Quarantaquattro anni dopo san Giovanni Paolo II, un Pontefice torna al Meeting per l’amicizia fra i popoli. Ma Leone XIV non celebra un movimento né benedice un’area politica: riconduce ogni presenza cristiana alla domanda su Cristo, all’autorità come servizio e alla responsabilità verso gli ultimi.
C’è un’immagine che raccoglie l’intera giornata di Leone XIV in Romagna: Pietro riceve le chiavi, ma Cristo gli impedisce di trasformarle in uno scettro. Il Papa è giunto al Meeting di Rimini quarantaquattro anni dopo san Giovanni Paolo II e, al termine di un itinerario iniziato sul monte Titano, ha celebrato l’Eucaristia nel porto della città. Dalla Repubblica che porta nel proprio motto la parola Libertas, attraverso il grande laboratorio culturale nato dall’esperienza di Comunione e Liberazione, fino all’altare innalzato davanti al mare, la visita ha disegnato una geografia spirituale precisa: la libertà senza verità si disperde, la cultura senza incontro si inaridisce, l’autorità senza servizio degenera in potere. E la Chiesa, quando dimentica Cristo, può conservare le chiavi ma non sa più quali porte aprire.
Il ritorno di un Papa al Meeting non è un dettaglio protocollare. Fondato nel 1980 da persone legate al movimento nato attorno a don Luigi Giussani, il Meeting per l’amicizia fra i popoli non è mai stato soltanto un congresso interno. Ha cercato, con risultati differenti e non senza passaggi controversi, di portare la proposta cristiana nella piazza della cultura contemporanea, mettendola alla prova nei territori dell’educazione, della politica, dell’economia, dell’arte, del lavoro e delle relazioni umane. È stato attraversato da dissidenti sovietici, statisti, teologi, uomini di destra e di sinistra, credenti e non credenti; ha respirato la Guerra fredda, la crisi dei partiti, il tramonto della Democrazia cristiana e la lunga transizione italiana. Proprio per questo la presenza di Leone XIV assume un significato che supera i confini di Comunione e Liberazione: il Papa è tornato laddove il cattolicesimo italiano continua a interrogarsi sul rapporto tra fede e spazio pubblico.
Il rischio di simili luoghi, tuttavia, è sempre quello di confondere la capacità d’influenza con la fecondità evangelica, la visibilità con la testimonianza, le relazioni con il potere con il servizio al bene comune. Leone XIV non ha ignorato questa tensione; l’ha attraversata con il Vangelo. La domanda pronunciata da Gesù a Cesarea di Filippo — «Voi, chi dite che io sia?» — è diventata così la chiave interpretativa dell’intera visita. Prima di domandarsi quale ruolo debbano avere i cattolici nella società, quali alleanze possano stringere o quanto peso possano esercitare, occorre tornare all’identità di Cristo. Se egli è davvero «il Figlio del Dio vivente», allora la presenza cristiana non può ridursi a strategia, lobby, recinto identitario o nostalgia di egemonia. Deve assumere la forma del Maestro che si china a lavare i piedi, del Pastore che dà la vita, del Figlio di Dio che non considera la propria uguaglianza con il Padre un privilegio da difendere.
In questa prospettiva, il Pontefice ha pronunciato una frase tanto semplice quanto esigente: «Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio». Non si tratta di una formula devota destinata a ingentilire le strutture ecclesiastiche, ma di un criterio di giudizio che raggiunge il Papa, i vescovi, i sacerdoti e i diaconi, coinvolgendo poi ogni battezzato secondo la sua vocazione. Le chiavi consegnate a Pietro non sono il lasciapassare per occupare il mondo; rappresentano la responsabilità di aprire, custodire, ricomporre e liberare. “Legare” e “sciogliere”, nell’omelia di Leone XIV, diventano verbi di prossimità: abbracciare, riunire, accogliere, perdonare, emancipare chi è prigioniero del peccato e delle sue conseguenze. È un piccolo vocabolario della Chiesa in uscita, nel quale l’autorità non si misura dal numero di persone che obbediscono, ma dalla quantità di libertà che riesce a generare.
