Il leader del Movimento 5 Stelle prende le distanze dalle degenerazioni della cultura woke e indica nelle disuguaglianze il vero terreno del progressismo. Una presa di posizione politicamente rilevante che, letta dalla prospettiva cristiana, tocca un problema ancora più profondo: quando la difesa della dignità della persona si trasforma nell’assolutizzazione delle identità, l’emancipazione rischia di perdere l’uomo.
Giuseppe Conte ha detto una cosa che, pronunciata dal leader di una delle principali forze del campo progressista italiano, pesa più di quanto possa apparire. «Alla sinistra non serve il woke», ha scritto intervenendo sul dibattito riapertosi negli Stati Uniti, aggiungendo che il vero nemico da combattere è «questa società di diseguali». Conte non rinnega la necessità di contrastare razzismo, sessismo e discriminazioni, ma contesta la trasformazione della sensibilità woke in una sorta di «religione morale autoreferenziale» capace di produrre conformismo, cancellazione del contesto storico e perfino compressione della libertà di opinione. È una distinzione importante. E, per un cristiano, persino più interessante del piccolo terremoto che sta producendo nel centrosinistra.
La questione, infatti, non riguarda soltanto Giuseppe Conte, Elly Schlein o gli equilibri del futuro campo largo. Riguarda una delle grandi contraddizioni culturali dell’Occidente contemporaneo: la possibilità che una battaglia nata per difendere persone realmente discriminate finisca per costruire un’antropologia nella quale la persona scompare dietro la propria appartenenza. Donna, uomo, nero, bianco, omosessuale, eterosessuale, colonizzatore, colonizzato, privilegiato, oppresso: categorie che possono essere necessarie per comprendere alcune ingiustizie diventano pericolose quando pretendono di spiegare interamente l’essere umano. Il cristianesimo, da questo punto di vista, possiede un antidoto formidabile perché pronuncia da duemila anni una parola assai più radicale di qualsiasi vocabolario identitario: persona.
La persona viene prima della categoria. Prima della razza, prima della classe, prima del sesso, prima della condizione sociale, prima persino delle idee che professa. È questo il fondamento sul quale la cultura cristiana ha lentamente edificato il concetto occidentale di dignità umana. Non perché le differenze non contino, ma precisamente perché nessuna differenza esaurisce l’uomo. La dignità non viene concessa da una comunità, da uno Stato, da un movimento politico o dalla conformità a un lessico approvato: appartiene all’essere umano in quanto tale. È la stessa intuizione che attraversa la dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum novarum alla Fratelli tutti: non esistono uomini sacrificabili sull’altare dell’economia, della nazione, della razza, della classe o dell’identità.
È qui che la riflessione di Conte coglie un punto essenziale. La cultura woke ha avuto il merito — che sarebbe intellettualmente disonesto negare — di costringere società spesso soddisfatte di sé a vedere discriminazioni che preferivano ignorare. Lo stesso Conte riconosce questa funzione di vigilanza nei confronti dei meccanismi culturali che marginalizzano determinate persone e identità. Il problema nasce quando dalla vigilanza si passa all’ortodossia; dalla richiesta di rispetto alla sorveglianza linguistica; dalla conoscenza della storia al processo contro la storia; dalla tutela delle minoranze alla divisione permanente dell’umanità in gruppi colpevoli e gruppi innocenti. Quando Omero e Cicerone devono sedersi sul banco degli imputati del XXI secolo, come osserva Conte, non siamo più nell’esercizio della critica storica: siamo nella costruzione di un tribunale retroattivo della coscienza.
La cancel culture rappresenta proprio questa tentazione: credere che per guarire la memoria sia necessario amputarla. Ma una civiltà adulta non cancella il proprio passato: lo comprende, lo giudica, ne riconosce le colpe e ne custodisce ciò che resta vero, bello e umano. Sant’Agostino non viene cancellato perché uomo del V secolo, Francesco d’Assisi non viene ridotto alle categorie sociologiche del Medioevo, Dante non viene espulso perché non possedeva il nostro vocabolario. Una cultura capace di contestualizzare non giustifica tutto; semplicemente rifiuta l’anacronismo morale. Il cristianesimo stesso vive di questa pazienza della storia: sa distinguere il peccato dal peccatore, l’errore dalla persona, il giudizio morale dalla damnatio memoriae.
C’è poi un secondo aspetto, forse ancora più politico. Conte riporta il discorso progressista sulle disuguaglianze: salari insufficienti, lavoro povero, operai, piccoli imprenditori, famiglie e classi medie che sperimentano una crescente insicurezza sociale. È il terreno sul quale una parte della sinistra occidentale ha progressivamente perduto il proprio popolo. Il paradosso degli ultimi decenni è sotto gli occhi di tutti: mentre il linguaggio progressista diventava sempre più sofisticato nel riconoscere identità e micro-discriminazioni, milioni di persone scivolavano nella precarietà economica, nella solitudine e nell’irrilevanza sociale. Il dibattito apertosi dopo l’intervento di Conte ruota precisamente attorno a questa priorità tra battaglie identitarie e questione sociale.
