Dalla Louisiana all’Africa, uomini spediti in Paesi con violenze dell’ICE sono gravissime e l’amministrazione le contesta. Ma una cosa non è contestabile: nessuna frontiera autorizza uno Stato a dimenticare che sotto le manette rimane un uomo.

Leonardo Sánchez ha quarantanove anni, è cubano e porta sull’addome i segni devastanti di una vecchia aggressione: dopo essere stato accoltellato e colpito allo stomaco, il suo intestino è rimasto protetto praticamente soltanto da un sottile strato di pelle innestata. Su un volo di deportazione partito dalla Louisiana verso l’Africa occidentale era ammanettato ai polsi e alle caviglie, con una catena stretta intorno alla vita. Ha raccontato di avere implorato assistenza medica, di avere pianto per il dolore e di non essere stato autorizzato nemmeno ad andare in bagno, fino a urinarsi addosso. Altri detenuti hanno confermato il suo racconto.

Conviene fermarsi qui. Non per sentimentalismo. Per civiltà.

Perché prima ancora di discutere di Trump, dell’ICE, dei clandestini, dei confini, del diritto all’asilo e delle espulsioni, esiste una domanda elementare: che cosa diventa uno Stato quando per applicare la legge ha bisogno di umiliare l’uomo?

Il Dipartimento della Sicurezza Nazionale statunitense respinge alcune delle accuse: sostiene che a Sánchez non sia stato negato l’uso del bagno, che sia stato dichiarato idoneo al volo, che abbia ricevuto assistenza medica e che gli agenti non gli abbiano premuto il ginocchio sull’addome. È doveroso scriverlo.

Ma proprio perché siamo cattolici e non propagandisti, dobbiamo scrivere anche il resto.

Dieci deportati intervistati hanno descritto mesi di detenzione, trasferimenti continui, paura, violenze e un volo di quattordici ore verso un continente nel quale molti di loro non sapevano neppure dove sarebbero stati condotti. Alcuni hanno affermato di essere stati picchiati quando hanno protestato. Uno di loro ha pronunciato una frase che dovrebbe entrare come un chiodo nella coscienza dell’Occidente cristiano: «Non ci hanno trattato come persone».

Ecco il punto.

La questione non è stabilire se gli Stati Uniti abbiano il diritto di espellere chi non possiede titolo per restare. Ce l’hanno. La dottrina sociale della Chiesa riconosce il diritto e il dovere degli Stati di regolare i propri confini, tutelare il bene comune e far rispettare leggi giuste. Gli stessi vescovi statunitensi lo ribadiscono mentre ricordano che sicurezza nazionale e dignità umana non sono affatto incompatibili.

Il problema comincia quando dalla parola espulsione si passa silenziosamente alla parola deumanizzazione.

È la vecchia tentazione del potere: prima cambiare il vocabolario, poi diventa più semplice cambiare il trattamento. Non hai più davanti Leonardo, Carlos, Paola. Hai un “illegal alien”, un detenuto, un rimovibile, una pratica, un numero di fascicolo. E quando l’uomo diventa una categoria burocratica, persino una catena che gli scava nell’addome sembra soltanto una procedura.

Il Vangelo, per fortuna, è un guastafeste.

Leone XIV lo ha detto pochi mesi fa davanti ai migranti nelle Canarie con parole che dovrebbero essere affisse negli uffici di ogni ministero dell’Interno del pianeta: «Non siete numeri, né fascicoli!».

Cinque parole. Fine della discussione antropologica.

Puoi espellere un uomo secondo la legge. Non puoi espellerlo dalla famiglia umana.

Puoi mettergli le manette quando ciò sia necessario. Non puoi mettergli le manette alla dignità.

Puoi accompagnarlo alla frontiera. Non puoi accompagnarlo fino all’abisso nel quale la forza pubblica smette di vedere un volto e comincia a vedere materiale umano da trasferire.

