La destra radicale supera il 44 per cento e più che raddoppia i consensi. Ulrich Siegmund punta alla guida del Land, mentre il sistema politico tedesco entra in una zona inesplorata. La domanda non riguarda soltanto Berlino: riguarda l’Europa, l’Italia e il confine tra una legittima svolta conservatrice e il ritorno di un nazionalismo che trasforma la nazione in un idolo.
È la Sassonia-Anhalt, non la Sassonia in senso stretto, il luogo nel quale questa sera si è aperta una crepa politica destinata a farsi sentire ben oltre Magdeburgo. Le proiezioni danno Alternative für Deutschland attorno al 44 per cento, più del doppio del 20,8 per cento ottenuto nel 2021, mentre la CDU precipita sotto il 18 per cento. L’AfD vince nettamente ma, secondo le proiezioni della serata, non raggiunge da sola la maggioranza assoluta dei seggi. Il dato, tuttavia, resta storico: una forza classificata dall’Ufficio per la protezione della Costituzione del Land come sicuramente estremista di destra è diventata, con larghissimo margine, il primo partito di una regione tedesca.
Non serve gridare subito «1933» per comprendere la gravità di ciò che sta accadendo. Anzi, il paragone automatico con il nazismo rischia di diventare una scorciatoia che impedisce di capire il presente. La Germania del 2026 è una democrazia costituzionale solida, inserita nell’Unione europea e nella NATO, dotata di contrappesi istituzionali e di una società civile viva. E l’elettore che oggi sceglie AfD non può essere sbrigativamente trasformato in un nostalgico del Terzo Reich. Ma proprio perché la storia non si ripete mai nello stesso modo, la memoria serve a riconoscere i meccanismi prima che assumano le forme già conosciute: la paura elevata a programma politico, l’identità trasformata in criterio di esclusione, il bisogno di un capro espiatorio, la promessa di risolvere problemi complessi attraverso la semplificazione di un «noi» contrapposto a un «loro».
Il volto di questa avanzata si chiama Ulrich Siegmund. Nato nel 1990 a Havelberg, formazione in psicologia economica e gestione d’impresa, imprenditore nel marketing, siede nel Landtag dal 2016 ed è da anni uno dei principali dirigenti dell’AfD regionale. Ha costruito una campagna meno urlata di quella di altri esponenti della destra radicale, con un linguaggio sorridente, socialmente efficace, studiato per trasmettere normalità. Ed è forse questo l’elemento politicamente più interessante: non il ritorno della camicia bruna, ma la capacità di presentare contenuti molto duri con il lessico rassicurante della quotidianità. Dietro la comunicazione positiva restano proposte drastiche sull’immigrazione e sulle espulsioni, una forte impronta nazionalista, la contestazione dell’attuale rapporto con l’Unione europea e una linea favorevole alla ricostruzione dei rapporti con Mosca.
Il successo dell’AfD non nasce però dal nulla. Sarebbe comodo attribuirlo esclusivamente alla propaganda. Nella Germania orientale esiste un deposito di frustrazione che la politica tradizionale non ha saputo prosciugare: la sensazione di essere cittadini di seconda fila dopo la riunificazione, la perdita di popolazione in molti territori, la fragilità di alcune economie locali, il timore del declino industriale, l’aumento del costo della vita, l’incertezza legata alla transizione energetica, la questione migratoria e una crescente sfiducia verso istituzioni percepite come lontane. L’AfD ha trasformato questo malessere in identità politica. E il voto di oggi dimostra che non si tratta più soltanto di una minoranza rumorosa: il partito è arrivato primo tra uomini e donne, giovani e anziani, e ha riportato alle urne una parte consistente di cittadini che prima non votavano. È questo che dovrebbe inquietare i partiti democratici più delle invettive: quando quasi un elettore su due sceglie la protesta radicale, limitarsi a giudicare moralmente quell’elettore significa preparare la vittoria successiva.
C’è poi la questione economica. Il cancelliere Friedrich Merz aveva avvertito che un governo AfD avrebbe potuto scoraggiare gli investitori internazionali. È un punto che va preso sul serio. Una regione che vuole attrarre capitale, tecnologia, università e lavoro qualificato non vive soltanto di imposte più basse o di meno burocrazia: vive anche di reputazione, apertura, prevedibilità giuridica e capacità di attrarre persone. Se la politica costruisce l’immigrato, lo straniero o l’Europa come minaccia permanente, può ottenere consenso nell’immediato, ma rischia di impoverire proprio quei territori che afferma di voler proteggere. La Germania orientale ha bisogno di sicurezza e di ordine, ma anche di lavoratori, imprese, innovazione e fiducia. La paura può vincere un’elezione; difficilmente può costituire da sola una politica di sviluppo.
Da cattolici, il punto decisivo è ancora più profondo. La nazione è un bene: custodisce lingua, memoria, istituzioni, legami e responsabilità tra generazioni. Il cristianesimo non chiede di cancellare le patrie. Chiede però di non assolutizzarle. Quando la patria diventa un idolo, quando il valore della persona dipende dal sangue, dall’origine o dall’appartenenza etnica, si oltrepassa una frontiera che la dottrina sociale della Chiesa non può accettare. I vescovi tedeschi lo hanno scritto senza ambiguità nel 2024: il nazionalismo völkisch e il cristianesimo sono incompatibili, perché la dignità umana non è concessa dallo Stato e non appartiene soltanto a chi fa parte del gruppo maggioritario. È un’affermazione che oggi torna di impressionante attualità.
