Intervista a Seyed Majid Emami. Oltre gli stereotipi sul mondo sciita, un viaggio dentro uno dei più grandi pellegrinaggi della Terra per comprendere come fede, ospitalità e memoria possano diventare strumenti di dialogo tra popoli e religioni.
Quando si parla di Islam sciita, il dibattito pubblico occidentale si concentra quasi esclusivamente su guerre, terrorismo, tensioni geopolitiche e rivalità regionali. Esiste però un volto profondamente diverso, quasi sconosciuto in Europa: quello del pellegrinaggio di Arbaeen, che ogni anno conduce decine di milioni di persone a Karbala, in Iraq, nel ricordo del martirio dell’Imam Hussein. Per dimensioni, partecipazione popolare e intensità spirituale, Arbaeen rappresenta uno dei più grandi pellegrinaggi religiosi del pianeta. Eppure resta quasi assente dai media occidentali.
Il nostro direttore P. Alfonso M. Bruno ne parla con Seyed Majid Emami, direttore del Centro Culturale Iraniano di Roma, convinto che conoscere Arbaeen significhi aprire una nuova strada di dialogo tra cristiani e musulmani, favorendo una comprensione reciproca capace di contribuire alla costruzione della pace.
Professore, perché l’Occidente conosce così poco il pellegrinaggio di Arbaeen?
Perché il Medio Oriente viene raccontato quasi sempre attraverso il linguaggio della guerra, della sicurezza e delle crisi. Quando milioni di persone si riuniscono pacificamente per pregare, camminare insieme e aiutarsi reciprocamente, questo evento non rientra negli schemi narrativi abituali. Arbaeen non è una manifestazione politica. È innanzitutto un’esperienza spirituale, comunitaria e umana. Ed è forse proprio questa dimensione che meriterebbe maggiore attenzione.
Che cos’è esattamente Arbaeen?
Arbaeen significa “quarantesimo giorno”. Ricorda il quarantesimo giorno dopo il martirio dell’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, ucciso a Karbala nel 680. Per gli sciiti Hussein rappresenta il simbolo della fedeltà a Dio, della giustizia e della resistenza contro la tirannia. Il pellegrinaggio verso la sua tomba è quindi molto più di una commemorazione storica: è un rinnovamento dell’impegno personale a vivere secondo quei valori.
Lei parla spesso di “identità”. In che senso?
Nella tradizione sciita esiste un celebre hadith dell’undicesimo Imam Hasan al-Askari che indica il pellegrinaggio di Arbaeen tra i segni del credente. Non significa che la fede si riduca a pratiche esteriori. Significa piuttosto che il pellegrinaggio crea una memoria condivisa, una comunità e un’identità costruita attorno alla giustizia, alla fedeltà a Dio e al rifiuto dell’oppressione.
Uno degli aspetti che colpisce maggiormente è l’ospitalità.
È forse l’elemento più sorprendente. Lungo centinaia di chilometri sorgono migliaia di Mawkib, strutture temporanee costruite esclusivamente per servire gratuitamente i pellegrini. Si offre acqua, cibo, assistenza sanitaria, luoghi per dormire, perfino massaggi ai piedi di chi cammina da giorni. Tutto gratuitamente. È un’enorme economia del dono. Durante l’anno milioni di persone mettono da parte risorse per poter servire gli altri in quei pochi giorni.

Quindi non è soltanto un pellegrinaggio.
Esattamente. È un laboratorio sociale. Per alcuni giorni scompaiono quasi completamente le differenze economiche. Il ricco e il povero mangiano insieme. Il professore e il contadino dormono nello stesso luogo. Il pellegrino viene considerato ospite di Dio e chi serve il pellegrino considera questo servizio un privilegio. Sono dinamiche che interessano moltissimo anche sociologi e antropologi.
Colpisce anche la riconciliazione tra iraniani e iracheni.
