Il colpo nella sera di Ferragosto al Museo regionale di Messina colpisce il cuore dell’identità culturale siciliana. I ladri smontano tutte e cinque le tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, ma durante la fuga lasciano San Benedetto e San Gregorio su un muretto. Restano invece scomparsi tre pannelli del polittico e la preziosa tavoletta bifronte con la Madonna, il Bambino e un francescano in adorazione. Un furto che sembra già avere tutti gli ingredienti di una storia cinematografica, salvo un particolare: qui non si ruba soltanto denaro. Si porta via memoria.
Ci sono ladri che, fuggendo, perdono il portafoglio. Quelli entrati nel Museo regionale “Maria Accascina” di Messina nella sera dell’Assunta hanno lasciato indietro due santi. San Gregorio Magno e San Benedetto sono stati ritrovati sopra un muretto esterno, lungo viale della Libertà, dopo essere stati strappati insieme alle altre tavole dal Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina. Due passanti li hanno notati e hanno chiamato le forze dell’ordine. È quasi impossibile non scorgere nell’episodio una di quelle ironie che la storia talvolta riserva ai profanatori: volevano portarsi via Antonello intero, ma due figure sacre sono rimaste sulla strada di casa. Le altre, purtroppo, no.
È accaduto a Ferragosto, mentre Messina celebrava la Madonna Assunta con la Vara, la grande macchina votiva che attraversa la città e che da secoli lega fede popolare, storia e identità civile. Proprio mentre migliaia di persone guardavano verso l’alto, qualcun altro lavorava nel silenzio delle sale del museo. I ladri sono entrati al MuMe e hanno preso di mira non opere qualsiasi, ma il cuore stesso della presenza di Antonello nella città in cui nacque.
Hanno smontato le cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, firmato e datato 1473. Il complesso conservato a Messina comprende la Madonna col Bambino in trono, San Gregorio Magno e San Benedetto nel registro inferiore, e l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata in quello superiore. Il Museo regionale lo considera una delle testimonianze fondamentali di Antonello; l’opera misura complessivamente circa 170 per 203 centimetri ed è legata alla città fin dalla sua realizzazione per il monastero di Santa Maria extra moenia, detto di San Gregorio.
I ladri hanno provato a portar via tutto ciò che rimaneva del polittico. Poi qualcosa è accaduto nella fuga. Forse il peso, forse la fretta, forse il timore di essere scoperti. Le tavole con San Gregorio Magno e San Benedetto, entrambe di dimensioni considerevoli, sono state abbandonate su un muretto all’esterno del museo. Non propriamente “perse”, dunque: lasciate indietro, con ogni probabilità perché il piano stava diventando più complicato del previsto. Alcune ricostruzioni riferiscono che la presenza di passanti potrebbe avere disturbato l’azione dei ladri.
L’immagine è surreale. Due dipinti quattrocenteschi di Antonello da Messina appoggiati come pacchi troppo ingombranti sul bordo di una strada.
Eppure è proprio questa apparente goffaggine a rendere il furto ancora più inquietante. Per arrivare fino alle opere, smontarle, estrarre un’altra tavola da una teca protetta e tentare di allontanarsi con un bottino di questa importanza servivano preparazione e una qualche conoscenza dell’obiettivo. La Procura ha aperto un’inchiesta e le immagini delle telecamere vengono esaminate dagli investigatori. La Regione Siciliana ha inoltre annunciato un’ispezione interna per accertare ogni aspetto relativo alla sicurezza del museo.
Perché il bottino rimasto nelle mani dei ladri è enorme.
Sono ancora scomparse la tavola centrale con la Madonna col Bambino in trono, l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. A queste si aggiunge un piccolo oggetto che, proprio per le sue dimensioni, potrebbe essere forse il più facile da occultare: la tavoletta bifronte attribuita ad Antonello, raffigurante da una parte la Madonna col Bambino e un francescano in adorazione e dall’altra un Ecce Homo. L’opera proveniva dalla collezione Wilhelm Soldan e venne acquistata dalla Regione Siciliana nel 2003, dopo essere comparsa sul mercato antiquario.
Piccola nelle misure, immensa nel significato.
Quel frate francescano inginocchiato davanti alla Vergine e al Bambino appartiene a un universo nel quale arte e devozione non erano mondi paralleli. Antonello non dipingeva immagini religiose come semplici decorazioni. In quelle tavole il sacro entra nello spazio umano con la precisione di uno sguardo, con una mano, una piega del mantello, una luce che accarezza il volto. Ed è forse questa la parte più difficile da spiegare quando un’opera d’arte viene rubata: il prezzo non coincide con il valore.
Un esperto citato dall’Associated Press ha stimato fra 70 e 80 milioni di euro il valore complessivo delle opere sottratte. Ma è una cifra che rischia quasi di distrarre. Antonello da Messina è uno degli artisti più rari del Rinascimento: il numero delle opere superstiti che gli vengono generalmente riconosciute è molto limitato. Non stiamo parlando di beni sostituibili con un assegno assicurativo.
