Alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, Donald Trump condanna la violenza politica, insulta giornalisti e avversari e indossa il cappello della ricandidatura impossibile. Dice di scherzare, ma intanto abitua l’America a pensare che anche la Costituzione possa diventare una battuta.
«Sto solo scherzando», ha sussurrato Donald Trump. Subito dopo ha indossato un cappello rosso con la scritta “Trump 2028” e ha annunciato la propria candidatura a un fantomatico quarto mandato. Il pubblico ha riso. Ma con Trump il confine tra la battuta, la provocazione e il progetto politico è sempre stato deliberatamente incerto. Il suo umorismo non serve soltanto a divertire: misura le reazioni, sposta progressivamente il limite del dicibile e trasforma ogni principio democratico in materia negoziabile.
La serata era cominciata sotto il segno della riconciliazione. La cena annuale dell’Associazione dei corrispondenti dalla Casa Bianca, rinviata dopo l’attacco armato del 25 aprile, era stata trasferita dal Washington Hilton al più piccolo e controllabile Waldorf Astoria. Donald Trump ha aperto il discorso condannando la violenza politica e affermando che le divergenze devono essere risolte attraverso il dibattito, non con i proiettili. L’evento ha inoltre reso omaggio all’agente del Secret Service ferito durante l’attentato.
Erano parole necessarie. Avrebbero potuto segnare l’inizio di una riflessione seria sulla radicalizzazione della società americana. Ma Trump non riesce a mantenere a lungo il registro istituzionale. È più forte di lui: deve trasformare ogni palco in un’arena, ogni incontro in una prova di fedeltà, ogni interlocutore in un possibile bersaglio.
Così, dopo avere esortato il Paese a respingere l’odio, ha ripreso il repertorio delle offese personali, delle umiliazioni e delle frecciate contro giornalisti, comici, politici e avversari. La serata celebrava la libertà di stampa, ma il presidente l’ha utilizzata anche per colpire una stampa che considera libera soprattutto quando lo elogia. Il discorso, durato quasi un’ora, è oscillato continuamente tra riconoscimenti ai cronisti e attacchi contro chi ha pubblicato notizie sgradite alla Casa Bianca.
Persino la premiazione dei giornalisti del Wall Street Journal per le inchieste riguardanti Jeffrey Epstein ha prodotto una scena surreale. Trump ha sorriso, ha scrollato le spalle e si è congratulato con alcuni reporter le cui ricostruzioni aveva duramente contestato. L’uomo più potente del mondo recitava contemporaneamente la parte del buon perdente e quella della vittima perseguitata.
Poi è arrivato il cappello.
Trump ha detto che la seconda presidenza è migliore della prima, che una terza sarebbe ancora migliore e che potrebbe ricandidarsi per un “quarto mandato”, contando evidentemente anche quello che continua a sostenere di avere vinto nel 2020. Infine ha indossato il berretto “Trump 2028”. La scena e le battute sulla terza o quarta presidenza sono state riportate da numerose testate presenti alla serata.
La Costituzione americana, però, non è ambigua: il Ventiduesimo emendamento stabilisce che nessuno può essere eletto presidente più di due volte. Trump, eletto nel 2016 e nuovamente nel 2024, non potrebbe quindi candidarsi legalmente a un altro mandato nel 2028 senza una modifica costituzionale.
È dunque solo una battuta?
Probabilmente sì, nell’immediato. Ma la domanda è insufficiente. Anche le battute possono svolgere una funzione politica. Possono introdurre un’idea inaccettabile, renderla familiare, verificare quanto entusiasmo suscita e costringere gli avversari a reagire. Se la reazione è troppo forte, si può sempre arretrare: «Stavo scherzando». Se invece la platea applaude, l’ipotesi acquista un poco di realtà.
È la tecnica della provocazione reversibile.
Trump pronuncia una frase estrema e poi lascia agli altri il compito di stabilire se fosse seria. In questo modo conserva tutti i vantaggi e nessuna responsabilità. I sostenitori possono interpretarla come una promessa; i moderati come una semplice ironia; gli oppositori vengono rappresentati come persone prive di senso dell’umorismo. Intanto, però, il limite è stato spostato.