Ed è qui che la politica trumpiana delle deportazioni verso Paesi terzi mostra il suo volto più inquietante. Il volo arrivato in Liberia il 20 agosto era il primo nell’ambito di un accordo che dovrebbe portare fino a 1.200 persone nel Paese africano nell’arco di un anno; si tratta di uomini e donne che possono essere trasferiti anche in nazioni con le quali non possiedono legami personali.

Non è più soltanto il principio: “Non hai diritto di restare qui, torni nel tuo Paese”.

È qualcosa di assai più perturbante: “Non puoi restare qui e, se non possiamo mandarti a casa, troveremo un luogo sulla carta geografica disposto a prenderti”.

L’essere umano trasformato in pacco diplomatico.

Un reso senza indirizzo.

Un problema da spostare abbastanza lontano perché smetta di disturbare l’elettore.

Sánchez e altri deportati raccontano che, dopo avere rifiutato di scendere in Liberia per paura di essere abbandonati in un Paese sconosciuto, furono costretti a terra. Successivamente vennero trasferiti in Guinea Equatoriale. Là, secondo le testimonianze raccolte, furono sistemati in un albergo sorvegliato da uomini armati e avvertiti che, se avessero tentato di fuggire, avrebbero sparato loro ai piedi. Sánchez sostiene inoltre che i medici locali gli abbiano spiegato di non disporre delle attrezzature necessarie per curare seriamente il suo addome.

Naturalmente qualcuno risponderà: aveva precedenti penali.

Sánchez aveva infatti una condanna per possesso di cocaina; il Dipartimento della Sicurezza Nazionale lo definisce un criminale sottoposto a regolare procedimento e destinatario di un ordine di espulsione.

E allora?

Da quando il peccato, il reato o la condanna cancellano l’immagine di Dio?

Se il cristianesimo avesse aspettato di incontrare uomini impeccabili per riconoscere in loro una dignità inviolabile, il Golgota sarebbe rimasto deserto. Cristo non fu crocifisso tra due funzionari dell’ONU, ma tra due condannati.

È precisamente qui che il cattolicesimo diventa insopportabile per ogni ideologia. Anche per quella che magari agita il crocifisso durante una campagna elettorale.

Perché il cristiano può chiedere frontiere controllate. Può pretendere che le leggi sull’immigrazione siano rispettate. Può esigere rimpatri per chi non abbia diritto a restare. Può chiedere sicurezza contro criminalità e traffici. Ma non può aggiungere, dopo tutto questo: e dunque possiamo trattarli come bestie.

Quel “dunque” non esiste nel Vangelo.

Nella sua Magnifica Humanitas, Leone XIV ha definito il trattamento riservato ai migranti un banco di prova della giustizia sociale: rivela se una società sia governata dalla paura oppure dalla fraternità.

Ed è forse questa la parola più urticante per l’America di oggi: prova.

Non una prova per Leonardo Sánchez.

Una prova per noi.

Perché una civiltà non si misura da come tratta il potente quando entra dalla porta principale con il passaporto diplomatico. Si misura da ciò che fa dell’uomo ammanettato, sporco, colpevole, irregolare, impaurito, magari antipatico, magari persino responsabile dei propri errori.

È troppo facile difendere la dignità degli innocenti perfetti.

La dignità cristiana comincia precisamente dove finisce la simpatia.

E quando un uomo incatenato piange, chiede un bagno e invoca un medico, la prima domanda cristiana non è quale timbro abbia sul passaporto.

È quella terribile domanda che Dio rivolse a Caino:

«Dov’è tuo fratello?»

L’America può rispondere: in Liberia. In Guinea Equatoriale. Su un aereo. In un centro ICE.

Ma Dio non stava chiedendo un indirizzo.

Uno Stato serio controlla le frontiere; uno Stato giusto applica le leggi. Ma uno Stato che, per dimostrare di essere forte, ha bisogno di far sentire l’uomo impotente ha già confessato la propria debolezza. La sicurezza è un diritto. La deportazione può essere legittima. La crudeltà non lo è mai. E nessun passaporto, nessun decreto e nessuna maggioranza elettorale potranno trasformare un figlio di Dio in materiale da espulsione.