Club e federazioni finanziano la vitrificazione per le atlete. Ma dietro una possibilità offerta dalla tecnica emerge una domanda bioetica radicale: siamo davvero più liberi quando congeliamo il tempo biologico, oppure stiamo costruendo una società incapace di fare spazio alla maternità?
La nuova frontiera dello sport femminile non passa soltanto dagli stadi, dai record o dai contratti milionari. Passa anche dai laboratori di medicina della riproduzione. Sempre più federazioni, club e associazioni professionistiche stanno infatti offrendo alle proprie atlete la possibilità di congelare gli ovociti, così da rinviare la maternità agli anni successivi alla fase più intensa della carriera agonistica. La Federazione calcistica spagnola sta preparando un accordo con una clinica specializzata; Chelsea, Racing Louisville e organizzazioni sportive statunitensi e britanniche hanno già introdotto forme di sostegno economico alla preservazione della fertilità.
A prima vista sembrerebbe una conquista. Finalmente lo sport prende sul serio il corpo femminile. Finalmente una giovane atleta non dovrebbe più scegliere brutalmente tra il desiderio di diventare madre e gli anni irripetibili nei quali può competere ai massimi livelli.
Eppure proprio qui comincia la bioetica.
Perché la bioetica autentica non domanda soltanto: «Possiamo farlo?». Domanda soprattutto: «Perché dobbiamo farlo?», «A quale prezzo?» e soprattutto «quale idea dell’essere umano stiamo costruendo?».
Occorre innanzitutto evitare un errore frequente nel dibattito cattolico. Un ovocita non è un embrione. La crioconservazione degli ovociti non possiede quindi lo stesso significato morale della crioconservazione embrionale: prima della fecondazione non esiste ancora un nuovo individuo umano. È una distinzione decisiva.
Anche il Magistero cattolico è più preciso di certe semplificazioni. La sintesi ufficiale della Dignitas personae precisa che la crioconservazione dell’ovocita non è «di per sé immorale»; il giudizio negativo riguarda la sua utilizzazione «in ordine al processo di procreazione artificiale». La stessa Istruzione osserva inoltre che il congelamento degli ovociti può essere prospettato in altri contesti che il documento non intende esaminare.
È una distinzione che permette di affrontare questa nuova pratica senza slogan.
La Chiesa, infatti, non è contraria alla tecnologia perché tecnologia. La Donum vitae afferma esplicitamente che gli interventi artificiali sulla procreazione non devono essere respinti semplicemente in quanto artificiali: la medicina va giudicata alla luce del bene integrale della persona.
Il problema nasce quando la tecnica, da strumento terapeutico, diventa il dispositivo attraverso il quale pretendiamo di riprogrammare la condizione umana.
Nel caso delle atlete professioniste questo rischio appare con particolare evidenza. Una carriera può iniziare nell’adolescenza e protrarsi fino ai trentacinque anni circa. Esattamente gli anni nei quali la fertilità femminile attraversa la sua stagione biologicamente più favorevole. Si crea così un conflitto singolare: il momento migliore per lo sport coincide spesso con il momento migliore per generare.
La soluzione che il mercato propone è seducente: congeliamo gli ovociti, continuiamo a correre, a giocare, a vincere; alla maternità penseremo dopo.
Ma congelare un ovocita non significa congelare il tempo.
La medicina può conservare una cellula germinale giovane; non può rendere giovane, vent’anni dopo, l’intero organismo materno. L’età della donna al momento della gravidanza continua ad avere rilevanza ostetrica. E soprattutto la crioconservazione non costituisce una garanzia di futura maternità. Le stesse società scientifiche invitano a non presentarla come una sorta di «assicurazione» sulla possibilità di avere un figlio: l’efficacia dipende dall’età al momento del prelievo, dal numero degli ovociti recuperati e da numerosi altri fattori, mentre rimangono margini di incertezza.
Nel caso delle sportive si aggiunge poi un problema ancora insufficientemente studiato. La stimolazione ovarica comporta somministrazione ormonale, prelievo degli ovociti e temporanee modificazioni dell’organismo; specialisti di medicina sportiva segnalano che mancano ancora dati sufficienti sull’incidenza di questi trattamenti su muscoli, legamenti, articolazioni e prestazioni di altissimo livello. Durante il trattamento possono diminuire energia e rendimento e aumentare alcuni rischi legati all’attività agonistica.
Ma il punto più interessante, per una bioetica cristiana, non è neppure questo.