Il berretto “Trump 2028” non è un programma giuridicamente praticabile. È un oggetto simbolico. Dice che il potere di Trump non dovrebbe conoscere scadenze, perché non deriverebbe soltanto dalle istituzioni, ma da un rapporto personale e quasi proprietario con il suo movimento. La presidenza non appare più come una funzione temporanea affidata dagli elettori, bensì come il naturale prolungamento di un uomo.
È questa l’idea che dovrebbe preoccupare.
La democrazia liberale non si fonda soltanto sul voto. Si fonda anche sull’accettazione della sconfitta, sull’alternanza, sui limiti temporali e sulla distinzione tra la persona del governante e lo Stato. Trump, invece, continua a raccontare il 2020 come una vittoria sottratta e dunque a contabilizzare un mandato immaginario. Non è una semplice stravaganza aritmetica: è il rifiuto di riconoscere pienamente la legittimità di un risultato elettorale contrario ai propri desideri.
Quando un leader considera valide soltanto le elezioni che vince, il problema non riguarda più il suo carattere. Riguarda la concezione stessa della democrazia.
Ancora più evidente è la contraddizione tra l’inizio e la fine del discorso. Trump ha giustamente condannato la violenza politica, ma la violenza non nasce nel vuoto. Cresce dentro un linguaggio che trasforma gli avversari in nemici, i giornalisti in traditori, le istituzioni indipendenti in ostacoli illegittimi e ogni critica in una congiura.
Non si può chiedere agli americani di deporre l’odio continuando contemporaneamente di alimentare una comunicazione che vive di polarizzazione permanente.
La vera forza di una democrazia non consiste nel fatto che un presidente sopravviva a un attentato. Consiste nella sua capacità di rispettare le regole anche quando gode di un consenso enorme. La grandezza delle istituzioni americane non è mai dipesa dalla personalità dei loro leader, ma dalla convinzione che nessuno, neppure il più popolare, sia più grande della Costituzione.
Per questo il cappellino “Trump 2028” è più di un gadget elettorale. È un messaggio culturale. Non invita realmente a modificare il Ventiduesimo Emendamento; suggerisce qualcosa di più sottile: che i limiti costituzionali siano un dettaglio, una formalità, un ostacolo burocratico che può essere aggirato almeno nell’immaginario collettivo.
Le democrazie, tuttavia, non muoiono soltanto con i colpi di Stato. Possono logorarsi lentamente, quando si abitua l’opinione pubblica a considerare negoziabili principi che fino al giorno prima sembravano intoccabili. Ogni provocazione abbassa un poco l’asticella, ogni battuta rende familiare ciò che prima appariva inconcepibile.
Naturalmente Trump non è il primo leader a usare l’ironia come strumento politico. Ma pochi come lui hanno fatto dell’ambiguità una tecnica di governo. È il metodo del “plausible deniability”: dire tutto senza assumersi fino in fondo la responsabilità di ciò che si è detto. Se conviene, era una promessa. Se crea scandalo, era una battuta. Se suscita consenso, diventa una proposta. Se provoca indignazione, la colpa è di chi “non capisce l’umorismo”.
È una comunicazione che non cerca di convincere, ma di destabilizzare. Non offre certezze, bensì costringe gli altri a rincorrere continuamente il significato delle parole del leader.
Ed è forse questo il lascito più problematico del trumpismo: non tanto le singole decisioni politiche, che possono essere condivise o contestate, quanto l’erosione del linguaggio istituzionale. Quando ogni confine diventa materia di provocazione, anche la distinzione tra verità e propaganda, tra ironia e intenzione, tra rispetto delle regole e culto della personalità finisce per sfumare.
Donald Trump ha probabilmente scherzato. Ma le battute di un presidente non sono mai soltanto battute. Hanno il potere di orientare il dibattito pubblico, di testare i limiti della cultura democratica e di trasformare l’impensabile in qualcosa di progressivamente accettabile. La forza di una Costituzione non dipende soltanto dai suoi articoli, ma dalla volontà collettiva di considerarli indisponibili. Quando anche i limiti del potere diventano oggetto di ironia, la domanda non è più se il leader stia scherzando. La domanda è se il Paese abbia ancora voglia di farlo.
