5.000 ettari di foreste distrutte, suoli avvelenati, 444 milioni di dollari per la ricostruzione
Il Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica del Libano ha pubblicato la prima valutazione ambientale sistematica delle conseguenze dell’aggressione israeliana del 2023–2024. Il verdetto scientifico è senza appello: foreste bruciate, suoli avvelenati da metalli pesanti e fosforo bianco, aria irrespirabile, 16 milioni di tonnellate di macerie. La ministra dell’Ambiente usa la parola «ecocidio». I dati le danno ragione.
Esiste una differenza fondamentale tra descrivere una guerra e misurarla. La prima è operazione narrativa, necessaria ma inevitabilmente selettiva. La seconda è operazione scientifica: campionamenti del suolo, immagini satellitari, spettroscopia X a induzione protonica, rilevatori di radiazioni in mano a ricercatori che entrano nelle zone bombardate con il supporto logistico dell’esercito libanese. Il rapporto pubblicato dal Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica del Libano — CNRS-L — appartiene alla seconda categoria. È il primo documento che traduce i diciannove mesi di aggressione israeliana sul territorio libanese in cifre verificabili, grafici, mappe di contaminazione, stime di costo. E il quadro che emerge è quello di un disastro ambientale sistemico che durerà decenni, indipendentemente dal destino politico della regione.
I numeri della devastazione sono di una crudezza difficile da assorbire. Cinquemila ettari di copertura forestale distrutti — querce, pini da pinoli, macchia mediterranea — concentrati soprattutto nel Nabatiyeh e nel Sud, le due governatorie più colpite dai bombardamenti. Duemilacento ettari di frutteti bruciati: oliveti, agrumeti, piantagioni di banane e tabacco che erano il tessuto economico di comunità rurali e che, nel caso degli alberi perenni, richiedono decenni per ricrescere. Danni all’agricoltura per 118 milioni di dollari, perdite per 586 milioni. Ventiseimila famiglie di agricoltori direttamente colpite. Quarantanovemilaottocento arnie distrutte — quasi cinquantamila — con conseguenze a cascata sull’impollinazione di tutta la regione. Sedici milioni di tonnellate di macerie sparse su un paese già martoriato dalla crisi economica e dall’esplosione del porto di Beirut.
La contaminazione del suolo è il capitolo più inquietante del rapporto. I ricercatori del CNRS-L hanno analizzato 134 campioni di superficie nelle zone interessate dai bombardamenti, e quello che hanno trovato racconta una guerra chimica oltre che convenzionale. Il cromo supera le soglie di sicurezza nel 45% dei campioni, e tra questi il 59% rientra nella categoria «molto alto» — oltre 100 parti per milione. Le concentrazioni di fosforo totale raggiungono livelli anomali in decine di villaggi del Sud e anche nella Bekaa, a Rayak, dove si arriva a 1.858 ppm in una zona in cui non risultano attacchi ufficialmente dichiarati con fosforo bianco: un’anomalia che i ricercatori definiscono «priorità di indagine urgente». Il piombo è generalmente basso, ma con un punto caldo a Bouday a 230 ppm. Rame e zinco fuori soglia in numerosi siti. Molti di questi hotspot si trovano all’interno di agroecosistemi — frutteti, oliveti, campi coltivati — il che significa che la contaminazione si traduce direttamente in rischio alimentare per le comunità che dipendono da quei terreni.
L’aria ha smesso di essere un bene gratuito. Le campagne di monitoraggio condotte tra settembre e dicembre 2024 a Beirut hanno rilevato picchi di PM2.5 fino a 65 microgrammi per metro cubo — quattro volte la soglia giornaliera raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è di 15. Le analisi elementari delle polveri hanno trovato nickel, vanadio, rame, zinco e piombo in concentrazioni coerenti con i residui di combustione da bombardamenti e crollo di infrastrutture. Non si tratta di una crisi emergenziale ormai risolta: i ricercatori avvertono che le particelle fini e i metalli pesanti nell’aria continuano a rappresentare un rischio cronico per la salute delle popolazioni urbane, in particolare per quelle più vulnerabili.