È la libertà.
Quando una società finanzia il congelamento degli ovociti ma continua a considerare la gravidanza una parentesi problematica nella carriera di una donna, siamo sicuri di aver aumentato la sua libertà?
Un beneficio aziendale o sportivo può essere autenticamente liberante. Ma può anche trasformarsi, senza che nessuno lo imponga esplicitamente, in una forma sottile di pressione: «Hai la possibilità di congelare gli ovociti, dunque perché interrompere adesso la carriera?».
Persino il Comitato etico dell’American Society for Reproductive Medicine, pur favorevole all’accesso alla crioconservazione programmata, riconosce questo pericolo: le donne non dovrebbero mai sentirsi spinte a congelare gli ovociti e rinviare la maternità come prova della propria dedizione professionale. Lo stesso organismo avverte che simili programmi possono permettere alle strutture lavorative di evitare il problema più difficile: cambiare le proprie regole affinché lavoro e maternità possano convivere.
Qui il pensiero cristiano incontra, sorprendentemente, una delle intuizioni più profonde del femminismo: non sempre adattare tecnologicamente il corpo della donna alle strutture esistenti significa liberare la donna. Talvolta significa semplicemente rendere quelle strutture ancora meno disponibili a cambiare.
La domanda allora dovrebbe essere rovesciata.
Non: come possiamo permettere a una donna di rimandare la maternità per non interrompere la carriera?
Ma: come possiamo organizzare sport, lavoro e società affinché una donna non debba sacrificare né la maternità né la propria vocazione professionale?
È significativo che alcune atlete siano già tornate ad altissimi livelli dopo una gravidanza. Il mondo sportivo sta imparando lentamente ad accompagnare gravidanza e post-partum, anche se gli ostacoli rimangono numerosi. Questo dovrebbe essere il vero terreno della rivoluzione: contratti che tutelino le madri, ranking protetti, tempi di recupero, assistenza sanitaria, sostegno economico, possibilità reale di avere figli senza essere considerate professioniste dimezzate.
La prospettiva cristiana aggiunge infine qualcosa che nessuna tecnica può offrire.
La generazione non è la produzione di un risultato futuro. Il figlio non è un progetto conservato nell’azoto liquido in attesa che arrivi il momento professionalmente più conveniente. È una persona che viene accolta.
La Donum vitae usa qui una categoria che il linguaggio contemporaneo fatica persino a pronunciare: il «dono». Il figlio non è qualcosa di dovuto né un oggetto sul quale esercitare un diritto di proprietà; la generazione appartiene alla logica della relazione e della donazione, non a quella della disponibilità tecnica.
È precisamente questo il nodo morale che riappare quando gli ovociti congelati vengono successivamente destinati alla fecondazione in vitro. Per l’antropologia cristiana la medicina può aiutare la capacità generativa dell’uomo e della donna, ma non dovrebbe sostituirsi all’atto personale dal quale nasce una nuova vita. È su questa dissociazione tra generazione e atto coniugale che si fonda il giudizio negativo della Chiesa sulla fecondazione in vitro, non su una generica diffidenza verso la scienza.
Per questo sarebbe sbagliato trasformare le atlete che scelgono la vitrificazione in imputate di un processo morale. Dietro quelle scelte vi sono desideri comprensibili, carriere fragili, contratti, paura di perdere il proprio posto, il trascorrere del tempo e spesso il desiderio autentico di una futura maternità.
La bioetica cristiana non comincia dal dito puntato.
Comincia dalla domanda su quale società stiamo offrendo loro.
Una società veramente amica della donna non dovrebbe limitarsi a pagare perché conservi a venticinque anni gli ovociti che forse utilizzerà a quaranta. Dovrebbe costruire condizioni nelle quali diventare madre a ventotto, trenta o trentadue anni non significhi scomparire dal lavoro, dallo sport o dalla vita pubblica.
Perché c’è qualcosa che neppure il più sofisticato laboratorio può vitrificare: il tempo della vita.
E una civiltà che per funzionare deve chiedere sistematicamente alla maternità di aspettare dovrebbe forse interrogarsi non sulla fertilità delle donne, ma sulla sterilità delle proprie strutture sociali.
La tecnologia può custodire un ovocita, non può custodire da sola il significato della maternità. La vera emancipazione non consiste nel rendere il corpo femminile sempre più compatibile con le esigenze del mercato, ma nel rendere il mercato, lo sport e il lavoro finalmente compatibili con la vita.
