Felipe VI potrebbe visitare la città dopo la più grave crisi migratoria della sua storia. Rabat teme una provocazione, Madrid vuole riaffermare la propria presenza. Ma tra bandiere, rivendicazioni territoriali e calcoli elettorali ci sono migliaia di persone, minori e una città esausta. La politica cristiana comincia proprio da loro.

C’è qualcosa di paradossale nella crisi di Ceuta. Mentre migliaia di esseri umani attraversano una frontiera, dormono per strada, attendono di sapere dove potranno andare e diventano materia di trattative diplomatiche, la discussione politica torna ancora una volta sui simboli: una bandiera, una visita reale, una dichiarazione di sovranità.

Pedro Sánchez ha annunciato che Felipe VI visiterà Ceuta e Melilla «quando si daranno le condizioni». Non ha fissato una data, ma ha assicurato che la visita avrà luogo. Sarebbe la prima di Felipe VI da quando è salito al trono nel 2014 e la prima visita di un sovrano spagnolo dal viaggio di Juan Carlos I nel novembre 2007.

Rabat, ufficialmente, per ora tace. Ma il silenzio diplomatico non significa indifferenza. Il Marocco continua a considerare Ceuta e Melilla parte di una controversia territoriale irrisolta, mentre per Madrid le due città appartengono pienamente alla Spagna. E la memoria del 2007 pesa: allora il viaggio di Juan Carlos I provocò il richiamo dell’ambasciatore marocchino.

Il momento, inoltre, non potrebbe essere politicamente più delicato. Il Marocco voterà il prossimo 23 settembre per eleggere i 395 membri della Camera dei rappresentanti; la campagna elettorale comincerà il 10 settembre. È facile comprendere perché qualsiasi gesto riguardante Ceuta possa essere utilizzato nella competizione nazionalista interna.

Ma comprendere non significa accettare.

Uno Stato sovrano non può chiedere il permesso a un Paese vicino perché il proprio capo dello Stato visiti una parte del territorio nazionale. Se Felipe VI visita Ceuta, la visita non costituisce di per sé un atto ostile contro il Marocco. In condizioni normali dovrebbe essere precisamente questo: normalità istituzionale.

E tuttavia la politica non vive soltanto di diritti astratti. Vive anche di prudenza.

Mandare il Re a Ceuta semplicemente per dimostrare che Madrid «non ha paura di Rabat» trasformerebbe la Corona in uno strumento di muscolarità diplomatica. Sarebbe un errore. La monarchia costituzionale possiede una forza proprio perché il suo linguaggio dovrebbe rimanere diverso da quello della contesa partitica.

Il Re non dovrebbe andare a Ceuta per sfidare Mohamed VI.

Dovrebbe andarci per incontrare Ceuta.

È una differenza enorme.

Una città di circa ottantamila abitanti è stata investita alla fine di luglio da una pressione migratoria senza precedenti. Il dato ufficiale spagnolo ha raggiunto le 72.000 entrate irregolari; decine di migliaia di persone sono poi rientrate in Marocco. Alla fine di agosto, secondo le stime riportate da Reuters, tra cinquemila e ottomila persone rimanevano ancora nella città autonoma. La tragedia ha avuto anche un prezzo di sangue: almeno 96 morti confermati tra il lato spagnolo e quello marocchino.

Questi numeri dovrebbero cambiare il vocabolario della discussione.

Perché 72.000 non è più soltanto un numero migratorio. È lo sconvolgimento materiale di una piccola comunità. Significa pressione sui servizi sanitari, sulla scuola, sui centri di accoglienza, sulle forze dell’ordine, sulla vita quotidiana dei residenti. Lo stesso Governo spagnolo riconosce che la crisi umanitaria e sociale deve essere risolta prima che la visita reale possa avvenire.

Prendere sul serio questa realtà non significa diventare xenofobi.

È precisamente qui che una lettura cristiana può sottrarsi alle caricature.

Il cristianesimo non insegna che le frontiere non debbano esistere. Non insegna che uno Stato debba rinunciare al controllo del proprio territorio. Non insegna che l’accoglienza equivalga all’assenza di regole.

La Fratelli tutti contiene una formula molto più esigente e molto più equilibrata. Francesco parlava del «duplice dovere morale» di tutelare i diritti dei propri cittadini e, insieme, garantire assistenza e accoglienza ai migranti. Non uno contro l’altro: entrambi.

Questa è forse la parola che manca oggi a Ceuta: entrambi.

Deve essere protetto il cittadino ceutí che chiede sicurezza, servizi funzionanti e presenza dello Stato. Deve essere protetta la donna che teme un’aggressione. Deve essere protetto il commerciante la cui città è stata paralizzata. Ma deve essere protetto anche il ragazzo marocchino che ha attraversato il confine inseguendo una promessa falsa; il minore non accompagnato; la persona che dorme sulla strada; chi è diventato merce dei trafficanti o strumento di una battaglia politica che non comprende.

Non c’è contraddizione.

La sicurezza appartiene al bene comune. E la dignità umana non viene abolita da un ingresso irregolare.

