Oltre cento morti secondo soccorritori e autorità locali, 49 nel conteggio ufficiale ancora provvisorio. Il sito era già formalmente chiuso, ma l’estrazione continuava. Adesso si promettono indagini: il consueto funerale burocratico celebrato quando lo sfruttamento ha già presentato il conto.
A Zamboyé la terra si è richiusa sui poveri, ma l’oro, possiamo starne certi, troverà ugualmente la strada per uscire. Attraverserà frontiere, cambierà mani, perderà la memoria della miniera e acquisterà certificati, quotazioni e rispettabilità. Diventerà lingotto, gioiello, riserva finanziaria, bene rifugio. Forse finirà al collo di qualcuno che non saprà nulla dei giovani uomini e delle giovani donne rimasti sotto il fango nella Repubblica Centrafricana. È questa la più oscena proprietà dell’oro: non arrugginisce, ma riesce benissimo a cancellare il sangue.
Il 18 agosto una frana ha travolto il sito aurifero artigianale di Zamboyé, nella prefettura di Nana-Mambéré, vicino al confine con il Camerun. I soccorritori della Croce Rossa e rappresentanti locali hanno parlato di oltre cento vittime, mentre il conteggio governativo si è fermato inizialmente a 49 morti identificati: 34 centrafricani, 13 camerunesi e due ciadiani. Altri corpi potrebbero essere ancora sepolti. La divergenza dei numeri non attenua la tragedia; la rende ancora più atroce. Persino contare i morti diventa difficile quando a morire sono lavoratori informali, migranti regionali e disperati senza un contratto, un casco, una tutela e talvolta senza un nome registrato da qualche parte.
La parola più comoda, adesso, è “incidente”. È corta, neutrale e assolve quasi tutti. Un incidente sembra non avere genitori: accade, sorprende, uccide e passa. Ma a Zamboyé il sito era stato formalmente chiuso prima del crollo perché non rispettava le norme minerarie e le direttive amministrative. Eppure l’attività proseguiva. Dopo la strage, il ministro delle Miniere ne ha ordinato nuovamente la chiusura, come se fosse possibile sprangare la porta di una fossa che ha già inghiottito un villaggio.
Se una miniera dichiarata chiusa continua a riempirsi di lavoratori, non siamo davanti a una fatalità geologica. Siamo davanti al crollo dello Stato prima ancora che della terra. Sono crollati i controlli, l’autorità delle disposizioni amministrative, la prevenzione e il rispetto della vita. Sono crollate quelle istituzioni che sanno essere severissime con chi ruba per fame e improvvisamente diventano miopi quando qualcuno guadagna dall’oro estratto senza sicurezza. Una chiusura che nessuno fa rispettare non è una misura di protezione: è carta buona per preparare l’alibi del giorno dopo.
Ora arriverà l’inchiesta. Dovrà identificare le vittime, accertare chi gestiva il sito e stabilire eventuali responsabilità penali. È necessaria, certamente. Ma conosciamo il copione: si apre un fascicolo quando ormai si sono chiuse le bare, si invoca la legalità dopo aver tollerato l’illegalità, si scopre l’urgenza dei controlli soltanto quando i corpi emergono dal fango. La domanda non è unicamente chi abbia scavato cunicoli insicuri, ma chi abbia permesso che centinaia di persone vi entrassero; chi comprasse il materiale estratto; attraverso quali intermediari l’oro venisse commercializzato; chi traesse profitto dalla miniera e chi avesse interesse a non vedere.
“Minatori artigianali” è un’altra espressione elegante. Fa pensare a un’attività povera ma quasi romantica, compiuta con tecniche tradizionali. La realtà è meno poetica: uomini e donne scendono in fosse scavate a mano, spesso senza puntellamenti adeguati, protezioni, strumenti di soccorso o assistenza sanitaria. Quando il terreno cede, i compagni cercano di estrarre i sepolti con mezzi insufficienti, mentre le squadre di salvataggio vengono frenate dalla mancanza di attrezzature e competenze specialistiche. Non è artigianato: è una lotteria mortale nella quale il premio è sopravvivere abbastanza a lungo da portare a casa qualcosa.
I dirigenti politici parleranno di estrazione “illegale”. È una definizione giuridicamente corretta e moralmente incompleta. L’illegalità non nasce nel vuoto, né si mantiene da sola. Ha bisogno di compratori, mediatori, protezioni, omissioni e complicità. Soprattutto, ha bisogno della miseria. Nessuno entra in una galleria pronta a franare perché attratto dal fascino dell’oro. Vi entra perché fuori non trova un lavoro capace di mantenere i figli. Come ha spiegato un rappresentante dei giovani di Zamboyé, molti erano arrivati in miniera tentando di sottrarre le proprie famiglie alla disperazione. La loro scelta era libera quanto può esserlo quella di chi deve decidere se rischiare di morire oggi o vedere i propri figli affamati domani.
