Da Benevento i vescovi lanciano una sfida che riguarda ben più della pastorale: smettere di considerare paesi, montagne e piccoli centri come territori destinati naturalmente a svuotarsi. Perché quando chiude una scuola, scompare un presidio sanitario o l’ultimo giovane parte, non muore soltanto un borgo. Si impoverisce l’intero Paese.

Abbiamo inventato un’espressione apparentemente neutra, “aree interne”, che rischia però di contenere già un giudizio. Se qualcosa è “interno”, viene spontaneo immaginare che esista un centro altrove: nelle metropoli, lungo le grandi direttrici ferroviarie, nei distretti dove corrono il denaro e le opportunità. Tutto il resto diventa periferia, retroterra, margine. E quando un territorio viene pensato abbastanza a lungo come marginale, prima o poi anche chi lo abita comincia a sentirsi tale. È contro questa rassegnazione che una trentina di vescovi provenienti dalle diverse regioni italiane si sono ritrovati a Benevento. Non per organizzare la nostalgia dei paesi che furono, ma per chiedersi se proprio da quei luoghi che la modernità considera periferici possa nascere una diversa idea di comunità. L’incontro, avviato dalla Chiesa italiana nel 2021 e ormai divenuto un appuntamento stabile, si è concluso oggi con la volontà di proseguire il cammino e trasformare le riflessioni maturate in proposte capaci di incidere concretamente sui territori.

Il problema, naturalmente, esiste e sarebbe irresponsabile addolcirlo con la poesia dei campanili. L’Italia interna perde abitanti, invecchia, vede partire i giovani, assiste alla chiusura di negozi, uffici pubblici, scuole e servizi. Ci sono paesi nei quali nascere è diventato un evento raro e morire una statistica ordinaria. Ci sono vallate nelle quali possedere un’automobile non è una comodità ma la condizione per raggiungere un medico. Ci sono anziani che vivono a chilometri dal primo sportello bancario e famiglie che devono scegliere se restare nel luogo al quale appartengono o trasferirsi dove esistono servizi compatibili con la crescita dei figli. Parlare di futuro senza guardare queste disuguaglianze significherebbe trasformare l’amore per i borghi in una cartolina turistica.

Ma proprio per questo è interessante il cambio di prospettiva proposto dai vescovi. Nel 2025 ben 141 tra cardinali, arcivescovi, vescovi e abati avevano sottoscritto una lettera aperta al Governo e al Parlamento nella quale compariva un’espressione che vale forse più di molti programmi amministrativi: prima ancora del ripopolamento demografico occorre un “ripopolamento delle idee”. È un’intuizione decisiva. Un paese non muore soltanto quando scende sotto una certa soglia di abitanti; comincia a morire quando nessuno riesce più a immaginare che vi possa accadere qualcosa di nuovo. La desertificazione più grave è quella dell’immaginazione. Quando ai giovani si ripete che per realizzarsi devono necessariamente andarsene, l’abbandono è già cominciato molto prima della valigia.

Non si tratta, naturalmente, di trasformare il restare in un dovere morale. Sarebbe un’altra retorica, forse perfino più ingiusta. I giovani hanno diritto di partire, studiare, conoscere il mondo, scegliere la città nella quale desiderano vivere. Il problema nasce quando partire non è più una scelta ma l’unica possibilità razionale. Una comunità libera non trattiene i propri figli; crea le condizioni perché possano anche decidere di tornare. Ed è qui che la questione delle aree interne smette di essere una faccenda per sindaci di piccoli comuni e diventa una grande questione nazionale: banda larga, mobilità, sanità territoriale, scuola, lavoro, fiscalità, casa, servizi per l’infanzia. Il futuro dei borghi non si salva con una sagra in più ad agosto, ma rendendo possibile una vita dignitosa anche a novembre.

La Chiesa, in questo scenario, possiede una responsabilità particolare. Per secoli, in moltissimi paesi italiani, la parrocchia è stata insieme luogo religioso e infrastruttura sociale. Attorno al campanile si incontravano generazioni, si organizzavano feste, si soccorrevano famiglie, si trasmetteva una memoria. Sarebbe però un errore pensare che basti mantenere aperta una chiesa per tenere viva una comunità. Anche la geografia ecclesiale sta cambiando: diminuiscono i sacerdoti, aumentano le parrocchie affidate allo stesso presbitero, diventa impossibile conservare dappertutto il modello pastorale del passato. A Benevento è emersa perciò l’esigenza di valorizzare maggiormente i battezzati, le famiglie e le comunità locali, non semplicemente come sostituti del parroco che non c’è più ma come soggetti realmente corresponsabili della vita ecclesiale.

Potrebbe apparire una necessità dettata dall’emergenza. Può invece diventare un’opportunità. Forse proprio i piccoli centri costringeranno la Chiesa italiana a riscoprire che una comunità cristiana non coincide con la presenza permanente di un sacerdote e che il sacerdote non può essere il funzionario religioso incaricato di mantenere da solo ogni struttura ereditata dal passato. Se una cappella resta viva perché alcune famiglie vi pregano, custodiscono i poveri, accompagnano gli anziani, educano i bambini e tengono insieme il tessuto umano del paese, quella non è una Chiesa “minore”. Potrebbe essere, al contrario, una forma sorprendentemente evangelica di Chiesa.