C’è un dato che il rapporto registra come notizia parzialmente positiva, e vale la pena nominarla: il mare non è stato avvelenato. Le analisi dei sedimenti e dei molluschi lungo la costa meridionale non hanno rilevato concentrazioni significative di piombo, cadmio o mercurio. La qualità delle acque costiere è rimasta sostanzialmente stabile, con miglioramenti in alcuni indicatori batteriologici — probabilmente per effetto dello spopolamento e del calo dell’attività umana durante il conflitto. Il sistema marino ha mostrato una resilienza che i ricercatori stessi definiscono sorprendente. Ma questa resilienza ha un prezzo nascosto: i pescatori del Sud sono rimasti fermi fino a otto mesi, il porto di Naqoura è stato chiuso per oltre il 90% della durata della guerra, le perdite nel settore arrivano a quattro milioni di dollari, ventisette barche danneggiate o distrutte. Il mare era sano, ma nessuno poteva uscire a pescarlo.
Sul fronte radiologico, il rapporto porta una delle poche notizie tranquillizzanti: nessun uranio impoverito o arricchito è stato rilevato nei 62 campioni prelevati in 19 siti colpiti da missili bunker-buster. I livelli di radiazione sono rimasti nei range naturali di fondo. È un risultato che evita la peggiore delle scenari, ma che non cancella il contesto: stiamo parlando di un paese in cui i ricercatori hanno dovuto raccogliere campioni da crateri di missili con il supporto dell’unità CBRN dell’esercito — chimica, biologica, radiologica, nucleare — perché senza escorta militare quelle zone erano inaccessibili.
La ministra dell’Ambiente Tamara El Zein ha usato nel suo intervento introduttivo al rapporto la parola «ecocidio», e lo ha fatto in un documento ufficiale del governo libanese, non in un comizio. È una parola giuridicamente carica, ancora non codificata nel diritto internazionale come crimine autonomo ma sempre più presente nei dibattiti della Corte Penale Internazionale. Il rapporto del CNRS-L non si pronuncia su questo piano — è un documento scientifico, non un atto d’accusa — ma fornisce esattamente il tipo di evidenza che un eventuale procedimento richiederebbe: geografica, quantitativa, settoriale, verificata sul campo. Diecimila ettari di vegetazione distrutti con modalità incompatibili con i cicli naturali degli incendi, confermati dalla comparazione con le serie storiche; un’intensità e una concentrazione geografica che i ricercatori descrivono come «fortemente indicativa di ignizione bellica come causa dominante».
Il costo della ricostruzione ambientale è stimato tra 444 milioni di dollari (299 per il recupero ecologico, 145 per la gestione delle macerie) e potenzialmente molto di più, in un paese che era già in ginocchio prima che la prima bomba cadesse. Il rapporto chiede solidarietà internazionale, fondi verdi, cooperazione tecnica. Chiede che il recupero degli ecosistemi venga trattato come «pilastro della ricostruzione» e non come voce residuale dei bilanci umanitari. Chiede, in sostanza, che si riconosca che bombardare un paese non significa soltanto distruggere le sue case e le sue strade. Significa avvelenare la sua terra, bruciare le sue foreste, contaminare i suoi suoli agricoli per decenni. Significa che la guerra non finisce quando tacciono i cannoni. Continua nei campioni del suolo di Rayak, nelle polveri sottili di Beirut, nei 49.850 arnie vuote sparse nel Nabatiyeh.
Cinquemila ettari di foreste, duemila di frutteti, sedici milioni di tonnellate di macerie, suoli avvelenati per decenni. Il Libano ha la scienza per dimostrarlo. Manca ancora il tribunale che voglia ascoltarla.