Il sistema ha poi il cattivo gusto di colpevolizzare proprio loro: erano abusivi, non dovevano essere lì, il sito era interdetto. Vero. Ma per quale ragione continuavano a scendere? Quale alternativa era stata offerta? Chi controllava? Chi acquistava l’oro? Se un’attività illegale coinvolge stabilmente centinaia di persone e alimenta una catena commerciale, non è più un segreto nascosto nella foresta: è un’economia tollerata finché produce e rinnegata appena uccide.
La Repubblica Centrafricana è ricca di oro, diamanti e altre risorse, eppure rimane tra i Paesi più poveri e fragili del pianeta. Ecco il prodigio al contrario del colonialismo economico: territori ricchissimi abitati da popolazioni impoverite. Dal sottosuolo esce valore, in superficie resta la fame. I minerali viaggiano; i diritti no. I profitti attraversano le frontiere; le bare rimangono nei villaggi. Quando poi una miniera crolla, il mondo si concede qualche immagine drammatica e torna rapidamente alle quotazioni.
Non occorre inventare un’unica regia occulta per riconoscere l’ingiustizia. Basta osservare il funzionamento della filiera: all’inizio vi sono corpi ricoperti di fango che scavano senza protezioni; alla fine vi sono prodotti ripuliti da ogni traccia biografica. Tra i due estremi si stende una successione di intermediari che rende difficile attribuire responsabilità e facilissimo incassare margini. Più lunga diventa la catena, più pulito appare il metallo. È il battesimo finanziario dell’oro: viene immerso nel mercato e ne riemerge senza peccato originale.
All’Angelus, Leone XIV ha pregato per le vittime e chiesto che siano garantite «la sicurezza e la legalità dei siti minerari». Qualcuno liquiderà queste parole come una generica invocazione. In realtà contengono un’accusa precisa. Legalità e sicurezza non sono lussi occidentali da introdurre quando il bilancio lo consente: costituiscono la soglia minima oltre la quale un lavoro cessa di essere lavoro e diventa sacrificio umano. Se una pepita vale più della vita di chi la estrae, l’economia non è soltanto ingiusta: è idolatrica. E ogni idolo, dalla Bibbia in poi, reclama vittime.
Il Pontefice ha parlato di “cultura della potenza”. A Zamboyé essa mostra il proprio volto più brutale. Potente è chi può comprare l’oro senza domandare da quale fossa provenga; impotente è chi deve entrarvi per mangiare. Potente è chi scrive una disposizione di chiusura senza preoccuparsi che venga rispettata; impotente è chi resta sepolto e deve attendere soccorsi privi persino dei mezzi necessari. Potente è una filiera capace di rendere invisibile la provenienza del metallo; impotente è una famiglia che forse non riceverà neppure il corpo sul quale piangere.
Non bastano il lutto nazionale, le condoglianze ufficiali e una nuova targa di divieto. Occorre ricostruire la catena delle responsabilità economiche, individuare i gestori effettivi, seguire il percorso dell’oro, proteggere i testimoni, risarcire le famiglie e offrire ai superstiti un lavoro che non equivalga a una condanna differita. Servono controlli indipendenti e tracciabilità reale, non timbri acquistabili; attrezzature di soccorso, ispezioni e sanzioni; soprattutto, occorre spezzare il ricatto per cui la miseria viene presentata come una ragione sufficiente per abbassare il prezzo della vita africana.
I morti di Zamboyé non sono stati uccisi soltanto da una parete di terra. Li hanno uccisi la povertà sfruttata, l’impunità, la chiusura rimasta sulla carta, la mancanza di prevenzione e l’indifferenza di un mercato che pretende materie prime economiche ma non vuole vedere quanto costino davvero. Chiamare tutto questo “incidente” è l’ultima frana: quella della coscienza.
Tra qualche settimana, dell’accaduto potrebbe restare soltanto un numero incerto. Quarantanove per il governo, più di cento per i soccorritori. Ma ogni differenza statistica contiene esseri umani, famiglie e nomi che rischiano di scomparire due volte: prima sotto il terreno, poi sotto il silenzio. L’oro invece continuerà a brillare. Il suo luccichio, però, non è innocente. A guardarlo bene, dentro vi si riflette il fango di Zamboyé.
La miniera era ufficialmente chiusa, ma i poveri continuavano a scavare e qualcuno continuava a beneficiare dell’oro estratto. Non è stata soltanto una frana: è stata una strage annunciata da un sistema nel quale le risorse africane hanno un prezzo internazionale e la vita di chi le estrae non ha ancora un valore garantito.