Un cristiano dovrebbe sentire qui qualcosa di molto familiare. Prima che Marx trasformasse la questione operaia in conflitto dialettico, Leone XIII aveva già denunciato la condizione di moltitudini lasciate «sole e indifese» davanti alla potenza del capitale. Prima che la parola inclusione diventasse un lemma obbligatorio del discorso pubblico, il Vangelo aveva messo al centro poveri, vedove, stranieri, ammalati, carcerati. E lo aveva fatto senza trasformarli in identità politiche antagoniste. Il povero non veniva amato perché appartenente alla categoria sociologicamente corretta, ma perché fratello. Questa differenza è enorme.
La fraternità cristiana possiede infatti qualcosa che manca tanto all’individualismo neoliberale quanto all’identitarismo esasperato: l’universalità. Se la società viene letta esclusivamente come conflitto tra identità, occorre sempre qualcuno da collocare nel campo degli oppressori. Se invece viene letta attraverso la categoria della fraternità, l’ingiustizia deve essere combattuta senza negare l’appartenenza comune. Francesco d’Assisi può abbracciare il lebbroso senza trasformare il sano in un nemico; può incontrare il Sultano senza cessare di essere cristiano; può amare il povero senza odiare il ricco. È una logica diversa: non quella della cancellazione dell’altro, ma della sua conversione e della riconciliazione.
Per questo sarebbe sbagliato anche utilizzare le parole di Conte come semplice munizione della guerra culturale della destra contro il woke. Sostituire un conformismo progressista con un conformismo conservatore non risolve nulla. Se il politicamente corretto diventa intollerante quando vieta domande, anche l’anti-woke diventa ideologico quando usa la caricatura per negare discriminazioni reali o trasformare la fragilità delle minoranze in bersaglio elettorale. Il cristiano non deve scegliere tra due tribù culturali. Deve poter dire contemporaneamente che ogni persona merita rispetto e che nessuna ideologia possiede il diritto di riscrivere la realtà; che le discriminazioni esistono e vanno combattute, ma anche che la libertà di pensiero non può essere sottoposta a un tribunale lessicale permanente.
È forse questo il punto più prezioso dell’intervento di Conte. Quando una politica progressista smette di interrogarsi sulle condizioni materiali dell’esistenza e si rifugia nella continua ridefinizione del linguaggio, lascia scoperto esattamente il terreno sul quale prosperano populismi, rancori e paure. Chi non riesce a pagare l’affitto, chi attende mesi per una visita medica, chi guadagna mille euro al mese, chi teme di perdere il lavoro, chi vede i propri figli costretti a emigrare non è necessariamente insensibile ai diritti civili. Semplicemente chiede alla politica di ricordarsi anche della propria vita. E non merita di essere liquidato come arretrato perché non possiede il vocabolario dell’ultima università americana.
La tradizione cristiana chiamerebbe tutto questo bene comune. Una categoria enormemente più esigente tanto dell’individualismo quanto dell’identitarismo, perché costringe a domandarsi non quale gruppo debba vincere, ma quale società consenta a tutti di vivere con dignità. Il bene comune non cancella le differenze, le ordina; non nasconde i conflitti, tenta di superarli; non crea cittadini moralmente puri e cittadini sospetti, ma riconosce un destino condiviso.
Conte ha dunque aperto una discussione che sarebbe miope ridurre a un regolamento di conti nel centrosinistra. Dietro la parola woke si nasconde una questione molto più grande: se la politica occidentale voglia continuare a frammentare l’uomo nelle sue appartenenze oppure tornare a guardarlo nella sua interezza. Per la cultura cristiana la risposta non può essere ambigua. Difendere ogni minoranza, certamente. Combattere ogni discriminazione, senza esitazioni. Ma ricordando che il fine ultimo non è costruire identità sempre più impermeabili tra loro. È rendere possibile l’incontro tra persone libere.
La sinistra farà bene a discutere le parole di Conte. Ma il problema supera la sinistra: un’Europa che sostituisce la persona con l’identità finisce inevitabilmente per produrre nuove esclusioni mentre pretende di cancellare le vecchie. Il cristianesimo propone qualcosa di più audace del woke e dell’anti-woke: riconoscere nell’altro non anzitutto un appartenente a una categoria, ma un fratello. Ed è forse da questa parola antichissima che la politica dovrebbe ricominciare.
