sarà dedicata in larga parte all’intelligenza artificiale, sarà il segno che la Chiesa intende fare sul serio ciò che il processo galileiano le viene rimproverato di aver impedito: pensare insieme alla scienza, non contro di essa.
L’IA pone domande che la tecnologia da sola non può rispondere: Cosa siamo? Cosa vogliamo diventare? A chi appartiene il futuro? Chi risponde delle scelte che deleghiamo alle macchine? Sono domande antiche che tornano in forma nuova. Non è un difetto che le sollevi ancora una volta chi da duemila anni vi si dedica. È, semmai, un argomento per stare a sentire — anche senza condividere la fede che le motiva.
