Per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, il Papa lega ciò che troppo spesso la politica separa: guerra, povertà, devastazione ambientale e crisi morale. La profezia di Isaia diventa così una domanda rivolta anche al nostro tempo: continueremo a trasformare i vomeri in spade o avremo il coraggio di compiere il cammino contrario?
Ci siamo abituati alle immagini della guerra. Forse è questo uno dei drammi più inquietanti del nostro tempo. Missili che attraversano il cielo, città ridotte in macerie, colonne di profughi, bambini estratti dalle rovine sono diventati parte del paesaggio quotidiano dell’informazione. Cambiano i fronti, cambiano le bandiere, cambiano le alleanze, ma resta una convinzione che sembra ormai insinuarsi nel linguaggio delle cancellerie: per ottenere la pace bisogna preparare sempre più guerra.
Leone XIV, nella Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, rovescia la prospettiva partendo da una delle immagini più potenti della Bibbia: le spade trasformate in vomeri e le lance in falci.
Non è poesia per anime ingenue. È politica nel senso più alto della parola.
Perché una spada e un vomere possono nascere dallo stesso metallo. Ciò che cambia è la destinazione impressa dall’uomo. Con il ferro si può aprire il ventre della terra perché produca grano oppure aprire il ventre di un uomo. Si può seminare oppure uccidere. Si può nutrire oppure conquistare.
È qui che il messaggio di Leone XIV diventa particolarmente scomodo.
Il Papa non si limita infatti a chiedere qualche comportamento ecologicamente virtuoso, né trasforma la Giornata del creato in una celebrazione religiosa dell’ambientalismo contemporaneo. Va molto più in profondità: il problema della Terra è anche un problema dell’uomo e il problema dell’uomo, prima ancora di essere economico o tecnologico, riguarda il suo cuore.
La guerra e la devastazione ambientale hanno una radice comune: l’illusione di poter possedere senza limite.
Possedere territori, risorse, materie prime, acqua, energia. Possedere persino il futuro degli altri.
Dietro molti conflitti contemporanei non ci sono soltanto ideologie o rivendicazioni nazionali. Ci sono rotte commerciali, giacimenti, terre rare, acqua, petrolio, controllo dei mari, sicurezza energetica. La carta geografica della guerra e quella delle risorse naturali finiscono spesso per sovrapporsi.
È per questo che parlare di pace e parlare di creato significa parlare della stessa casa.
Una bomba non distrugge soltanto un edificio. Avvelena terreni, contamina falde, interrompe coltivazioni, costringe popolazioni intere alla fuga, crea fame e prepara nuove povertà. La guerra possiede una lunga ombra ecologica che continua anche dopo che i cannoni hanno smesso di sparare.
Leone XIV richiama così una verità che l’Occidente benestante rischia qualche volta di dimenticare: i primi a pagare la distruzione della natura sono quasi sempre i poveri.
Chi dispone di denaro può spostarsi, comprare acqua, acquistare energia, assicurarsi cibo più costoso, proteggersi dalle emergenze. Chi non possiede nulla resta invece accanto al fiume contaminato, alla terra diventata improduttiva, alla casa travolta, alla frontiera chiusa.
L’ecologia cristiana nasce precisamente qui.
Non dall’adorazione della natura, ma dalla custodia della creazione e dalla dignità della persona. Non oppone l’uomo alla Terra, perché sa che l’uomo è terra e respiro di Dio, creatura tra le creature e, nello stesso tempo, responsabile di esse.
In questo senso Leone XIV raccoglie e sviluppa un filo che attraversa il magistero recente della Chiesa. Benedetto XVI aveva intuito che i deserti geografici crescono insieme ai deserti interiori. Francesco, con Laudato si’, ha mostrato che non esistono due crisi separate, una sociale e una ambientale, ma una sola crisi complessa che chiede una risposta integrale.
Leone aggiunge con forza il dramma della guerra. E lo fa riportando tutto al cuore.
È forse il passaggio più cristianamente controcorrente del suo messaggio. Viviamo in un tempo che attribuisce quasi ogni male alle strutture. Certamente le strutture ingiuste esistono e devono essere cambiate. Esistono sistemi economici predatori, legislazioni insufficienti, interessi industriali enormi, governi irresponsabili.
