Allocuzione di Leone XIV all’Angelus dell’ultima domenica di agosto

Pietro ha appena pronunciato la più luminosa delle professioni di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Eppure basta che Gesù annunci la sofferenza, la sconfitta apparente, la Croce, perché quella fede così sicura si incrini. Pietro prende in disparte il Maestro e lo rimprovera: «Questo non ti accadrà mai».

È una scena di straordinaria umanità. Pietro crede in Gesù, ma vorrebbe indicargli il modo in cui essere il Messia. Lo riconosce come Salvatore, purché salvi il mondo secondo le sue attese: con la forza, con il successo, forse persino con la rivincita. È la tentazione di ogni fede quando smette di ascoltare e comincia a dettare le condizioni a Dio.

Nelle parole pronunciate all’Angelus, Leone XIV non nasconde l’asprezza del Vangelo. Gesù risponde infatti a Pietro con una frase che ancora oggi scandalizza: «Va’ dietro a me, Satana!». Non lo allontana, però. Gli restituisce il posto del discepolo. Pietro non deve precedere Cristo per indicargli la strada; deve tornare dietro di lui, anche quando il sentiero conduce dove non vorrebbe andare.

Forse il cuore del messaggio è proprio in questa piccola preposizione: “dietro”. La fede non consiste nel sapere in anticipo dove Dio ci porterà. Consiste nel seguirlo senza sostituirsi a lui. Non è possesso di una mappa, ma fiducia in una presenza.

Il Papa individua nel comportamento impulsivo di Pietro due insegnamenti che, a prima vista, sembrano opposti. Il primo è non interrompere mai il dialogo con il Signore, neppure quando non comprendiamo. Il secondo è non ergersi a giudici dell’agire di Dio. Parlare con sincerità, dunque, ma ascoltare con umiltà. Dire tutto, senza pretendere di avere l’ultima parola.

È una distinzione preziosa. A volte immaginiamo che la fede richieda di nascondere il dubbio, la paura, perfino la protesta. Pietro dimostra il contrario. La sua grandezza non consiste nell’essere sempre pronto, equilibrato, irreprensibile. Consiste nel rimanere dentro il rapporto con Cristo anche quando sbaglia, anche quando le parole del Maestro lo deludono.

C’è una forma di incredulità che nasce non dall’assenza di fede, ma dall’eccesso delle nostre aspettative. Crediamo, purché Dio protegga ciò che amiamo, premi ciò che consideriamo giusto, eviti la sofferenza, faccia coincidere il bene con il successo. Quando questo non accade, siamo tentati di pensare che il Signore abbia sbagliato strada, non ci abbia ascoltati o si sia dimenticato di noi.

Pietro dà voce a questa obiezione antica e modernissima: “Non può essere questo il modo”. E invece il cristianesimo comincia proprio là dove viene meno l’illusione di una salvezza senza ferite. Cristo non promette di calpestare i nemici, ma di attraversare la morte; non elimina la Croce con un gesto di potenza, la trasforma mediante l’amore.

Non si tratta di esaltare il dolore. Si tratta di riconoscere che esistono fedeltà che costano, verità che espongono, amori che chiedono di perdere qualcosa di sé. «Rinnegare sé stessi» non significa disprezzarsi, ma rinunciare alla pretesa di essere la misura assoluta della realtà e persino di Dio.

Pietro, il discepolo che aveva contestato la Croce, arriverà infine ad accettarla. Non perché abbia improvvisamente compreso tutto, ma perché avrà imparato chi seguire. La sua fede maturerà passando attraverso l’incomprensione, la paura, il rinnegamento e il perdono, fino al martirio.

È forse questa la consolazione più profonda delle parole di Leone XIV: Dio non pretende da noi una fede senza esitazioni. Ci chiede una fede che non interrompa il dialogo. Possiamo dirgli che non capiamo, che abbiamo paura, che quanto accade ci sembra ingiusto. Purché, dopo aver parlato, torniamo ad ascoltare.

Maria rimane l’immagine silenziosa di questa docilità. Non è l’obbedienza di chi non soffre o non domanda, ma quella di chi resta fin sotto la Croce. Quando Dio non ci dà ragione, la fede comincia dal coraggio di non andarcene.