Spari all’ippodromo di Schachen alla fine dell’Aarauer Rave. Cinque feriti, due italiani già dimessi. Caccia all’uomo, indaga anche l’antiterrorismo.
Maria Spinelli, 22 anni, originaria di Atri e residente in Svizzera per lavoro, è morta nella notte tra sabato e domenica in una sparatoria esplosa intorno alle 2.30 all’ippodromo di Schachen, ad Aarau, nel canton Argovia. L’attacco è avvenuto a margine dell’Aarauer Rave Vol. 7, festa techno con circa 3.500 persone. Altre cinque persone, tra i 24 e i 27 anni, sono rimaste ferite. L’autore o gli autori sono ancora ricercati. I moventi restano ignoti: non si esclude un attentato.
La musica si era appena spenta. Poco dopo le 2.30, all’ippodromo di Schachen, migliaia di persone stavano lasciando l’Aarauer Rave. I bassi della techno, che per ore avevano tenuto insieme corpi e notti, si erano fermati. Qualcuno ha scambiato i primi colpi per fuochi d’artificio. Non lo erano.
Maria Spinelli non era una turista di passaggio. Nata ad Atri, in provincia di Teramo, aveva vissuto anche a Città Sant’Angelo. Come tanti suoi coetanei delle province italiane, aveva scelto la Svizzera per lavorare e costruirsi una vita. Aveva già messo radici: un impiego, una residenza, una routine oltre le Alpi. È morta sul posto per le ferite. Le altre cinque persone colpite — quattro uomini e una donna — sono tutte domiciliate in Svizzera. Due sono italiane e sono già state dimesse. Tutte avevano tra i 20 e i 30 anni.
Il rave, nella sua forma più pura, è un patto fragile: un luogo in cui si sospende il giorno, si affida il corpo al ritmo e si pretende che il mondo resti fuori. L’ippodromo di Schachen, di notte, era esattamente quello. Un recinto di luce e suono in un Paese che, per reputazione e per abitudine, sembra il meno adatto a ospitare questo tipo di violenza. La Svizzera non è il teatro abituale delle stragi. Proprio per questo lo shock è più nudo. Non c’è lo schema già pronto. C’è solo il contrasto: la pista da ballo e i colpi, il deflusso verso le uscite e la corsa nel buio.
Maria appartiene a una generazione che ha imparato presto che il futuro, a volte, sta dall’altra parte del confine. L’emigrazione italiana in Svizzera non è più soltanto quella dei padri e dei nonni, fatta di cantieri e valigie di cartone. È anche questa: giovani che partono da Atri non per disperazione totale, ma per un calcolo di possibilità. Trovare un lavoro, una stanza, un “qui” che a casa fatica ad arrivare. Poi, in una notte qualunque, quel “qui” si incrina.
Non sappiamo ancora se sia stato un gesto folle, una vendetta, un atto terroristico o qualcosa di più opaco. Le indagini sono aperte, la caccia è vasta, ci sono elicotteri, polizie di due Paesi, appelli a inviare video. Giorgia Meloni ha espresso cordoglio e chiesto piena luce. Ignazio Cassis ha chiamato Antonio Tajani. Sono i gesti necessari della diplomazia. Non restituiscono nulla.
C’è un particolare che i testimoni ripetono e che merita di essere ascoltato: gli spari scambiati per fuochi d’artificio. È il dettaglio più letterario e più vero. In una festa, il rumore improvviso viene prima interpretato come spettacolo. Solo dopo diventa minaccia. Quella frazione di secondo — il tempo in cui il cervello rifiuta l’evidenza — è il ritratto della nostra epoca: siamo così abituati alla festa e così poco preparati alla ferocia che persino il suono della morte ci arriva mascherato da festa.
Maria Spinelli aveva 22 anni. Aveva lasciato l’Abruzzo. Aveva trovato un lavoro in Svizzera. Era uscita a ballare. Questo, al momento, è quasi tutto ciò che possiamo dire di lei senza inventare. Ed è già troppo, e già troppo poco. Il resto appartiene alla famiglia e al silenzio che ora le è dovuto.
All’ippodromo di Schachen la musica si è spenta due volte: prima per programma, poi per sempre. Tra l’una e l’altra c’è lo spazio in cui una vita è stata interrotta.