Ma nessuna legge riuscirà definitivamente a salvare il creato se l’uomo continuerà a desiderare senza misura.
Nessun trattato garantirà la pace se il potere continuerà a essere concepito come dominio.
Nessun accordo sul clima potrà bastare se il profitto immediato resterà l’unico criterio con cui misuriamo il progresso.
Qui la questione ecologica diventa questione spirituale.
Conversione ecologica significa allora qualcosa di molto più impegnativo che differenziare correttamente i rifiuti. Significa imparare nuovamente il limite. Riconoscere che non tutto ciò che possiamo fare deve necessariamente essere fatto; che non tutto ciò che possiamo comprare deve essere comprato; che non tutto ciò che possiamo sfruttare ci appartiene.
E soprattutto significa comprendere che anche l’altro pone un limite al mio potere.
La pace comincia proprio da questo confine invisibile.
In un mondo che investe somme gigantesche per perfezionare gli strumenti con cui distruggere la vita, Isaia continua ostinatamente a proporre il procedimento inverso: prendere gli strumenti della morte e convertirli in strumenti di vita.
È una delle immagini bibliche più rivoluzionarie perché non chiede semplicemente di deporre la spada. Chiede di riforgiarla.
Il metallo rimane, cambia la sua vocazione.
Ed è forse questa la parola più bella che Leone XIV consegna alla politica, all’economia e anche alla Chiesa: trasformare.
Trasformare le risorse destinate alla distruzione in sviluppo. Le spese di guerra in scuole e ospedali. La conquista in cooperazione. Il possesso in custodia. La paura dello straniero in incontro. La tecnologia del dominio in tecnologia al servizio dell’uomo.
Non è facile. E certamente non basta una predica.
Ma il cristianesimo non ha mai identificato il realismo con la rassegnazione.
C’è anzi qualcosa di profondamente irrealistico nell’idea che la sicurezza possa essere costruita accumulando indefinitamente strumenti capaci di annientarci. La storia dovrebbe averci almeno insegnato che la paura genera armi e le armi generano altra paura, fino a quando diventa impossibile distinguere la difesa dalla preparazione del prossimo conflitto.
San Francesco d’Assisi lo aveva compreso otto secoli fa con il linguaggio semplice e radicale del Vangelo. Chiamare fratello il sole, sorella l’acqua e madre la terra non significava fuggire dalla storia. Significava rimettere ogni creatura dentro una relazione.
Ed è precisamente la relazione ciò che la guerra distrugge.
Non soltanto quella fra gli uomini. Anche quella tra l’uomo e la terra sulla quale vive.
Nell’anno in cui ricordiamo gli ottocento anni dalla morte del Poverello, il messaggio di Leone XIV acquista perciò una particolare forza francescana. Francesco non possedeva il creato: lo riceveva. Non pretendeva di dominarlo: lo riconosceva come dono. E proprio perché nulla gli apparteneva, poteva chiamare ogni cosa sorella.
Forse il vero contrario della guerra non è soltanto la pace.
È la fraternità.
Perché si può smettere temporaneamente di combattere continuando a considerare l’altro un nemico. La fraternità, invece, cambia lo sguardo.
Ed è da questo cambiamento che può nascere anche una diversa economia, una diversa politica, una diversa idea di sviluppo.
Leone XIV ci ricorda dunque che prima di disarmare gli arsenali bisogna disarmare l’immaginazione dell’uomo. Finché continueremo a pensare che essere potenti significhi poter distruggere, le spade continueranno a moltiplicarsi.
Il profeta Isaia propone un’altra potenza: quella che sa trasformare.
Dalla spada al vomere. Dalla lancia alla falce. Dal deserto al giardino.
Forse la conversione ecologica comincia proprio qui: quando l’uomo smette di domandarsi quanto del mondo può conquistare e ricomincia a chiedersi quanto mondo riuscirà a consegnare, ancora abitabile, a chi verrà dopo di lui.
Nel messaggio di Leone XIV la questione ambientale esce dal recinto dell’ecologismo e torna al cuore dell’antropologia cristiana: non salveremo la Terra senza imparare nuovamente il limite, la fraternità e la pace. Perché prima ancora delle foreste e dei fiumi esiste un ecosistema da custodire: il cuore dell’uomo.
