Il messaggio della nuova Guida suprema iraniana ai Paesi del Golfo nasce dentro una ferita reale: Gaza, la Cisgiordania, la violenza dei coloni, l’impotenza diplomatica araba e la percezione di un Occidente troppo indulgente verso Israele. Ma proprio perché questa sofferenza è reale, sarebbe tragico trasformarla nell’ennesima chiamata alle armi. Il Medio Oriente ha bisogno di giustizia, non di nuove mitologie del nemico.
Mojtaba Khamenei ha invitato i leader del Golfo a riconoscere il «vero nemico» negli Stati Uniti e in Israele. È un linguaggio duro, figlio della tradizione politica della Repubblica islamica e di decenni di conflitto regionale. Ma sarebbe troppo facile liquidarlo come pura propaganda. Le parole iraniane trovano ascolto perché intercettano un sentimento ormai profondo nel mondo arabo e musulmano: la convinzione che la tragedia palestinese continui a essere tollerata, amministrata, perfino normalizzata mentre la comunità internazionale moltiplica dichiarazioni e riduce sempre più la propria capacità di incidere.
La Cisgiordania è diventata uno dei luoghi nei quali questa contraddizione appare con maggiore evidenza. L’aggressione alla troupe della NBC e a una donna palestinese nel villaggio di Jalud non è soltanto un episodio di cronaca. Quando uomini incappucciati possono colpire con bastoni e pietre giornalisti e civili, il problema non riguarda soltanto l’ordine pubblico israeliano: riguarda l’immagine stessa dello Stato di diritto e la credibilità di chi sostiene che sicurezza e democrazia possano procedere insieme.
Ancora più grave, sul piano simbolico, è il linguaggio di Itamar Ben Gvir. Un ministro che si compiace pubblicamente delle condizioni carcerarie ridotte «al minimo» non rafforza Israele. Lo indebolisce. La sofferenza degli ostaggi israeliani è stata atroce e non deve essere minimizzata, ma proprio quella sofferenza dovrebbe impedire di trasformare la durezza verso i detenuti in motivo di orgoglio politico. La civiltà giuridica comincia nel momento in cui si decide che il comportamento del nemico non stabilirà il nostro.
È qui che il messaggio iraniano acquista forza. Non perché Teheran possieda una superiore autorità morale, ma perché ogni violenza dei coloni, ogni umiliazione esibita, ogni cedimento alla vendetta permette all’Iran di presentarsi come interprete di una causa che appartiene in realtà a un popolo, quello palestinese, e non dovrebbe essere monopolizzata da nessuna potenza regionale.
L’Iran ha certamente interessi strategici propri, così come li hanno Israele, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, la Turchia e le monarchie del Golfo. Ma il Mediterraneo allargato non può essere pensato soltanto come una scacchiera nella quale ogni popolo viene ridotto a pedina. I palestinesi non possono essere soltanto lo strumento dell’influenza iraniana. Gli israeliani non possono essere ridotti alla caricatura di un avamposto occidentale. Gli iraniani non possono essere descritti come un corpo estraneo destinato eternamente alla guerra con il resto della regione.
La prospettiva cristiana obbliga a una lettura più esigente. La pace non nasce dall’equidistanza morale tra aggressore e vittima, ma neppure dalla costruzione di identità fondate sul nemico. Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, ricordava che la convivenza internazionale può reggersi soltanto su verità, giustizia, amore e libertà. Sono parole che sembrano deboli quando volano missili e droni, ma diventano rivoluzionarie proprio perché chiedono ciò che la geopolitica tende a escludere: riconoscere nell’altro un soggetto con il quale un giorno sarà necessario convivere.
Anche per questo Israele dovrebbe comprendere che la propria sicurezza non può essere separata dalla dignità palestinese. Uno Stato circondato da popolazioni umiliate non diventa più sicuro accumulando deterrenza. Al contrario, alimenta generazioni nelle quali la memoria della sofferenza rischia di trasformarsi in desiderio di rivalsa.
E l’Iran, da parte sua, potrebbe esercitare una responsabilità storica diversa: usare il proprio peso per favorire un equilibrio regionale, non soltanto per consolidare un fronte. La difesa dei palestinesi acquisterebbe maggiore forza morale se fosse sottratta alla retorica dell’annientamento del nemico e riportata alla questione fondamentale: il diritto di due popoli a vivere con sicurezza, dignità e futuro.
Il vero fallimento del Medio Oriente non è che iraniani, israeliani, arabi e palestinesi abbiano interessi differenti. È che questi interessi vengano continuamente trasformati in identità inconciliabili.
Per questo il messaggio di Khamenei merita attenzione, ma anche una correzione radicale: il problema non è individuare per sempre il «vero nemico». Il problema è impedire che ogni generazione abbia bisogno di inventarne uno nuovo.
Il Medio Oriente non uscirà dalla sua tragedia scegliendo quale popolo debba diventare il nemico assoluto dell’altro. La causa palestinese resta una questione di giustizia e la violenza dei coloni, insieme alla radicalizzazione di una parte della politica israeliana, la rende ogni giorno più urgente. Ma anche Teheran può scegliere se trasformare questa ferita in uno strumento di potenza o contribuire a una diversa architettura regionale. La pace non nascerà dall’oblio delle colpe: nascerà quando iraniani, israeliani, palestinesi e arabi smetteranno di pensare che la propria sicurezza dipenda necessariamente dalla paura dell’altro.