Per spiegare che cosa accade quando il potere tradisce la propria vocazione, il Papa ha riletto la vicenda di Sebna, il funzionario del re Ezechia destituito perché aveva trasformato un incarico ricevuto in uno strumento di ambizione personale. Doveva cooperare a un progetto di rinnovamento religioso, morale e sociale; finì invece per accumulare ricchezze per sé e per la propria cerchia, spadroneggiando sulle persone. È difficile non avvertire in questa pagina una parola rivolta anche alla Chiesa e a ogni aggregazione ecclesiale. Ogni carisma può ammalarsi quando scambia la missione con l’autoconservazione; ogni movimento rischia di diventare apparato quando difende la propria influenza più della libertà dei suoi membri; ogni istituzione può riprodurre la logica di Sebna quando beni, relazioni e ruoli, ricevuti per servire il Vangelo, vengono utilizzati per consolidare posizioni personali.
Eliakìm, chiamato a sostituirlo, è descritto come un uomo saldo, «un piolo conficcato in luogo solido». Non è forte perché occupa il palazzo, ma perché è libero dai condizionamenti e retto nel proprio agire. È questa la riforma silenziosa indicata da Leone XIV: non sostituire una cordata con un’altra, né una cultura politica con quella avversaria, ma formare persone interiormente libere, capaci di amministrare ciò che hanno ricevuto senza appropriarsene. Tutto è dono, ha ricordato il Papa, e ci viene affidato perché possiamo diventare gli uni per gli altri strumenti di salvezza nella giustizia. È una parola che riguarda la Chiesa, ma anche l’economia, l’amministrazione pubblica, l’informazione e la politica italiana, spesso tentate di considerare il bene comune come la somma degli interessi della propria cerchia.
Il Meeting ha scelto per questa edizione il verso conclusivo della Divina Commedia: «L’amore che move il sole e l’altre stelle». Leone XIV ha sottratto queste parole al rischio di diventare un elegante ornamento culturale. L’amore che muove l’universo non è un sentimento indistinto: è la carità di Dio che prende la forma concreta del servizio. San Paolo la contempla come una profondità insondabile, non perché Dio costruisca ragionamenti incomprensibili, ha spiegato il Papa, ma perché la sua capacità di amare supera ogni nostra misura. La trascendenza cristiana non allontana dunque dalla storia: rende insopportabile ogni uso egoistico della storia, della religione e dell’uomo.
Anche il luogo della celebrazione ha parlato. Rimini è città di vacanze, divertimento e turismo, una costa lungo la quale ogni estate transitano milioni di persone. Leone XIV ha ricordato che riposare non significa evadere da sé stessi. Molte forme contemporanee di svago promettono la fuga e consegnano, al termine, una maggiore dispersione. Il vero ristoro comincia invece quando l’uomo torna nel profondo, incontra Dio e si riconcilia con la propria interiorità. È una lettura finissima della società dello spettacolo: consumiamo esperienze per non restare soli con noi stessi, moltiplichiamo immagini per paura del silenzio, chiamiamo libertà la possibilità di distrarci continuamente. Ma una vacanza che ci separa dalla nostra anima non ci riposa; ci svuota.
A questa possibile sterilità dell’intrattenimento il Papa ha contrapposto l’ospitalità cristiana: chiese curate e raccolte, comunità disponibili all’ascolto, strutture capaci di accogliere, mani pronte ad aiutare non soltanto il turista, ma anche chi giunge ferito nel corpo e nello spirito, chiedendo rifugio, cibo e assistenza lontano dalla propria terra. In tal modo il mare Adriatico cessa di essere soltanto scenario turistico e torna a essere frontiera morale. Da quelle acque si può contemplare il tramonto oppure ascoltare il grido di chi fugge dalla guerra e dalla miseria. La differenza non la fa il mare, ma lo sguardo.
