A ottobre il Collegio dei commissari sceglierà se confermare o abbandonare la linea del 2021 su petrolio e gas nell’Alto Nord. In gioco ci sono sicurezza energetica, clima e il peso reale di una strategia non vincolante.

L’Unione europea si appresta a chiudere in extremis uno dei nodi più delicati della nuova strategia artica: se mantenere o revocare l’impegno, assunto nel 2021, a lasciare petrolio, carbone e gas nel sottosuolo dell’Alto Nord. Secondo due funzionari europei che hanno parlato in anonimato con Euronews, la scelta sarà rimessa al Collegio dei 27 commissari nella riunione settimanale di ottobre. Non è un dettaglio procedurale. È il punto in cui si scontrano la memoria della crisi energetica innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, le pressioni di Oslo e dell’Agenzia internazionale dell’energia, e la fragilità di uno strumento che resta politico, non giuridico.


A differenza di cinque anni fa, il dossier non è più un capitolo tra gli altri di un documento di indirizzo. Un funzionario coinvolto nella strategia lo ha definito un tema «sì o no», destinato a essere deciso al vertice politico della Commissione. L’idea di fondo, ha spiegato la stessa fonte a Euronews, è fissare le priorità del ruolo europeo nella regione e individuare investimenti cofinanziabili dal bilancio Ue. Economia e difesa peseranno più di quanto non accadesse nel 2021.

Il contesto è cambiato. La chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo del 20 per cento del petrolio e del gas mondiali, ha aggravato la dipendenza europea dalle importazioni. Stime citate da Euronews attribuiscono alla guerra guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran un extra-costo di 60 miliardi di euro per i combustibili fossili importati nei primi cento giorni del conflitto. In questo quadro, il direttore dell’Aie Fatih Birol ha invitato Bruxelles a riconsiderare il veto alle nuove esplorazioni artiche, invocando la sicurezza degli approvvigionamenti.

La Norvegia, extra-Ue ma primo fornitore di gas del blocco, ha già scelto la propria linea. Il ministro dell’Energia Terje Aasland ha dichiarato a Reuters che, «nell’attuale contesto geopolitico e di sicurezza», proseguire le attività nel Mare di Barents serve sia a Oslo sia all’Europa. Il Paese continuerà a esplorare indipendentemente da ciò che deciderà la Commissione.

È un’affermazione che Paal Frisvold, coordinatore dell’Alliance to Preserve the Moratorium on Oil Drilling in the Arctic, ha liquidato come miope. Le politiche europee di elettrificazione e di energia pulita prodotta in casa, ha detto a Euronews, potrebbero ridurre di circa due terzi la domanda di gas dell’Ue entro il 2040. I nuovi giacimenti del Barents settentrionale impiegano 15-20 anni per entrare in produzione: chi trivella oggi rischia di arrivare sul mercato proprio quando la domanda crolla. Il rischio, ha avvertito, è quello degli «asset incagliati».

Dal Parlamento norvegese, Grunde Almeland ha chiesto all’Ue di non cedere. L’Artico è già «pesantemente colpito» dal cambiamento climatico; aprire nuove aree all’estrazione fossile non è, a suo avviso, una risposta sostenibile al fabbisogno europeo di lungo periodo. La Norvegia dovrebbe piuttosto spingere l’Europa verso le rinnovabili.

Nel 2021 la Commissione aveva persino ipotizzato un obbligo giuridico multilaterale per vietare le nuove esplorazioni, ipotesi sostenuta dalla Germania. La strategia restò un impegno politico. Germania, Svezia e Finlandia hanno in gran parte confermato quella linea. La Danimarca continua a muoversi in equilibrio: condivide le ambizioni climatiche europee, ma ha poca leva sulla Groenlandia, regione autonoma che controlla risorse minerarie e potenziali riserve di idrocarburi ancora da scoprire.

Un secondo funzionario ha detto a Euronews che «l’ipotesi più probabile» è il mantenimento della posizione del 2021. Resta il limite strutturale: la strategia non vincola i Paesi che di fatto controllano il territorio. Bruxelles dipenderà da persuasione, finanziamenti e cooperazione. «Molti Stati membri che non sono Paesi artici si sono mostrati estremamente interessati», ha osservato il primo funzionario.

A livello locale, Mikael Janson, che coordina una rete di 14 regioni dell’Artico europeo (Svezia settentrionale, Finlandia orientale e settentrionale, Norvegia del Nord), teme che i colloqui «perderanno ancora una volta di vista» le comunità. Tutti riconoscono il vantaggio competitivo dell’area nella transizione verde e nella difesa dell’integrità territoriale. Manca, ha detto a Euronews, una risposta europea coerente: una parte delle istituzioni dialoga con le popolazioni indigene, un’altra sembra privilegiare un approccio da «scava tutto» che poi si scarica sul territorio.

Intanto la regione si militarizza e si mercifica. Russia e Cina intensificano la presenza, anche lungo la «Via della Seta ghiacciata» che collega porti come Ningbo agli snodi europei. La retorica americana sull’«acquisizione» della Groenlandia ha accelerato la revisione della strategia del 2021, con più spazio a difesa e potenziale economico. Le comunità indigene, avverte lo stesso racconto di Euronews, hanno motivo di restare scettiche.


L’Ue può scrivere sulla carta che il petrolio deve restare sottoterra. Non può scrivere la geologia del Barents, né i conti di Oslo, né i tempi di un giacimento che matura in due decenni. La decisione di ottobre dirà quanto Bruxelles vuole ancora credere alla propria retorica climatica — e quanto è disposta ad ammettere che, in Artico, la strategia europea vale soprattutto come segnale, non come vincolo.

Articolo elaborato sulla base del reportage di Euronews (Marta Pacheco, 4 settembre 2026) e delle dichiarazioni ivi raccolte da funzionari Ue, Aie, governo e Parlamento norvegesi, Alliance to Preserve the Moratorium e rappresentanze regionali artiche.