A Bussy-Saint-Georges è sorto il più grande tempio hindu tradizionale d’Europa. Una nuova tappa della globalizzazione religiosa che richiama l’antico Mediterraneo degli incontri fra civiltà. Ma accogliere l’altro non significa rinunciare a chiedere libertà per tutti, anche dove i cristiani sono minoranza.

Bisogna forse partire da un albero. Non da quello di una foresta, ma da un albero di pietra che da quasi nove secoli attraversa il pavimento di una cattedrale cristiana. A Otranto il grande mosaico fatto realizzare dall’arcivescovo Gionata e legato al presbitero Pantaleone, tra il 1163 e il 1165, porta dentro una chiesa l’intero mondo conosciuto: Adamo ed Eva, Caino e Abele, Salomone, Giona, animali reali e fantastici, Alessandro Magno, re Artù, immagini provenienti dall’Occidente, da Bisanzio e perfino da tradizioni arabe. Non una confusione di religioni, ma la straordinaria capacità medievale di assumere frammenti di culture differenti e ordinarli all’interno di una visione cristiana della storia. Oggi, a quasi novecento anni di distanza, un altro edificio religioso interroga l’Europa: a Bussy-Saint-Georges, alle porte di Parigi, è stato inaugurato un gigantesco mandir hindu. E la domanda non riguarda soltanto l’India o l’induismo. Riguarda noi. Che cosa sta diventando l’Europa? Una civiltà capace di accogliere senza dissolversi? Un grande emporio globale delle religioni? Oppure il laboratorio, difficile ma forse inevitabile, di una nuova convivenza?

Il nuovo tempio di Bussy-Saint-Georges non è nascosto in una periferia anonima. Sorge nell’“Esplanade des religions et des cultures”, dove già convivono luoghi di culto cristiani, musulmani, ebraici e buddhisti. Il mandir, 3.500 metri quadrati su un terreno di 5.000, è stato consacrato il 6 settembre 2026 e viene presentato come il più grande tempio hindu tradizionale d’Europa. È difficile non vedere in questa immagine qualcosa che appartiene al nostro tempo: campanile, moschea, sinagoga, pagoda e ora shikara hindu non sono più separati da migliaia di chilometri. Possono trovarsi nel giro di poche strade.

le mandir de bussy saint georges

È la globalizzazione arrivata fino all’altare.

Per decenni abbiamo parlato soprattutto dell’Islam quando abbiamo discusso della trasformazione religiosa dell’Europa. Era comprensibile: l’immigrazione dai Paesi musulmani, il terrorismo, il velo, le moschee, la condizione della donna, la laicità hanno occupato il dibattito pubblico. Ma quella stagione rischia di averci fatto perdere di vista un fenomeno molto più vasto. L’Europa non sta incontrando soltanto l’Islam. Sta incontrando le religioni del mondo.

Induismo, buddhismo, sikhismo, religioni africane, cristianesimi orientali, comunità evangeliche provenienti dall’America Latina e dall’Africa, spiritualità asiatiche: il vecchio continente, che per secoli ha inviato missionari fuori dai propri confini, vede ora il mondo religioso entrare nelle sue città.

È un processo che difficilmente potrà essere arrestato con un decreto.

Gli uomini viaggiano e con loro viaggiano gli dei, le immagini sacre, le lingue, le feste, le cucine, i morti, i ricordi, le preghiere. Quando una comunità mette radici non porta soltanto forza lavoro. Dopo la valigia arrivano la famiglia, la scuola, il cimitero, il tempio. È sempre stato così.

Basta guardare il Mediterraneo medievale.

Trani ne è un esempio magnifico. Era una città cristiana, certamente, eppure il suo porto attirava marinai e mercanti orientali, Amalfitani, Genovesi, Pisani, Veneziani e una numerosa comunità ebraica con sinagoghe e scuole. Nel quartiere della Giudecca erano presenti ben quattro sinagoghe. La stessa Cattedrale conserva frammenti del pavimento musivo del XII secolo nei quali compaiono Adamo ed Eva, l’Albero della vita, un centauro e Alessandro Magno: immagini che appartengono a un linguaggio culturale mediterraneo molto più largo dei confini politici dell’epoca.

mosaico di otranto

E poco più a sud, a Otranto, quell’intreccio diventa vertiginoso.

Sotto i rami dell’Albero della vita di Pantaleone entrano il racconto biblico e il bestiario, la cultura cavalleresca occidentale e suggestioni bizantine e arabe. È forse questa una delle immagini più belle di ciò che il cristianesimo europeo ha saputo fare nelle sue stagioni migliori: non chiudere le finestre per paura di ciò che veniva da fuori, ma neppure abbattere i muri della propria casa. Accogliere, discernere, trasformare.

Non tutto ciò che veniva dall’Oriente diventava cristiano. Ma poteva entrare in un universo cristiano ed esservi letto diversamente.

Questa distinzione è decisiva anche oggi.

