Lorena chiama il 112 dal bagagliaio dell’auto mentre l’ex la porta verso l’A1. Sul viadotto una poliziotta si inginocchia e tenta per lunghi minuti di impedire all’assassino di suicidarsi. Una tragedia che interroga la nostra idea dell’amore, l’educazione dei ragazzi e anche la capacità delle istituzioni di trasformare una richiesta disperata di aiuto in un intervento immediato.

Una donna chiusa nel bagagliaio di un’automobile riesce a telefonare alla polizia e a dire che l’uomo al volante l’ha rapita e vuole ucciderla. Dall’altra parte una centrale operativa cerca di localizzarla mentre il Suv corre verso l’Appennino. Poco dopo, sul cavalcavia dell’A1 a Barberino del Mugello, un’altra donna, una poliziotta, si inginocchia sull’asfalto e supplica per lunghi minuti l’assassino di non gettarsi nel vuoto. In mezzo a queste due immagini c’è tutta la tragedia di Lorena Isceri: una vita che chiede di essere salvata e un uomo incapace di accettare che una relazione possa semplicemente finire.

Non è una tragedia d’amore. L’amore non rapisce, non lega, non chiude una donna nel bagagliaio di un’automobile, non la conduce verso un cavalcavia e non decide che, se una relazione è finita, debba finire anche la vita dell’altra persona. Quello di Barberino è un femminicidio, ed è necessario partire da questa parola perché troppe volte, davanti a storie simili, il linguaggio finisce per attenuare la responsabilità di chi uccide. Si parla di gelosia, di disperazione, di gesto folle, di amore malato. Ma il punto è più semplice e insieme più difficile da accettare: una donna decide di interrompere una relazione e un uomo non accetta quella decisione.

Lorena Isceri riesce a chiedere aiuto mentre è prigioniera nel bagagliaio. Telefona, parla, fornisce elementi utili. La conversazione con il 112 dura circa venti minuti. Il cellulare viene localizzato mentre si sposta lungo l’A1 e le immagini delle telecamere autostradali consentono di individuare il Suv. Ma il mezzo non viene raggiunto in tempo. È un dato che impressiona da solo e non ha bisogno di essere caricato di polemica: una donna sequestrata riesce a comunicare per diversi minuti mentre viene trasportata verso la morte e, nonostante gli strumenti tecnologici disponibili, il soccorso non arriva prima che il progetto dell’assassino si compia. Anche questo è un elemento sul quale le istituzioni dovranno riflettere, perché ogni tragedia dovrebbe servire almeno a capire se la prossima richiesta di aiuto potrà essere trasformata più rapidamente in un intervento concreto.

Sul viadotto entrano in scena anche automobilisti di passaggio e testimoni che vedono quell’uomo fermo sul cavalcavia. Quando arrivano gli agenti, Federico Vella è ormai oltre il guardrail. Ed è qui che compare una delle immagini più forti dell’intera vicenda: una poliziotta si inginocchia davanti a lui, gli parla, lo supplica di non buttarsi, cerca per lunghi minuti di stabilire un contatto. Anche i vigili del fuoco si abbassano sull’asfalto. Davanti a loro c’è l’uomo che ha appena ucciso Lorena, eppure nessuno rinuncia a tentare di salvarlo. C’è una grande umanità in questa scena, proprio perché non cancella la colpa e non confonde vittima e carnefice. Lorena resta la vittima, Vella resta l’uomo che la uccide. Ma quella poliziotta inginocchiata ci ricorda che uno Stato civile non decide chi merita di vivere e chi no: prova a salvare, persino quando davanti ha chi ha appena commesso un male enorme.

Per un cristiano questa immagine ha una forza ancora maggiore. La dignità della persona non coincide con la sua innocenza. Anche il colpevole conserva una dignità che non può essere cancellata, e proprio per questo la scena appare ancora più stridente: una sconosciuta prova a salvare la vita dell’assassino, mentre l’assassino non riconosce alla donna che ha detto di amare neppure il diritto di scegliere di non stare più con lui. È qui il cuore della tragedia di Barberino. Una relazione può finire, anche male, anche lasciando rabbia, frustrazione, umiliazione, senso di abbandono. Ma nessuna sofferenza dà il diritto di possedere un’altra persona.

