Otto anni di pane, letti e cure sulla rotta alpina. Poi lo Stato ha chiuso il rubinetto. Restano i container e l’inverno.


A Oulx, a pochi chilometri dai valichi che portano in Francia, il Rifugio Fraternità Massi ha spento le luci. Non per una decisione morale, ma per un conto in rosso. In otto anni ha dato cibo, riparo, medicine e parole di legge a centocinquantamila persone in transito. Dal 1° settembre quella casa non c’è più. Al suo posto, nel piazzale della stazione, container e una notte che si fa sempre più fredda.

C’è un punto, in alta Val di Susa, in cui l’Italia finisce senza finire. Oulx non è un confine disegnato sulla carta: è un respiro trattenuto, una stazione, una strada che sale, un bosco che di notte diventa trappola. Da lì, da anni, uomini, donne e bambini tentano i sentieri verso Briançon. Alcuni tornano respinti. Altri spariscono nella neve. Qualcuno, fino a ieri, trovava un letto.

Il Rifugio Fraternità Massi è nato nel 2018 con una pretesa umile e ostinata: che nessuno morisse di freddo a duemila metri per il solo fatto di essere in cammino. Lo ha tenuto in piedi la Fondazione Talità Kum, don Luigi Chiampo, centinaia di volontari, Rainbow for Africa, Sentieri Solidali, la Diaconia Valdese. Non un’ideologia: una pratica. Una minestra. Una coperta. Una visita medica. Un avvocato che spiega cosa succede se ti fermano di là.

Centocinquantamila persone. Non è un numero da comunicato. È una folla invisibile che ha attraversato quel cortile, ha dormito in quelle stanze, ha indossato scarponi non suoi, ha ascoltato il consiglio di non salire quando il meteo è cattivo. Per tre anni lo Stato non ha più messo un euro. I fondi del ministero dell’Interno si sono fermati. Sono rimaste le fondazioni private, le collette, la fatica. Poi anche quello non è bastato. Settemila, ottocentomila euro l’anno: il prezzo di non lasciare la gente per strada. Troppo, a quanto pare, per chi governa i confini e non li abita.

La chiusura non è un incidente. È il punto in cui la solidarietà, lasciata sola, si spezza. Le istituzioni parlano ora di lavori urgenti, di riqualificazione impiantistica, di una riapertura magari in primavera. Intanto si allestisce l’emergenza: container nel piazzale della stazione, medici e legali di giorno, Croce Rossa di notte. È meglio del niente. Non è un rifugio. È un presidio che aspetta il gelo.

Chi arriva a Oulx non è un’astrazione. Sono sudanesi, etiopi, eritrei, famiglie, minori soli — uno su cinque, in certi mesi. Hanno già visto il deserto, il mare, i respingimenti. Qui trovano la montagna, che non negozia. Sentieri Solidali continua a dire loro dove non andare. Rainbow for Africa continua a medicare. La Diaconia a tenere insieme i diritti che restano. Ma una tenda, un box di lamiera, un pasto caldo nel piazzale non sostituiscono una casa. E quando scenderanno i gradi, quella differenza smetterà di essere teorica.

Si può discutere di flussi, di Francia che respinge, di Europa che alza muri e poi si meraviglia delle valli. Si può fare politica sul corpo di chi cammina. Quello che non si può fare, se si vuole restare onesti, è fingere che un tetto a Oulx fosse un lusso. Era il minimo. Il minimo che uno Stato, se esiste ancora come qualcosa di più di un bilancio, dovrebbe garantire prima che arrivino la neve e i titoli.

La montagna non chiude. Chiude chi decide che accogliere costa troppo. A Oulx restano i container, i volontari e il freddo che viene. Le centocinquantamila persone sono già passate. Le prossime, no. Arriveranno lo stesso.