Il progetto “Riusiamoli”, promosso da Cgil, Spi, Libera, Udu e Rete degli studenti medi, parte da Bologna, Firenze, Milano, Napoli e Roma. Una risposta concreta all’emergenza abitativa degli studenti e, insieme, un modo per restituire alla comunità ciò che la criminalità aveva sottratto.
C’è una giustizia che non si limita a togliere il maltolto, ma prova a trasformarlo. Un appartamento confiscato può diventare il luogo in cui uno studente trova un letto a un prezzo sostenibile; un immobile appartenuto alla criminalità può riempirsi di libri, incontri, generazioni che si parlano. È forse questa l’immagine più efficace della vittoria dello Stato: non il bene chiuso dietro una porta, ma quella porta finalmente riaperta alla società.
Il progetto si chiama significativamente “Riusiamoli” e la sua forza sta proprio in quel verbo. Non basta confiscare. Occorre riusare, restituire, far vivere. L’iniziativa promossa da Cgil, Spi, Libera, Unione degli universitari e Rete degli studenti medi muove i primi passi in cinque grandi città universitarie — Bologna, Firenze, Milano, Napoli e Roma — con l’obiettivo di trasformare beni sottratti alle mafie e alla corruzione in studentati e spazi pubblici di aggregazione.
Qui la legalità smette di essere una parola da convegno e diventa una stanza, una cucina condivisa, un tavolo sul quale preparare un esame. Il messaggio simbolico è perfino più importante dei metri quadrati recuperati: là dove il potere criminale aveva accumulato ricchezza attraverso la paura e il sopruso, entrano giovani che costruiscono il proprio futuro attraverso lo studio. Il rovesciamento è quasi evangelico: ciò che era stato strumento di dominio viene restituito al servizio.
È il solco aperto da Pio La Torre, che aveva compreso quanto fosse decisivo colpire le organizzazioni criminali nei patrimoni, e poi proseguito dalla straordinaria mobilitazione civile di Libera, capace di fare del riutilizzo sociale dei beni confiscati non una questione burocratica, ma una pedagogia collettiva della responsabilità.
E oggi quella intuizione incontra un’altra emergenza italiana: quella della casa. Chi ha figli universitari fuori sede conosce bene il problema. Affitti sempre più pesanti, stanze introvabili, famiglie costrette a compiere sacrifici sproporzionati. Il diritto allo studio rischia così di dipendere dal codice postale della famiglia e dalla consistenza del suo conto corrente. È una disuguaglianza silenziosa, perché non impedisce formalmente a nessuno di iscriversi all’università, ma rende per molti concretamente quasi impossibile frequentarla lontano da casa.
La Dottrina sociale della Chiesa ci offre qui una chiave di lettura sorprendentemente attuale. La proprietà privata è un diritto, ma non è un assoluto; porta con sé una funzione sociale e rimane ordinata alla destinazione universale dei beni. Quanto più eloquente diventa questo principio quando si tratta di patrimoni accumulati illegalmente. Restituirli alla collettività non significa soltanto riparare un danno: significa trasformare un bene deformato dall’ingiustizia in uno strumento di bene comune.
C’è poi un’altra intuizione preziosa nel progetto: l’incontro fra generazioni. Non soltanto alloggi, dunque, ma luoghi nei quali studenti, giovani e anziani possano condividere spazi e attività. In un Paese nel quale la solitudine cresce tanto nelle camere degli anziani quanto nelle stanze degli studenti fuori sede, ricostruire legami è un autentico investimento sociale. Papa Francesco ha insistito tante volte sulla necessità di un’alleanza fra giovani e anziani: i primi hanno bisogno di radici, i secondi di futuro. Uno studentato concepito anche come luogo di convivenza intergenerazionale potrebbe diventare un piccolo laboratorio di quella fraternità che spesso invochiamo e raramente organizziamo.
A Roma il progetto comincia già a prendere una forma concreta: è stato individuato un appartamento di circa 150 metri quadrati confiscato a una famiglia legata alla ’ndrangheta, destinato, attraverso il percorso pubblico di assegnazione, a diventare un centro polifunzionale di aggregazione intergenerazionale. Non cambierà da solo l’emergenza abitativa della Capitale, naturalmente. Ma le grandi trasformazioni spesso cominciano da esperienze che dimostrano che un’alternativa è possibile.
Occorre però evitare che l’entusiasmo nasconda le difficoltà. Il patrimonio confiscato è vasto, ma trasformare un immobile in un servizio sociale richiede risorse, lavori, amministrazioni efficienti, procedure rapide e gestioni trasparenti. Un bene confiscato lasciato per anni nel degrado rappresenta una sconfitta quasi quanto il suo mancato sequestro, perché comunica al territorio l’incapacità dello Stato di completare ciò che ha iniziato. Per questo la collaborazione tra associazioni, sindacati, università ed enti locali deve essere accompagnata da controlli rigorosi e da una chiara responsabilità pubblica.
“Riusiamoli” contiene dunque una piccola lezione politica. Nell’Italia spesso divisa tra chi invoca sicurezza e chi domanda diritti sociali, il recupero dei beni confiscati dimostra che le due cose possono camminare insieme. Combattere le mafie significa anche offrire case agli studenti. Difendere la legalità significa rendere più concreto il diritto allo studio. Sottrarre ricchezza alla criminalità significa restituire opportunità a chi ne ha meno.
Le esperienze delle terre di don Peppe Diana, delle cooperative sorte sui patrimoni confiscati e delle tante realtà che da anni lavorano sui beni restituiti alla società hanno già mostrato che la risposta più forte alla cultura mafiosa non è soltanto il carcere. È vedere un campo che torna a produrre lavoro, una villa trasformarsi in comunità, una casa del boss diventare la casa di uno studente.
Forse la legalità più convincente è proprio questa: non quella che si limita a mettere i sigilli, ma quella che toglie i sigilli e restituisce le chiavi alla comunità. Dove ieri entravano il privilegio e la prepotenza, domani potrebbe entrare un ragazzo con una valigia e qualche libro. E in quella stanza conquistata allo studio c’è già, senza retorica, una piccola sconfitta delle mafie e una grande vittoria del bene comune.