Papa Leone XIV lo ha ricordato proprio parlando delle migrazioni durante il suo viaggio in Spagna dello scorso giugno: «Human dignity has no passport». La dignità umana non ha passaporto. Ma nello stesso intervento il Pontefice non si è limitato alla retorica dell’accoglienza: ha chiesto vie legali e sicure, lotta reale contro i trafficanti, cooperazione internazionale e politiche che permettano alle persone di vivere dignitosamente nella propria terra.

È esattamente il problema di Ceuta.

La frontiera non può diventare una valvola che qualcuno apre e chiude a seconda delle convenienze diplomatiche. Il rapporto tra Spagna e Marocco è troppo importante perché la migrazione possa diventare, anche soltanto implicitamente, una moneta di pressione politica.

Sánchez sostiene che i servizi di sicurezza spagnoli e altri servizi alleati non dispongono di elementi che provino un coinvolgimento delle autorità marocchine nell’ingresso di massa del 30 luglio. È un dato che va rispettato: un governo responsabile non può accusare un Paese vicino senza prove. Madrid sottolinea inoltre che proprio la collaborazione di Rabat ha consentito gran parte dei ritorni e rimane indispensabile per gestire quelli ancora necessari.

Ma anche questa verità non autorizza l’ingenuità.

La cooperazione con il Marocco è necessaria; la dipendenza politica dal Marocco sarebbe pericolosa. Sono due cose diverse.

Madrid deve essere capace di collaborare con Rabat sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul terrorismo e sull’economia, mantenendo nello stesso tempo una posizione limpida sulla propria sovranità e pretendendo reciprocità. Da parte sua, il Marocco può continuare a sostenere diplomaticamente le proprie rivendicazioni su Ceuta e Melilla, ma dovrebbe comprendere che la pressione esercitata attraverso la vulnerabilità delle persone sarebbe incompatibile con quella «cooperazione strategica» che entrambi i Paesi dichiarano di voler costruire.

La politica cristiana possiede una parola antica per tutto questo: prudenza. Che non significa debolezza. La prudenza è la virtù che impedisce alla forza di diventare arroganza e alla compassione di trasformarsi in irresponsabilità. Per questo una visita di Felipe VI può avere senso. Ma solo se verrà sottratta al teatro della contrapposizione.

Il Re dovrebbe andare a Ceuta non quando servirà a Sánchez per dimostrare di non essere succube di Mohamed VI, né quando servirà all’opposizione per esibire una bandiera contro il Governo, né quando potrà diventare materiale per la propaganda elettorale marocchina.

Dovrebbe andarci quando la sua presenza potrà significare che lo Stato non abbandona nessuno.

Né i ceutí. Né i poliziotti. Né i sanitari. Né le vittime della violenza. Né i bambini arrivati senza sapere quale futuro li attenda.

Proprio sui minori Leone XIV ha scelto di concentrare il Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2026: «Non è una questione di numeri o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non calcolare: anche uno solo». Ogni bambino, ricorda il Papa, possiede una dignità infinita e occorre nello stesso tempo intervenire sulle cause che lo costringono a partire e proteggerlo nei Paesi di transito e di destinazione.

Questa è la fotografia che dovrebbe accompagnare la visita reale. Non soltanto Felipe VI davanti alle bandiere spagnole. Felipe VI davanti alla complessità di Ceuta.

La Spagna non ha bisogno di chiedere scusa perché il suo Re visita una città spagnola. Ma non ha neppure bisogno di trasformare quella visita in una sfida.

Il Marocco non deve essere demonizzato, soprattutto in assenza di prove sulla responsabilità nell’ultima crisi. Ma neppure può pretendere che la sensibilità nazionalista marocchina determini la normale vita istituzionale della città.

E soprattutto, nessuno dovrebbe più utilizzare uomini, donne e bambini come scenografia di una disputa sulla sovranità.

Perché prima delle frontiere viene la persona. Ma proprio perché viene la persona, le frontiere devono essere governate.

La vera alternativa non è tra il muro e l’invasione, tra il nazionalismo e l’assenza dello Stato. È tra una politica che usa la paura e una politica capace di assumersi responsabilità.

A Ceuta oggi servono meno gesti destinati alle televisioni e più governo, più Europa, più cooperazione, più sicurezza e più umanità.

Poi potrà arrivare anche il Re.

E forse il gesto più autorevole che Felipe VI potrà compiere non sarà rivendicare Ceuta contro qualcuno, ma ricordare con la propria presenza che una nazione è davvero sovrana quando sa proteggere contemporaneamente i propri confini e la dignità di chi li attraversa.

Ceuta non può diventare né il terreno di una sfida nazionalista tra Madrid e Rabat né una terra di nessuno dove l’accoglienza coincide con l’abbandono. Il cristianesimo chiede qualcosa di più difficile: governare la frontiera senza idolatrarla, garantire la sicurezza senza trasformare lo straniero in nemico e difendere la sovranità senza dimenticare che ogni uomo resta, prima di tutto, un fratello.