Romuald Wadagni è il nuovo presidente del Benin

C’è un Paese, stretto tra il Togo e la Nigeria, affacciato sul Golfo di Guinea, che il mondo conosce poco e che meriterebbe di conoscere di più. Il Bénin non fa rumore. Non esporta crisi, non esporta caos. Esporta intelletti.

È questa la prima cosa da dire, prima di qualunque percentuale elettorale, prima di qualunque analisi politica: il Bénin è un Paese di uomini e donne che pensano, che studiano, che costruiscono. Una terra che ha dato all’Africa filosofi, economisti, scrittori, giuristi, medici. Una civiltà antica — quella del regno del Dahomey — che ha lasciato in eredità una dignità culturale che nessuna colonizzazione è riuscita a cancellare del tutto, e che oggi riaffiora in ogni laureato che sceglie di tornare a casa invece di restare a Parigi o a Londra.

È da questo popolo che viene Romuald Wadagni. Ed è per questo popolo che dovrà governare.

Novantaquattro virgola zero cinque per cento: un numero che dice tutto sul sistema, ma nulla sull’uomo né sulla nazione che lo esprime. Perché il Bénin, anche quando la politica si irrigidisce, mantiene qualcosa di raro: una cultura della pace. Le piazze beninesi non bruciano. Le tensioni si sfogano nel dibattito, nelle chiese, nelle moschee, nei mercati — non nelle baracche dei golpisti. Persino il tentativo di colpo di Stato del dicembre scorso, l’unico vero sobbalzo di un Paese abituato alla stabilità, è stato sedato in poche ore. L’esercito ha retto, le istituzioni hanno retto, il Paese ha retto. Non è poco, nell’Africa occidentale di oggi, dove le giunte si moltiplicano come funghi dopo la pioggia.

Chi ha osservato il Bénin in questi anni ha notato qualcosa di familiare nel metodo di Patrice Talon: quella miscela di rigore economico, controllo politico e proiezione internazionale che ricorda il modello del Ruanda di Paul Kagame. Crescita a due cifre, infrastrutture, immagine curata, investitori stranieri rassicurati — e, in parallelo, uno spazio civile che si è andato restringendo, un’opposizione tenuta ai margini, una stampa che ha imparato a misurare le parole. Il metodo Kagame funziona, almeno sul piano dei numeri. Ma lascia sempre una domanda aperta: a che punto lo sviluppo economico dovrà fare i conti con le libertà che lo rendono sostenibile nel lungo periodo? È la domanda che il Ruanda non ha ancora risposto del tutto. Ed è la stessa che ora si pone al Bénin.

Wadagni sembra saperlo. O almeno, così appare a chi lo osserva da vicino. È un uomo che conosce i propri limiti — raro in politica — e che non ha mai confuso la competenza tecnica con la saggezza di governo. Non ha cercato il potere: il potere lo ha trovato lui, quasi suo malgrado, alla fine di un percorso di servizio silenzioso. Questa non è una garanzia, ma è un buon punto di partenza.

C’è poi un capitolo che merita attenzione e che negli ultimi anni si era andato appannando: il rapporto tra lo Stato e le confessioni religiose. Il Bénin è un Paese profondamente spirituale, dove cattolici, musulmani e fedeli del Vudù — la religione tradizionale nata proprio qui, in questa terra, prima di attraversare l’Atlantico — convivono con una naturalezza che è essa stessa una forma di civiltà. La Chiesa cattolica, in particolare, ha storicamente svolto un ruolo fondamentale nell’istruzione, nella sanità, nel tessuto sociale del Paese. Negli ultimi anni, quel dialogo si era affievolito, le distanze si erano fatte sentire. Wadagni avrà l’intelligenza e la sensibilità di ricucire quei legami? Il Bénin ha bisogno di tutte le sue forze — spirituali e civili — per affrontare le sfide che lo attendono.

Perché le sfide ci sono, e sarebbe ingenuo negarlo. I jihadisti nel nord, il confine con il Niger chiuso e il costo della vita che sale, i giovani laureati che faticano a trovare il loro posto in un’economia che cresce ma non sempre distribuisce. Questi non sono problemi beninesi soltanto: sono problemi del mondo, declinati in scala africana. Nessun Paese — neanche quelli che si credono modelli — ha risolto del tutto la tensione tra crescita e giustizia, tra stabilità e libertà, tra continuità e rinnovamento.

Il Bénin ha un vantaggio che non tutti possono vantare: sa da dove viene. Sa chi è. Ha una memoria, una cultura, una dignità che resistono. E ha, in questo momento, un presidente che almeno in apparenza conosce il peso di ciò che ha in mano.

Che Dio assista il Bénin. E assista Wadagni.