Il Polittico di San Gregorio, soprattutto, porta sulla propria superficie le ferite della storia di Messina. Era stato realizzato per il monastero cittadino di San Gregorio; attraversò smembramenti e restauri e sopravvisse perfino alla catastrofe del terremoto del 1908, che distrusse gran parte della città e il complesso nel quale l’opera si trovava. Prima di questo furto erano sopravvissute cinque delle sei tavole originarie. Era inoltre una presenza eccezionale perché, a differenza di tante opere di Antonello oggi disperse nei musei del mondo, il polittico era rimasto legato alla sua città d’origine.
Ha resistito a cinque secoli, ai terremoti, all’incuria, agli smembramenti. E nel 2026 è stato smontato da una banda di ladri.
C’è qualcosa di profondamente italiano in questa contraddizione. Siamo il Paese che possiede una parte incomparabile del patrimonio culturale mondiale e, nello stesso tempo, troppo spesso comprendiamo ciò che possediamo soltanto quando qualcuno ce lo porta via.
Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha parlato di uno “sfregio” al patrimonio culturale universale, mentre l’assessore regionale ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato ha definito il furto una profonda ferita per la Sicilia e per l’intera Italia, assicurando piena collaborazione agli investigatori.
Ma una volta consumata l’indignazione rimane una domanda meno retorica: come è stato possibile?
Non perché esista un museo inviolabile. Non esiste. Ma perché la rarità e la notorietà delle opere rendevano Antonello un obiettivo prevedibile. Tanto più oggi che il suo mercato ha raggiunto quotazioni vertiginose: pochi mesi fa lo Stato italiano ha acquistato a New York un raro Ecce Homo dell’artista per circa 14,9 milioni di dollari. È inevitabile che gli investigatori verifichino anche l’ipotesi di un furto su commissione o destinato ai circuiti clandestini del mercato dell’arte.
Ed è proprio qui che il furto diventa paradossale. Una Madonna di Antonello da Messina non è un Rolex. Non la si può esibire, non la si può mettere all’asta, non la si può appendere tranquillamente nel salotto di una villa. Appena dovesse riapparire sul mercato legale sarebbe riconosciuta.
È dunque possibile che opere di tale fama finiscano in quel sottobosco nel quale il capolavoro non viene acquistato per essere mostrato ma per essere posseduto. Arte condannata alla clandestinità. Bellezza sequestrata alla vista.
È forse la forma più assurda del collezionismo criminale: rubare qualcosa di bellissimo per impedirgli di essere visto da chiunque altro.
E per Messina la ferita ha un significato ancora più profondo. Antonello porta il nome della città dentro il proprio nome. È “da Messina”. Il luogo non costituisce una semplice indicazione geografica: è diventato, nei secoli, parte dell’identità stessa dell’artista.
Per questo il furto compiuto proprio il 15 agosto possiede anche una coincidenza simbolica che non può lasciare indifferenti. Nel giorno dell’Assunta, mentre la città portava in processione la memoria della Vergine, dal suo museo veniva sottratta una delle Madonne più preziose della sua storia.
E tuttavia due figure sono rimaste.
San Benedetto e San Gregorio, deposti frettolosamente su quel muretto, sono già l’immagine indimenticabile di questa vicenda. I ladri avevano sottratto anche loro, ma non sono riusciti a portarli lontano. Sono rimasti a pochi metri dal museo, quasi a custodire il posto vuoto lasciato dalle altre tavole.
Naturalmente i santi non hanno fermato i ladri e non occorre trasformare la cronaca in agiografia. Ma un elzeviro può permettersi almeno di osservare l’ironia della scena: chi pensava di avere fra le mani soltanto cinque assi di legno dipinte ha dovuto abbandonarne due per strada.
Forse perché un capolavoro, diversamente da altra refurtiva, pesa molto più dei suoi chilogrammi.
Pesa cinque secoli di storia. Pesa la fede di chi lo commissionò. Pesa il genio di chi lo dipinse. Pesa la città che lo ha custodito. Pesa persino ciò che ha sopportato: terremoti, distruzioni, restauri, dispersioni.
Ora bisogna riportare a casa gli altri quattro pezzi.
Non soltanto perché valgono milioni. Ma perché non appartengono a chi può permettersi di comprarli clandestinamente. Appartengono a quella strana comunità senza confini che chiamiamo patrimonio: ai siciliani, agli italiani, a chi crede, a chi non crede, a chi studia il Rinascimento e al bambino che un giorno entrerà al museo e potrà fermarsi davanti allo sguardo di quella Madonna.
Un ladro può rubare una tavola.
Non dovrebbe riuscire a rubare anche lo sguardo che il mondo ha diritto di posarvi sopra.
San Gregorio e San Benedetto sono rimasti su un muretto, abbandonati nella fuga. Le altre tavole di Antonello sono ancora scomparse. È l’immagine perfetta di un furto che riguarda molto più di quattro opere: perché quando si sottrae un capolavoro a un museo non si deruba soltanto un’istituzione. Si priva una comunità di una parte della propria memoria.