È uno degli aspetti più straordinari. Iran e Iraq hanno combattuto una guerra devastante durata otto anni, costata centinaia di migliaia di vite. Eppure oggi milioni di iraniani vengono accolti ogni anno dalle famiglie irachene con un affetto straordinario. Questo dimostra come la fede possa diventare una forza di riconciliazione capace di superare perfino le ferite della guerra. È una lezione che forse anche altre regioni del mondo potrebbero studiare.
Alcuni osservatori vedono in Arbaeen un fenomeno esclusivamente sciita. È davvero così?
Le sue radici sono certamente sciite. Ma il suo messaggio può parlare a tutti. Quando si riflette sul sacrificio di Hussein, si riflette sulla dignità umana, sulla giustizia, sulla libertà religiosa e sul rifiuto dell’oppressione. Sono valori universali. Per questo Arbaeen può diventare un’occasione di dialogo anche con il cristianesimo.

Esistono punti di contatto con i grandi pellegrinaggi cattolici?
Moltissimi. Penso al Giubileo, ai cammini verso Roma, alla Via Francigena, a Santiago di Compostela. In tutti questi casi il pellegrinaggio non è semplice spostamento geografico. È un cammino di conversione interiore. Si cammina insieme. Si condividono fatiche. Si riscopre la fraternità. Naturalmente ogni tradizione conserva la propria identità teologica, ma il linguaggio del pellegrinaggio appartiene a tutta l’umanità religiosa.
Nel suo studio lei parla di “teologia vivente”. Che cosa significa?
Molti studiosi occidentali conoscono l’Islam attraverso i libri. Arbaeen invece permette di osservare una fede vissuta. Non è una teologia soltanto scritta. È una teologia che prende forma nei gesti, nell’ospitalità, nella solidarietà, nella preghiera condivisa. Per comprenderla servono anche gli strumenti dell’antropologia e della sociologia delle religioni.
Perché secondo lei le università europee hanno studiato così poco questo fenomeno?
Per ragioni storiche. L’orientalismo classico ha privilegiato soprattutto i testi. Arbaeen, invece, è un fenomeno sociale vivente. Va osservato sul campo. Richiede etnografia, ricerca partecipata e dialogo con le comunità. È un approccio relativamente nuovo.
Come si potrebbe favorire una migliore conoscenza reciproca?
Anzitutto creando occasioni d’incontro. Università, centri di ricerca, istituzioni religiose e musei potrebbero collaborare per studiare Arbaeen senza pregiudizi ideologici. Sarebbe utile anche promuovere documentari, mostre fotografiche e ricerche comparative sui pellegrinaggi. Quando si conosce davvero l’altro, diminuiscono la paura e gli stereotipi.
In un tempo segnato da guerre e tensioni religiose, quale messaggio può offrire Arbaeen?
Che la fede autentica costruisce ponti. Non elimina le differenze. Le rispetta. Ma insegna che la dignità della persona, l’ospitalità e la ricerca della giustizia sono valori capaci di unire uomini e donne appartenenti a tradizioni diverse. Oggi abbiamo più che mai bisogno di sostituire la logica dello scontro con quella dell’incontro.
Che cosa vorrebbe dire ai cristiani che leggono questa intervista?
Che conoscere non significa rinunciare alla propria identità. Il dialogo autentico nasce proprio quando ciascuno vive con convinzione la propria fede e, nello stesso tempo, è disposto ad ascoltare quella dell’altro. Cristiani e musulmani non sono chiamati a cancellare le differenze teologiche. Sono chiamati a conoscersi meglio, a collaborare per la dignità della persona, a difendere la pace e a testimoniare insieme che la religione, quando è vissuta sinceramente, non genera odio ma fraternità. Solo una conoscenza reciproca più profonda può disinnescare i pregiudizi e trasformare le differenze in occasione di arricchimento. In questo senso, il pellegrinaggio di Arbaeen non è soltanto un evento religioso dello sciismo: può diventare anche una preziosa opportunità di dialogo interculturale e interreligioso, in un mondo che ha urgente bisogno di riconciliazione e di pace.

