,Il 5 settembre 2026, al Forum di Cernobbio, due visioni d’Europa e d’Italia si sono fronteggiate e la platea non è rimasta indifferente.
Nel dibattito “Il progetto europeo tra integrazione e sovranità”, Mario Monti e Roberto Vannacci hanno mostrato distanze radicali. Tra la critica al “superstato europeo” e la difesa del perimetro costituzionale, si è consumato uno scontro culturale prima ancora che politico.
Villa d’Este, platea di imprenditori, pubblico attento. Vannacci rivendica la sovranità nazionale, critica i meccanismi decisionali dell’Unione, a suo dire responsabili di “paralisi” e “immigrazione fuori controllo”, e difende il proprio programma come costituzionale. Monti reagisce citando Mitterrand, “Il nazionalismo è la guerra”, e accusa le tesi dell’eurodeputato di confliggere con la Costituzione e di rievocare una retorica pericolosa, strappando applausi dalla sala. Ma la cronaca, da sola, non basta. La durezza dello scambio segnala una ferita più profonda: la fatica italiana a tenere insieme appartenenza europea e tutela dei legami concreti, lavoro, comunità, sicurezza.
La politica ama le scorciatoie. Più facile trovare un bersaglio che costruire una società giusta. Roberto Vannacci dà voce a paure diffuse: identità, sicurezza, frontiere. Sono domande vere, che non vanno liquidate con superiorità. Però una politica che classifica le persone, alza muri morali e culturali, finisce per contraddire il Vangelo. Dall’altra parte, Mario Monti rivendica la responsabilità dei conti, la credibilità internazionale, la disciplina. Ma la stagione dell’austerità ha lasciato ferite reali, famiglie schiacciate, lavoro fragile, speranze spente. Quando l’economia diventa fine e non strumento, la persona scompare dietro le statistiche. La Dottrina sociale della Chiesa non offre slogan, ma un criterio esigente: bene comune, solidarietà, sussidiarietà, dignità inviolabile di ogni essere umano.
Qui i limiti emergono da entrambe le parti. Da un lato il rischio di assolutizzare la sovranità fino a dimenticare la fraternità e la cooperazione. Dall’altro la tentazione di affidare tutto alla tecnica e ai conti, come se il rigore bastasse a guarire le ferite sociali. La dottrina sociale della Chiesa richiama un altro ordine di priorità: la persona prima delle ideologie, il bene comune prima degli indici, la solidarietà e la sussidiarietà insieme.
A Cernobbio non si è misurata solo una distanza politica, ma un vuoto di sintesi. Finché la politica oscillerà tra paura e tecnocrazia, senza rimettere davvero al centro la dignità umana, resteremo prigionieri di contrapposizioni sterili, mentre il Paese chiede risposte incarnate, non bandiere.