Monsignor Mariano Crociata ha insistito proprio sulla necessità di unire pastorale e Dottrina sociale della Chiesa. Non basta, cioè, preoccuparsi che in un paese continui a essere celebrata la Messa domenicale se contemporaneamente scompaiono lavoro, scuola, assistenza e partecipazione civile. L’annuncio cristiano possiede una dimensione sociale e chiede di “fare rete”, sostenere i corpi intermedi, ricostruire luoghi di mediazione e responsabilità condivisa. È una visione che libera la pastorale da una tentazione intimistica. Se la comunità cristiana annuncia che ogni persona possiede una dignità inalienabile, deve anche domandarsi quali condizioni concrete permettano a quella persona di vivere dignitosamente nel luogo nel quale è nata.

C’è poi una ricchezza delle aree interne che i numeri economici misurano con difficoltà: il capitale delle relazioni. Non idealizziamolo, perché anche i piccoli paesi conoscono solitudine, conflitti, chiusure e individualismo. Ma esistono ancora luoghi nei quali un anziano non è soltanto un utente dei servizi sociali, bensì una persona conosciuta per nome; nei quali il negoziante sa chi vive solo; nei quali la morte di qualcuno non riguarda esclusivamente la sua famiglia; nei quali una festa religiosa conserva ancora la capacità di ricomporre una comunità dispersa. Sono beni che diventano visibili soltanto quando vengono perduti. La società contemporanea investe somme enormi per ricostruire artificialmente ciò che molti piccoli centri possiedono ancora naturalmente: prossimità, fiducia, appartenenza, spazi condivisi.

Per questo parlare delle aree interne significa anche interrogare il modello di sviluppo che abbiamo scelto. Non tutto ciò che si concentra è necessariamente più efficiente e non tutto ciò che è periferico è economicamente inutile. Quando ogni servizio viene valutato esclusivamente in base al numero degli utenti, il cittadino che vive lontano dal centro finisce inevitabilmente per costare “troppo”. Ma lo Stato non è un’azienda che apre filiali soltanto dove il mercato promette rendimento. Il principio di uguaglianza diventa concreto proprio quando impedisce che il codice postale determini la qualità dei diritti. Un bambino che nasce sull’Appennino non dovrebbe possedere meno possibilità di un bambino nato a Milano semplicemente perché mantenere una scuola con pochi alunni costa di più.

Qui la Dottrina sociale della Chiesa può offrire alla politica una parola antica e sorprendentemente moderna: sussidiarietà. Non significa abbandonare i territori a se stessi, né scaricare sulle comunità locali ciò che lo Stato non vuole più finanziare. Significa riconoscere che le persone, le associazioni, le cooperative, le parrocchie, le imprese sociali e le amministrazioni locali possiedono energie che vanno sostenute anziché sostituite. Le esperienze condivise a Benevento da realtà come L’Aquila, Forlì e Cagliari mostrano che ricostruzione comunitaria, corresponsabilità dei laici, collaborazione istituzionale e promozione del lavoro possono generare fiducia e opportunità quando riescono ad attivare le risorse già presenti nei territori.

Forse è proprio questa la sfida più interessante lasciata dall’incontro dei vescovi. Smettere di domandarsi soltanto come impedire ai paesi di morire e cominciare a domandarsi che cosa possano insegnare al resto dell’Italia. In un tempo nel quale le grandi città soffrono solitudini sempre più profonde, l’abitare è diventato proibitivo e i legami comunitari si assottigliano, può darsi che alcuni dei luoghi considerati arretrati custodiscano in realtà qualcosa di cui il futuro avrà disperatamente bisogno. Non si tratta di tornare indietro. Nessuno può ricostruire l’Italia contadina del dopoguerra e sarebbe assurdo provarci. Si tratta piuttosto di portare nel futuro ciò che non merita di morire: il senso del vicinato, il rapporto con la terra, la memoria, la cura reciproca, la misura umana dei luoghi.

Il Vangelo nasce, del resto, in una geografia periferica. Nazaret non era Roma, Cafarnao non era Alessandria, Betlemme non era il centro del potere. Il cristianesimo possiede nel proprio codice genetico una singolare diffidenza verso l’idea che ciò che conta debba necessariamente accadere al centro. Forse anche per questo la Chiesa italiana fa bene a mettersi in ascolto delle sue montagne, delle sue vallate, delle isole minori e dei piccoli paesi. Non per trasformarli in musei della fede popolare, ma per riconoscere che una comunità di poche centinaia di persone può avere qualcosa da dire a una società di milioni di individui che spesso non conoscono neppure il nome di chi abita alla porta accanto.

Le aree interne non chiedono pietà. Chiedono politica, immaginazione e soprattutto il diritto di non essere considerate un destino già scritto. Lo spopolamento può essere una tendenza demografica; non deve diventare una profezia alla quale rassegnarsi. Perché quando un paese perde l’ultimo bambino, l’ultimo negozio, l’ultimo medico e infine l’ultima speranza, non diventa più moderna l’Italia che resta. Diventa semplicemente più povera.

 Da Benevento i vescovi invitano a un “ripopolamento delle idee” prima ancora che degli abitanti. È la sfida giusta: non conservare artificialmente paesi destinati a diventare musei, ma restituire loro la possibilità di essere luoghi nei quali valga ancora la pena nascere, lavorare, amare, credere e invecchiare.