Una donna può dire basta. Può non amare più. Può scegliere un’altra strada. Può interrompere una relazione. E l’uomo deve imparare ad accettarlo. È forse una delle grandi fragilità della cultura maschile contemporanea: trasformare il rifiuto in una ferita narcisistica, e quella ferita in controllo, ossessione o vendetta. Il problema non è un eccesso di amore, ma la sua degenerazione in possesso. “Sei mia” è una frase che contiene già un equivoco radicale, perché nessun essere umano appartiene a un altro essere umano. L’amore cristiano, prima ancora di ogni teoria contemporanea sulle relazioni, dovrebbe ricordarcelo: Dio ama lasciando libera la creatura, Cristo non costringe nessuno a seguirlo, l’amore autentico presuppone sempre la libertà dell’altro. Quando il rapporto diventa controllo, sorveglianza, ricatto, minaccia o persecuzione, non siamo più nella logica del dono ma in quella del dominio.

Per questo la risposta non può essere soltanto penale. La pena interviene quando il male è già avvenuto; bisogna arrivare prima, e bisogna cominciare dalla scuola. Non con ideologie o slogan, ma con un’educazione seria alla relazione, al rispetto, al limite, al consenso, alla gestione della rabbia e soprattutto alla capacità di accettare un no. No significa no anche quando ieri era sì. Bisogna insegnare ai ragazzi che si può essere lasciati, che si può soffrire, che si può piangere, che si può attraversare una separazione senza perdere la propria dignità e senza distruggere quella dell’altro. La nostra società educa molto alla vittoria e pochissimo alla sconfitta, ma vivere significa anche non essere scelti, essere respinti, vedere finire un rapporto nel quale avevamo investito tutto. La maturità non consiste nell’evitare queste ferite, ma nell’attraversarle senza trasformare il dolore in violenza.

Un uomo lasciato può stare male, può sentirsi smarrito, può chiedere aiuto a uno psicologo, parlare con un sacerdote, telefonare a un amico, riconoscere di non farcela da solo. Nulla di tutto questo lo rende meno uomo. Al contrario, riconoscere la propria fragilità è infinitamente più adulto che trasformare una ferita narcisistica nella distruzione di un’altra vita. Anche le famiglie devono educare a questo, e anche la Chiesa deve fare la sua parte. Parliamo giustamente di fedeltà, famiglia, matrimonio, responsabilità reciproca, ma dobbiamo parlare con la stessa chiarezza della libertà dell’altro. Una donna minacciata non ha un dovere cristiano di sopportare; una donna perseguitata non tradisce il Vangelo se denuncia; il perdono non è rassegnazione alla violenza.

Barberino ci lascia allora due immagini che difficilmente si dimenticano: Lorena, chiusa in un bagagliaio, che riesce ad aprire un telefono e a chiedere aiuto, e una poliziotta, poco dopo, inginocchiata sull’asfalto, che implora il suo assassino di scegliere la vita. Tra queste due donne passa una domanda rivolta a tutti noi: quanto siamo capaci di educare alla libertà? Perché il vero contrario del femminicidio non è soltanto la pena. È una cultura nella quale un uomo riesce finalmente a dire alla donna che lo lascia: soffrirò, forse soffrirò moltissimo, ma tu sei libera.

La tragedia di Barberino non parla soltanto di un uomo che non accetta la fine di una relazione. Parla di educazione, di cultura maschile, di capacità dello Stato di intervenire quando una donna chiede aiuto e, soprattutto, della necessità di insegnare fin dalla scuola che amare significa riconoscere la libertà dell’altro, anche quando quella libertà consiste nel dirci che quell’amore è finito.