Questo non significa che un cattolico debba considerare sospetta ogni politica di destra. Sarebbe ideologico quanto il contrario. Si può essere conservatori, chiedere frontiere controllate, pretendere legalità nell’immigrazione, difendere la famiglia, contestare determinate politiche di Bruxelles, chiedere più sicurezza e persino criticare radicalmente l’attuale modello europeo rimanendo pienamente dentro la democrazia. Il problema comincia quando la sicurezza diventa disprezzo, quando l’identità diventa superiorità, quando la sovranità diventa isolamento e quando la comunità nazionale viene definita attraverso l’esclusione di chi sarebbe antropologicamente o culturalmente «meno tedesco». Il cristianesimo introduce nella politica una misura scomoda: l’uomo viene prima della sua utilità e prima del suo passaporto.
E qui la memoria tedesca non può essere un ornamento da museo. Auschwitz non autorizza a squalificare ogni avversario politico come nazista, ma impedisce di trattare con leggerezza il riemergere di categorie etniche, razziali o autoritarie. Il nazismo non nacque il giorno in cui furono aperti i campi di sterminio. Prima vennero le parole, la delegittimazione delle istituzioni, l’assuefazione all’idea che alcuni uomini valessero meno di altri, la costruzione di nemici interni e l’esasperazione nazionalistica. La lezione europea del Novecento è precisamente questa: i nazionalismi, quando cessano di riconoscere un limite morale superiore allo Stato e alla nazione, non restano confinati nei comizi. Prima dividono le società, poi dividono i popoli; e una politica fondata sull’inimicizia permanente porta prima o poi a cercare un nemico anche fuori dai confini.
L’Italia dovrebbe osservare Magdeburgo senza ipocrisie e senza compiacimenti. Nel nostro Paese non esiste una posizione unica a destra. Fratelli d’Italia governa dentro un quadro atlantico ed europeo e appartiene ai Conservatori e Riformisti europei; Forza Italia è saldamente nel Partito popolare europeo; la Lega milita nei Patrioti per l’Europa. Più netto è il ponte costruito da Roberto Vannacci: il suo Futuro Nazionale è entrato nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, la stessa famiglia europea dell’AfD, e questa sera Vannacci ha salutato il risultato tedesco come il segno che «l’Europa cambia», accompagnandolo con una provocazione contro Merz. È una scelta politica precisa, che porta anche in Italia il confronto su quale destra si voglia costruire: una destra costituzionale capace di governare dentro le istituzioni europee, oppure una destra che fa dell’erosione dell’Unione e della contrapposizione identitaria la propria ragione d’essere.
Dall’altra parte, il centrosinistra sbaglierebbe se interpretasse il voto soltanto come una resurrezione del fascismo da combattere con l’indignazione. Il Partito democratico, la sinistra e le forze liberaldemocratiche hanno buone ragioni per difendere il cordone sanitario contro l’estremismo, ma non possono dimenticare che i cordoni sanitari parlamentari non curano le cause sociali. Se un operaio teme di perdere il lavoro, se una famiglia non riesce più a sostenere il costo della vita, se un quartiere avverte insicurezza o se una comunità ritiene che l’immigrazione sia stata amministrata senza regole, rispondere soltanto con una lezione di antifascismo non basta. La democrazia si difende anche governando bene, distribuendo in modo equo i costi delle trasformazioni e restituendo ai cittadini la sensazione che la politica sappia ancora incidere sulla realtà.
La domanda, dunque, non è se l’avanzata delle destre sia in sé un bene o un male. Le democrazie vivono di alternanza e hanno bisogno anche di culture politiche conservatrici forti. Una destra democratica può perfino essere un argine alla destra estrema, se sa dare risposte senza adottarne il linguaggio e le categorie. Il passo indietro comincia quando per inseguire il consenso si normalizza ciò che dovrebbe restare inaccettabile: il razzismo, l’antisemitismo, l’idea della superiorità etnica, il disprezzo per le minoranze, la fascinazione per l’uomo forte, la riduzione dell’Europa a un incidente burocratico da demolire. La storia insegna che non esiste prosperità durevole senza pace e che non esiste pace quando ciascuna nazione pretende di essere misura esclusiva del bene.
Questa sera la Sassonia-Anhalt non ha consegnato automaticamente il governo all’AfD: le proiezioni indicano che il partito manca di poco la maggioranza assoluta e gli altri partiti continuano a escludere alleanze con esso. Ma ha consegnato all’Europa una domanda che nessun cordone sanitario può contenere: perché milioni di cittadini non credono più nella promessa moderata della democrazia liberale? La risposta non può essere né demonizzarli né imitarne le paure. Occorre ricostruire fiducia, sicurezza sociale, partecipazione, identità non aggressiva e una politica capace di chiamare i problemi con il loro nome senza fabbricare nemici. È anche una responsabilità cristiana: ricordare che la patria è una casa da amare, non una fortezza dalla quale guardare gli altri esseri umani come intrusi.
La Germania ci ricorda che la memoria non è il culto immobile del passato, ma una responsabilità verso il futuro. Un’Europa che dimentica perché è nata rischia di tornare a parlare il linguaggio delle frontiere contrapposte. La risposta all’AfD non può essere la paura dell’elettore, ma una democrazia più credibile; e la risposta cristiana al nazionalismo esasperato resta quella più antica e più esigente: nessuna nazione è Dio, nessun popolo può salvarsi contro gli altri.
