Mentre Buenos Aires rialza la voce contro Londra sulle Falkland, Milei lavora a una rete continentale delle destre sempre più vicina a Washington. Ma la libertà dei popoli non può significare cambiare un padrone con un altro.
Javier Milei riscopre la patria. Lo fa guardando verso l’Atlantico meridionale, dove le Malvinas tornano improvvisamente al centro del discorso nazionale argentino. Minaccia sanzioni contro le compagnie impegnate nello sfruttamento petrolifero, annuncia il potenziamento della presenza navale nella Terra del Fuoco e ripete che quelle isole appartengono all’Argentina «per storia e per diritto». Londra risponde che le Falkland sono britanniche e che la volontà degli isolani non è negoziabile. Ma dietro il vecchio contenzioso coloniale ne appare un altro, molto più contemporaneo: mentre Milei rivendica sovranità contro il Regno Unito, lega sempre più strettamente il destino politico dell’Argentina alla strategia degli Stati Uniti nell’America Latina. È qui che la parola sovranismo comincia a diventare problematica.
La coincidenza temporale è quasi didascalica. Il 3 settembre Milei apre a Santiago del Cile il Foro Madrid e invita apertamente le destre latinoamericane a organizzarsi su scala internazionale. Se la sinistra ha costruito per decenni le proprie reti, sostiene il presidente argentino, anche conservatori e liberali devono dotarsi di una struttura permanente capace di combattere una battaglia politica e culturale continentale. Al vertice non manca una significativa presenza statunitense e il programma dedica addirittura un panel a «Il nuovo ruolo degli Stati Uniti in Iberoamerica». Poche ore dopo Milei torna a Buenos Aires e pronuncia il discorso sulle Malvinas.
Non c’è nulla di illegittimo nel fatto che partiti conservatori si coordinino internazionalmente. Lo fanno da sempre socialisti, popolari, liberali, verdi. Il problema nasce quando l’alleanza ideologica finisce per sovrapporsi a una precisa sfera di influenza geopolitica.
L’America Latina conosce bene questa storia.
La Dottrina Monroe nasce nel 1823 con una formulazione assai diversa dalla caricatura che spesso ne viene fatta: gli Stati Uniti ammonivano le potenze europee a non tentare nuove colonizzazioni nel continente americano. In origine significava essenzialmente impedire il ritorno degli imperi europei nelle giovani repubbliche latinoamericane. Ma nel 1904 Theodore Roosevelt ne estese radicalmente il significato. Con il cosiddetto Roosevelt Corollary, Washington cominciò ad attribuirsi un diritto di intervento nell’emisfero occidentale, fino ad assumere il ruolo di una sorta di poliziotto regionale. Cuba, Nicaragua, Haiti, Repubblica Dominicana avrebbero sperimentato concretamente quanto fosse sottile il confine tra protezione e tutela, tra influenza e subordinazione. Lo riconosce la stessa ricostruzione storica del Dipartimento di Stato americano.
È da quella lunga storia che nasce l’espressione, certamente brutale ma efficace, dell’America Latina considerata come il «giardino di casa» degli Stati Uniti.
Ed è precisamente questo il rischio che oggi dovrebbe preoccupare anche chi, da cristiano, non ha alcuna nostalgia per i regimi autoritari della sinistra latinoamericana, per il chavismo o per le loro degenerazioni. Criticare quelle esperienze non obbliga a consegnare il continente a un altro centro imperiale. La libertà non consiste nello scegliere da quale potenza dipendere.
Nel marzo scorso Donald Trump ha riunito in Florida una coalizione di governi latinoamericani amici nell’ambito dello “Shield of the Americas”, ufficialmente costruito contro narcotraffico e criminalità organizzata, ma accompagnato da una chiara preoccupazione americana per l’espansione dell’influenza cinese nell’emisfero. Tra i leader presenti c’erano Milei e altri protagonisti della nuova destra continentale.
Non occorre immaginare stanze oscure o complotti internazionali. La geopolitica è molto più semplice e molto più antica: ogni grande potenza cerca governi amici, costruisce alleanze, premia interlocutori affidabili, contiene i concorrenti e tenta di ridurre lo spazio politico dei propri avversari. Gli Stati Uniti lo fanno, la Cina lo fa, la Russia lo fa. Il problema comincia quando l’America Latina smette di essere soggetto della propria storia e torna a essere terreno sul quale altri disputano la loro partita.
Il divide et impera del XXI secolo non ha necessariamente bisogno dei Marines. Può passare attraverso investimenti, credito, accesso ai mercati, cooperazione militare, sanzioni selettive, appoggi elettorali, reti culturali e alleanze ideologiche. Washington ha già avuto un ruolo decisivo nel sostegno finanziario ricevuto dall’Argentina negli ultimi anni, mentre Milei ha fatto del rapporto con Trump uno degli assi della propria politica internazionale. Lo stesso presidente argentino ha presentato la possibile revisione della neutralità americana sulle Malvinas come il frutto dell’affidabilità strategica dimostrata da Buenos Aires verso gli Stati Uniti.