Il vescovo di Rimini, monsignor Nicolò Anselmi, ha tradotto questa visione in tre doni che hanno sottratto il saluto conclusivo alla ritualità delle circostanze ufficiali: una preghiera più intensa per il Papa e per la pace; il finanziamento di un campo sportivo destinato ai detenuti della casa circondariale e di un presidio sanitario a Gaza; un impegno più deciso per l’accoglienza e l’inserimento abitativo dei lavoratori stranieri presenti nel territorio. È qui che una visita pontificia dimostra di non essere stata soltanto un grande evento: quando la folla si disperde e le transenne vengono rimosse, restano le opere. Il campo per i carcerati, la cura per i feriti di Gaza e una casa cercata insieme a chi è arrivato da lontano sono la verifica concreta di una fede che non vuole ridursi all’emozione di un giorno.
Il giovane vescovo ha guardato l’Adriatico come a una strada che unisce la Romagna alle coste balcaniche, alla Libia, al Libano e alla Palestina, fino a farne «un veicolo di amore e di fraternità». È una visione opposta alla retorica del mare trasformato in fossato, confine invalicabile o cimitero necessario per difendere il benessere dei fortunati. La presenza cristiana non nega la complessità delle migrazioni, ma rifiuta di cominciare dai numeri anziché dai volti. I lavoratori africani, bengalesi, pakistani, siriani, congolesi e colombiani non sono un problema esterno alla comunità riminese: partecipano già alla sua economia, frequentano le sue scuole, abitano il suo presente e preparano il suo futuro.
La scena più eloquente resta forse quella dell’immagine della Madonna della Misericordia portata sull’altare del porto. Secondo la tradizione, centosettantacinque anni fa i suoi occhi si mossero prima verso il basso e poi verso il cielo. È il movimento stesso della fede cristiana: guardare in basso, verso le ferite della terra, senza smettere di alzare gli occhi al cielo. Una religione che contempla soltanto il cielo diventa evasione spirituale; una prassi che conosce soltanto la terra finisce per perdere l’orizzonte. Maria tiene insieme i due sguardi e insegna alla Chiesa a non scegliere tra adorazione e servizio, tra preghiera e giustizia, tra Vangelo ed esperienza umana.
Quarantaquattro anni fa, nello stesso luogo, san Giovanni Paolo II invitava a edificare «la civiltà della verità e dell’amore». Leone XIV ne ha ripreso idealmente il testimone in un’epoca diversa, segnata non più dai blocchi della Guerra fredda ma da guerre diffuse, nuove potenze, identità impaurite e solitudini digitali. Il suo ritorno al Meeting non rappresenta la consacrazione politica di Comunione e Liberazione né il restauro di una stagione del cattolicesimo italiano. È piuttosto un invito rivolto a quel movimento e, attraverso di esso, a tutte le realtà ecclesiali: non abbiate paura di entrare nella cultura e nella storia, ma non portatevi il desiderio di dominarle. Verificate la pertinenza della fede non attraverso la conquista degli spazi, bensì nella capacità di generare incontri, liberare prigionieri, accogliere stranieri, servire i poveri e costruire la pace.
Al porto di Rimini, la giornata del Papa si è così conclusa davanti a un mare che non separa soltanto terre, ma mette alla prova le coscienze. Le chiavi di Pietro sono tornate a indicare porte da aprire, non fortezze da difendere. E il Meeting, per un giorno, ha ritrovato la sua domanda originaria: non quanto potere possiedano ancora i cattolici in Italia, ma quale umanità diventi possibile quando Cristo è riconosciuto come il Figlio del Dio vivente.
Leone XIV non è tornato a Rimini per restaurare l’influenza di un cattolicesimo di appartenenza. È venuto a ricordare che la Chiesa perde sé stessa quando usa le chiavi per chiudere recinti e ritrova Cristo quando le impiega per liberare, accogliere e servire.