Il dialogo interreligioso non significa affermare che Krishna, Cristo, Maometto e Buddha siano nomi intercambiabili della stessa realtà. Sarebbe una caricatura del dialogo e, paradossalmente, anche una mancanza di rispetto verso le religioni stesse. Il cristiano dialoga proprio perché sa chi è. Il Concilio Vaticano II, parlando espressamente dell’induismo, riconosce la profondità della sua ricerca del mistero divino, delle sue vie ascetiche e della meditazione, e afferma che la Chiesa non rigetta quanto di vero e santo si trova nelle altre religioni. Ma nello stesso testo essa continua ad annunciare Cristo.

Non sincretismo, dunque. Incontro.

E qui il nuovo mandir francese diventa un segno dei tempi.

L’organizzazione che lo ha costruito, BAPS, rivendica più di 1.300 centri nel mondo e circa un milione di aderenti. Il progetto francese nasce da rapporti costruiti negli anni con rappresentanti cristiani ed ebraici dell’Esplanade e la comunità hindu si è impegnata a rispettarne una carta che prevede, tra l’altro, il rifiuto del proselitismo e la promozione del dialogo interreligioso.

È una bella notizia.

Un cristiano dovrebbe poter guardare senza paura un hindu che entra nel proprio tempio per pregare. La libertà religiosa o vale per tutti oppure diventa privilegio. Dignitatis humanae è inequivocabile: nessuno deve essere costretto ad agire contro la propria coscienza in materia religiosa né impedito, entro i giusti limiti, di professare pubblicamente la propria fede.

Se domani qualcuno proponesse di chiudere il mandir semplicemente perché è hindu, un cattolico dovrebbe essere tra i primi a dire di no.

Ma proprio qui nasce la domanda scomoda.

C’è reciprocità?

È una domanda legittima, purché venga posta correttamente.

Non possiamo dire: “Se in India non costruiscono una chiesa, allora in Francia non costruiremo un tempio hindu”. Sarebbe contrario alla stessa idea cristiana di dignità umana. La Santa Sede lo ha chiarito con particolare nettezza: la libertà religiosa non viene concessa come merce di scambio e non dipende dalla reciprocità; nasce dalla dignità della persona.

Ma dire questo non significa chiudere gli occhi.

Nel 2026 la Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale continua a descrivere un deterioramento della condizione delle minoranze religiose in India, comprese quelle cristiane e musulmane, segnalando violenze, intimidazioni e il rafforzamento in numerosi Stati delle cosiddette leggi anti-conversione.

E allora la questione cambia.

Non: “Voi non concedete libertà a noi, quindi noi la neghiamo a voi”.

Piuttosto: “Noi difendiamo la vostra libertà proprio perché crediamo che sia un diritto dell’uomo. Per la stessa ragione vi chiediamo di difendere la nostra”.

Questa è la reciprocità cristianamente intesa. Non rappresaglia, ma universalità.

Ed è particolarmente importante ricordarlo perché attorno al nuovo tempio francese affiora anche un secondo interrogativo. L’organizzazione BAPS si presenta come spirituale e apolitica, mentre studiosi citati da La Croix vedono nella rete internazionale dei grandi mandir almeno un possibile veicolo del soft power indiano e della narrazione culturale legata all’India contemporanea; l’articolo precisa correttamente che non viene dimostrato un legame organico con il nazionalismo hindu, ma segnala elementi e contiguità che alimentano il dibattito.

Anche questo, in fondo, non dovrebbe sorprenderci.

Le religioni sono fede, ma sono anche cultura. E la cultura diventa inevitabilmente presenza pubblica. Una grande moschea può essere anche un segno della Turchia o del Golfo. Una cattedrale ortodossa può accompagnare l’identità di una diaspora. Un Istituto Confucio non è semplicemente un corso di lingua. Un gigantesco mandir costruito in Europa racconta certamente Dio secondo la tradizione hindu, ma racconta anche l’India.

La domanda quindi non è se vi sia contaminazione tra religione, cultura e geopolitica. C’è sempre stata.

La vera domanda è se questa presenza si trasformi in incontro oppure in conquista culturale.

Perché anche la parola “multiculturalismo” può essere ingannevole. Culture diverse possono abitare nella stessa città senza incontrarsi mai. Possono condividere il codice postale e vivere in mondi paralleli. La vicinanza geografica non produce automaticamente fraternità.

Cinque templi vicini non fanno ancora una comunità.

Serve qualcosa di più difficile: conoscersi, accettare di essere interrogati dall’altro, riconoscere le differenze senza trasformarle in ostilità.

Ed è qui che la lezione medievale va utilizzata senza mitizzarla.

Il Medioevo mediterraneo non fu il paradiso perduto della convivenza. Ci furono Crociate, invasioni, conversioni forzate, espulsioni, pogrom, schiavitù. La stessa storia di Otranto conoscerà nel 1480 la tragedia dell’occupazione ottomana e dei suoi martiri. Trani, che aveva ospitato una delle comunità ebraiche più importanti dell’Italia meridionale, vedrà le proprie sinagoghe trasformate in chiese nel XIV secolo.

