Una famiglia uruguaiana lo accudiva da due anni, poi l’Inau lo ha tolto per darlo alla coppia italiana
A Pan de Azúcar, nel dipartimento uruguaiano di Maldonado, una stanza pronta, un piccolo sgabello, i vestitini piegati. E una famiglia che aspettava da due anni. Il bambino malato e «senza alternative» su cui è stata costruita la grazia presidenziale a Nicole Minetti aveva già una famiglia — incensurata, dichiarata idonea, strappata dalla procedura senza spiegazioni. Quello che Roma ha chiamato «caso eccezionale» si chiama, a Montevideo, qualcosa d’altro.
Ogni edificio di potere poggia su un pilastro narrativo. Togliete il pilastro e l’edificio crolla. Nel caso della grazia concessa dal Presidente della Repubblica a Nicole Minetti, quel pilastro aveva una forma precisa e commovente: un bambino gravemente malato, abbandonato alla nascita, rimasto per tre anni in un istituto di accoglienza uruguaiano senza che nessuna famiglia si facesse avanti. Un caso «eccezionale», come lo ha definito l’Inau — l’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay — per giustificare lo scavalcamento dell’ordine di precedenza nel registro degli adottanti. Un caso abbastanza eccezionale da diventare il presupposto di un atto di clemenza di Stato. Ora quel pilastro mostra una crepa che rischia di essere strutturale: il bambino aveva già una famiglia.
Si chiamano Julio e Leydi. Lui è un impiegato dell’amministrazione locale, lei ha lavorato per un’azienda convenzionata con l’Inau — e proprio per questo, quando è iniziata la pre-adozione, l’ente le ha chiesto di smettere di lavorare lì per evitare conflitti d’interesse. Lei ha accettato. Era il 2018. Da quel momento il bambino è entrato nella loro vita: compleanni, feste, quotidianità. Julio mostra i video a chiunque voglia vederli. Leydi aveva superato ogni verifica: esami psicologici, controlli domiciliari, valutazione d’idoneità. Dopo quasi due anni l’Inau li dichiara idonei. Poi, senza comunicazioni, senza spiegazioni, il bambino viene tolto e affidato a una coppia straniera, descritta come «molto legata a Maldonado». Una coppia facoltosa. Una coppia italiana.
Julio si presenta a Montevideo per capire cosa sia successo. L’ente gli propone un altro bambino come compensazione. «Io ero andato per lui, non per un altro bambino», risponde. È una frase che non ha bisogno di commenti. Ha la grammatica del lutto — non della burocrazia.
Il cortocircuito tra la versione istituzionale e la testimonianza di questa famiglia è frontale e documentato. Nei verbali che hanno sorretto la grazia presidenziale italiana, la referente dell’Inau ha dichiarato che nessuno del Registro Unico degli Adottanti voleva quel bambino, che la sua condizione medica lo rendeva «indesiderabile» per le famiglie uruguaiane, che la sua «grande frustrazione» nel vedere i compagni adottati mentre lui restava in istituto ne certificava la condizione di abbandono. Ogni parola di quella narrazione, ora, è smentita da due anni di vita vissuta insieme in una casa a Pan de Azúcar. Due funzionari rischiano un’imputazione per falsa testimonianza. L’Inau è già nel mezzo di uno scandalo nazionale su omissioni e adozioni irregolari.
C’è poi la questione delle dichiarazioni rese in sede di adozione sulle pendenze giudiziarie della richiedente. In Uruguay la prostituzione è legale, ma lo sfruttamento e il favoreggiamento restano reato. Minetti è stata condannata in Italia nell’ambito del processo Ruby per favoreggiamento della prostituzione. Cosa sia stato dichiarato all’Inau su questo punto non è ancora chiaro, ma è una questione che gli inquirenti uruguaiani non potranno ignorare a lungo.
Quello che emerge non è soltanto un caso di adozione contestata. È la storia di come una narrazione costruita a diecimila chilometri di distanza — il bambino malato, abbandonato, senza speranza — sia diventata il combustibile di un atto politico e istituzionale di primissimo piano: una grazia presidenziale. Se quella narrazione era falsa, o anche solo parzialmente distorta, allora la grazia poggia sul vuoto. E con lei le firme di chi l’ha istruita, avallata, concessa. Julio e Leydi non chiedono di riaprire la storia. Chiedono soltanto che si sappia com’è andata davvero. I giocattoli sono ancora lì, intatti, nella stanza di un bambino che non è mai tornato.
Roma ha firmato una grazia su un bambino «senza famiglia». A Montevideo quella famiglia invece esiste, ha un nome, ha i video, e aspetta ancora una spiegazione.
