I numeri raccontano un’Italia molto meno violenta di quanto suggerisca il dibattito pubblico. Ma ignorare le paure dei cittadini sarebbe altrettanto sbagliato. La vera sfida è passare dalla politica dell’emergenza alla prevenzione, soprattutto quando si parla di giovani e periferie.
C’è un paradosso italiano che merita di essere preso sul serio: diminuiscono molti dei reati più gravi, eppure aumenta la sensazione di vivere in un Paese pericoloso. Non significa che gli italiani siano vittime di una gigantesca allucinazione collettiva. Significa piuttosto che sicurezza statistica e sicurezza vissuta non coincidono necessariamente. Governare bene vuol dire riuscire a guardare entrambe, senza negare i problemi ma anche senza trasformare ogni fatto di cronaca in carburante per una nuova legge penale.
I dati più recenti sono difficili da conciliare con l’immagine di un’Italia precipitata nell’anarchia. Nei primi sei mesi del 2026 gli omicidi volontari risultano diminuiti del 15 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, i furti dell’11, le rapine del 12, le violenze sessuali denunciate del 7 e le truffe del 9 per cento. Anche i femminicidi registrano una forte diminuzione.
Se allarghiamo lo sguardo, il quadro diventa ancora più sorprendente. In poco più di trent’anni il tasso italiano degli omicidi è crollato di oltre l’80 per cento e oggi il nostro Paese presenta livelli di violenza letale inferiori a quelli di molte nazioni che siamo abituati a considerare modelli di ordine sociale. Rispetto agli Stati Uniti, per esempio, l’incidenza degli omicidi sulla popolazione è enormemente più bassa.
Persino Roma e Milano, frequentemente rappresentate come città ormai fuori controllo, mostrano per numerosi reati violenti livelli inferiori a quelli di Londra, Berlino e di grandi metropoli americane. Questo non rende piacevole essere scippati sulla metropolitana e non consola chi torna a casa trovando la porta forzata. Serve però a impedire che l’esperienza individuale, per quanto dolorosa, venga trasformata automaticamente nella fotografia di un intero Paese.
Il problema politico nasce proprio qui. Negli ultimi anni molte norme sulla sicurezza sono arrivate immediatamente dopo episodi capaci di suscitare una fortissima emozione collettiva: rave party, violenze di gruppo, rivolte, blocchi stradali, criminalità minorile. La risposta è stata spesso la stessa: nuovi reati, aggravanti e pene più severe.
Ma un ordinamento penale non dovrebbe essere scritto con il ritmo di un telegiornale. L’indignazione è comprensibile; governare richiede qualcosa di più. Una legge efficace deve domandarsi non soltanto quale pena faccia sentire più rassicurata l’opinione pubblica oggi, ma quale misura riduca davvero il numero delle vittime domani.
La questione diventa particolarmente evidente quando si parla dei minori. È vero che alcune forme di violenza giovanile stanno crescendo: aumentano rapine, lesioni e tentati omicidi attribuiti a minorenni. Sarebbe dunque sbagliato liquidare la paura delle cosiddette baby gang come invenzione propagandistica. Ma i dati dicono contemporaneamente che la criminalità minorile non sta esplodendo in ogni sua forma e che alcuni reati sono diminuiti nel lungo periodo.
La realtà, ancora una volta, è meno comoda degli slogan.
Possiamo aumentare le pene quanto vogliamo, ma difficilmente un quindicenne che partecipa a una rapina con il gruppo degli amici consulta mentalmente il codice penale prima di estrarre un coltello. La deterrenza funziona quando il soggetto calcola conseguenze, probabilità e costi. L’adolescenza, soprattutto nelle situazioni di marginalità sociale, è spesso dominata invece dall’impulsività, dal bisogno di appartenenza, dalla ricerca di riconoscimento e dalla pressione del gruppo.
Per questo riempire gli istituti penali minorili può produrre l’effetto contrario a quello desiderato. Dopo il decreto Caivano la popolazione delle carceri per minori è cresciuta fortemente e alcuni istituti registrano ormai livelli di sovraffollamento analoghi a quelli delle prigioni degli adulti.
Qui uno sguardo cristiano sulla società diventa particolarmente esigente. La sicurezza è un bene autentico. Chi subisce una rapina, un’aggressione o una violenza ha diritto alla protezione dello Stato e alla giustizia. La misericordia non consiste nell’abbandonare le vittime per giustificare chi delinque. Ma anche la pena, nella tradizione cattolica, non può perdere la sua funzione di recupero della persona.
Un ragazzo che commette un reato è responsabile del male compiuto. Ma rimane un ragazzo. Se lo rinchiudiamo per anni in un ambiente sovraffollato, violento e privo di reali opportunità educative, possiamo forse soddisfare il bisogno immediato di punizione, ma rischiamo di restituire alla società un adulto più arrabbiato, più isolato e più criminalizzato di quando è entrato.
Esiste poi un dato che dovrebbe interessare molto più di cento dibattiti televisivi: la recidiva dei minori passati dal carcere risulta molto più elevata di quella di chi ha seguito percorsi di messa alla prova.
La domanda diventa allora elementare: vogliamo una pena che faccia male o una pena che faccia diminuire i reati?
E dietro la criminalità minorile emerge infine ciò che la politica preferisce spesso non vedere, perché richiede anni di lavoro anziché un decreto da approvare in pochi giorni: povertà educativa, famiglie fragili, periferie degradate, abbandono scolastico, mancanza di opportunità. I dati richiamati nel materiale mostrano che proprio fra i minori la povertà è cresciuta più che in altre fasce della popolazione e che già nei primi anni di vita le disuguaglianze sociali incidono su autocontrollo, fiducia negli altri ed empatia.
Investire in una scuola dell’infanzia di periferia fa meno rumore che aumentare una pena. Non produce titoli aggressivi e non offre al ministro di turno la fotografia del pugno chiuso. Eppure potrebbe evitare che, dieci anni dopo, quel bambino finisca davanti a un giudice.
Non bisogna quindi scegliere tra sicurezza e politiche sociali. È una contrapposizione artificiale. Occorrono più forze dell’ordine dove servono, tempi di intervento adeguati, certezza della pena per chi commette reati gravi. Ma occorrono contemporaneamente educatori, scuole, servizi sociali, sport, lavoro e famiglie sostenute prima che la strada diventi l’unica comunità disponibile.
La paura dei cittadini merita rispetto. Non va derisa con una statistica. Ma merita rispetto anche la verità dei numeri, perché alimentare deliberatamente una sensazione di assedio può diventare uno strumento potentissimo di consenso politico.
La buona politica dovrebbe avere il coraggio di dire entrambe le cose: l’Italia non è un Paese allo sbando, e tuttavia esistono problemi reali che richiedono risposte serie. Non servono né il rassicurante “va tutto bene” né il permanente “siamo sotto assedio”.
Serve quella virtù antica che il lessico cristiano chiama prudenza: guardare la realtà per ciò che è, distinguere, prevenire, proteggere e correggere. Perché uno Stato forte non è quello che inventa continuamente nuove pene. È quello che riesce a fare in modo che sempre meno persone debbano subirle.
La sicurezza non si costruisce negando le paure dei cittadini, ma neppure governandole attraverso la paura. Se vogliamo davvero meno criminalità, soprattutto tra i giovani, dobbiamo avere il coraggio di investire prima nella scuola, nelle famiglie e nelle periferie, invece di accorgerci di un ragazzo soltanto quando entra in carcere.