Eppure, tra una guerra e l’altra, gli uomini commerciavano.

Si traducevano libri. Si copiavano manoscritti. Viaggiavano marinai. Passavano idee. Forme artistiche nate in una civiltà venivano adottate da un’altra. Perfino i pavimenti delle chiese cristiane potevano mostrare motivi provenienti da tessuti bizantini e islamici.

La civiltà europea è nata anche così.

Non dalla purezza chimica, che nella storia non esiste, ma dall’incontro tra Gerusalemme, Atene, Roma e poi Bisanzio, i popoli germanici, il mondo arabo, le culture mediterranee.

E tuttavia c’era una differenza rispetto alla globalizzazione contemporanea: quella società possedeva ancora un centro simbolico.

Pantaleone poteva mettere Alessandro Magno, animali fantastici e suggestioni provenienti da culture lontane dentro una cattedrale perché l’Albero rimaneva lì, al centro.

cattedrale di otranto

L’Albero dava un ordine al mondo.

Ed è forse questo che l’Europa di oggi rischia di perdere.

Non perché sorga un tempio hindu. Non perché un musulmano costruisca una moschea. Non perché un buddhista mediti accanto a noi.

Ma perché noi europei potremmo non sapere più che cosa mettere al centro.

Se tutte le fedi arrivano in una società che non crede più a nulla, non nasce necessariamente il dialogo. Può nascere un enorme supermercato dello spirituale nel quale ciascuno prende ciò che preferisce. Oppure, al contrario, possono emergere identità sempre più rigide: quando il centro comune scompare, ogni gruppo tende a fortificare il proprio.

Ecco il paradosso della globalizzazione religiosa.

Più il mondo si avvicina, più sente il bisogno di distinguersi.

Più le frontiere materiali cadono, più possono sorgere frontiere identitarie.

Per questo il cristianesimo ha davanti a sé una sfida assai più grande della semplice difesa dei campanili.

Deve tornare ad essere capace di proporre.

Non imponendo, perché la fede imposta non è fede. Non rifugiandosi nella nostalgia di un’Europa sociologicamente cristiana che non esiste più. E neppure sciogliendosi nell’indistinto di una spiritualità universale nella quale tutte le differenze diventano irrilevanti.

Il cristiano può entrare nell’Esplanade delle religioni di Bussy-Saint-Georges, guardare le cupole del mandir, incontrare un hindu, ascoltarlo, rispettarlo, perfino riconoscere in lui quella sete dell’Assoluto della quale parlava Nostra aetate. Ma poi deve avere il coraggio sereno di dire il proprio nome: Gesù Cristo.

Senza aggressività, senza complessi, senza paura.

Questa è forse la vera sfida della nuova Europa religiosa. Non decidere chi abbia diritto a costruire il proprio tempio. Quel diritto deve essere garantito. La sfida è imparare a vivere insieme senza che nessuno debba smettere di essere ciò che è.

E pretendere — sì, pretendere pacificamente — che questa libertà attraversi anche le frontiere. Che un hindu sia libero di costruire il suo mandir a Parigi e un cristiano possa costruire, pregare, evangelizzare e cambiare religione in India senza temere violenza o discriminazione. Non perché l’uno sia il prezzo dell’altro, ma perché la dignità umana non cambia passaporto.

Forse è questa la risposta alla domanda sulla reciprocità.

La reciprocità non può essere il pedaggio che imponiamo all’altro per concedergli un diritto. Deve diventare invece l’orizzonte verso il quale spingere insieme il mondo.

Guardando il mosaico di Otranto, tutto questo sembra sorprendentemente moderno.

Sotto i rami di quell’Albero convivono personaggi biblici, re leggendari, animali d’Oriente, immagini occidentali, bizantine e arabe. Ma non galleggiano nel vuoto. Sono inseriti dentro una storia che va dalla caduta alla salvezza.

Forse alla globalizzazione manca proprio questo: un albero capace di tenere insieme i rami senza fingere che siano tutti uguali.

L’Europa non deve temere i nuovi rami.

Deve piuttosto domandarsi se possiede ancora radici abbastanza profonde per accoglierli senza spezzarsi.

Il mandir hindu di Bussy-Saint-Georges non è soltanto un nuovo luogo di culto: è uno specchio nel quale l’Europa può guardare il proprio futuro. Le religioni continueranno a viaggiare insieme agli uomini e nessun muro fermerà questo processo. La questione non è scegliere tra chiusura e resa culturale, ma costruire una convivenza nella quale libertà, identità e reciprocità possano sostenersi. Il Medioevo mediterraneo, con tutte le sue contraddizioni, ci ha lasciato un’immagine più potente di molti trattati: l’Albero della vita. Molti rami, immagini provenienti da mondi differenti, ma un tronco che impedisce al tutto di diventare caos. La domanda per l’Europa del XXI secolo è semplice e terribile: abbiamo ancora un tronco?

processione hindu a parigi