E qui emerge una contraddizione difficilmente eludibile. Può un governo proclamarsi inflessibile difensore della sovranità nazionale contro Londra e, contemporaneamente, considerare una benedizione politica l’ingresso sempre più profondo nella sfera strategica di Washington?
La domanda diventa ancora più urgente considerando le difficoltà interne di Milei. Il governo arriva a questa stagione dopo scandali e tensioni che ne hanno logorato l’immagine: il capo di Gabinetto Manuel Adorni si è dimesso il 27 giugno mentre era indagato per presunto arricchimento illecito; all’interno del mileismo sono emerse divisioni; il consenso del presidente è sceso sensibilmente rispetto alla fase iniziale del mandato. La stessa stampa argentina ha letto il rilancio delle Malvinas anche come il tentativo di Milei di riprendere l’iniziativa politica e ricompattare un Paese su una causa capace di attraversare gli schieramenti.
Sarebbe tuttavia un errore liquidare per questo la questione delle Malvinas come semplice diversivo. Quella ferita appartiene alla memoria nazionale argentina e porta con sé una questione coloniale che merita una soluzione politica, diplomatica e pacifica. Il petrolio scoperto e programmato nell’area rende oggi il contenzioso ancora più delicato: il progetto Sea Lion dovrebbe avviare la produzione nel 2028 e coinvolge interessi economici di enorme valore.
Proprio per questo servirebbe meno propaganda e più diplomazia.
La prospettiva cristiana offre, su questo terreno, un criterio sorprendentemente libero. La Dottrina sociale della Chiesa non canonizza né la destra né la sinistra, né il mercato né lo Stato. Non sostituisce l’internazionalismo socialista con un’internazionale conservatrice. Chiede che la politica sia ordinata alla dignità della persona, al bene comune, alla solidarietà tra i popoli e alla pace.
La patria è un bene. Il patriottismo può essere una virtù. Ma quando la nazione diventa idolo, oppure quando il patriottismo viene utilizzato per costruire permanentemente un nemico, esso smette di servire il popolo. E vale la stessa cosa per l’ideologia. Una destra latinoamericana organizzata esclusivamente contro una sinistra presentata come un «cancro» rischia di riprodurre esattamente quella logica della polarizzazione che pretende di combattere. La politica cristiana non può alimentarsi dell’annientamento morale dell’avversario. L’avversario politico resta una persona, un cittadino, spesso un fratello nella stessa comunità nazionale.
È questa forse la questione che Milei dovrebbe porsi mentre guarda alle Malvinas.
L’Argentina ha certamente diritto a difendere i propri interessi, la propria memoria e le proprie rivendicazioni attraverso gli strumenti del diritto internazionale e della diplomazia. Ma la sovranità è indivisibile. Non può essere sacra quando il potere viene da Londra e negoziabile quando arriva da Washington.
E soprattutto l’America Latina non dovrebbe essere condannata ancora una volta a scegliere tra imperi.
Non il cortile degli Stati Uniti. Non la piattaforma economica della Cina. Non il terreno di penetrazione della Russia. Non il laboratorio ideologico di una nuova internazionale delle destre o delle sinistre. Ma un continente di popoli adulti, capaci di cooperare senza consegnarsi, di commerciare senza diventare dipendenti, di difendere la propria identità senza trasformarla in ostilità.
La vera emancipazione latinoamericana comincerà forse quando Washington smetterà di considerare il Sud come una propria zona naturale d’influenza, ma anche quando i governanti latinoamericani smetteranno di cercare a Washington la certificazione della propria legittimità.
Perché il principio cristiano della fraternità politica porta esattamente nella direzione opposta al divide et impera: non creare blocchi contrapposti da governare attraverso la paura, ma costruire comunità di popoli liberi nelle quali il più forte rinuncia alla tentazione di dominare e il più debole non è costretto a cercarsi un padrone.
Le Malvinas, allora, potrebbero diventare qualcosa di più di una bandiera agitata durante una crisi politica. Potrebbero ricordare all’intera America Latina una verità molto più esigente: non basta cacciare il colonialismo dalle proprie isole. Bisogna impedirgli di rientrare, sotto un’altra bandiera, dalla porta principale.
Milei può rivendicare le Malvinas contro Londra e costruire alleanze con Washington. Ma se il nuovo sovranismo latinoamericano significa soltanto passare dalla vecchia dipendenza europea a una rinnovata sfera d’influenza statunitense, di sovrano resterà ben poco. Per la visione cristiana della politica i popoli non sono pedine di un impero né clienti di una superpotenza: sono comunità libere chiamate alla fraternità. E nessun “giardino di casa”, per quanto grande sia il proprietario, può sostituire la casa comune.
