Il presidente del Movimento 5 Stelle insiste: se il centrosinistra non vuole scegliere il candidato attraverso i gazebo, lo dica con chiarezza. Ma dietro il braccio di ferro tra Conte e il Pd si nasconde una questione più seria: può nascere un’alternativa di governo dalla scelta di un capo prima ancora che esista una visione condivisa del Paese?

Giuseppe Conte ha il merito di avere tolto un po’ di nebbia dal dibattito del cosiddetto campo largo. «Se non vogliono le primarie ce lo dicano»: la frase pronunciata a La7 è meno ultimativa di quanto sembri e, in fondo, contiene una richiesta politicamente comprensibile. Se Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le altre componenti dell’opposizione intendono presentarsi agli elettori come una possibile coalizione di governo, prima o poi dovranno stabilire chi la guiderà e attraverso quale regola. Conte rifiuta l’idea che basti attribuire automaticamente la leadership al partito più forte, perché un’alleanza composta da soggetti diversi non può nascere relegando gli altri al ruolo di semplici “cespugli”. La sua insistenza sulle primarie è stata confermata anche oggi, mentre nel centrosinistra continua a crescere il fronte di chi teme che una sfida Conte-Schlein possa trasformarsi in una competizione distruttiva. 

La questione, tuttavia, diventa interessante proprio quando si smette di parlare di Conte e Schlein. Perché il vero interrogativo non è quale dei due avrebbe maggiori possibilità di vincere i gazebo, ma quale concezione della politica si nasconda dietro l’ossessione per il nome del candidato. Da settimane il centrosinistra discute del metodo con cui scegliere il leader mentre resta ancora incompiuta la risposta alla domanda che dovrebbe precedere tutte le altre: che cosa vuole fare insieme? È significativo che Antonio Decaro abbia invitato a costruire prima il programma e cercare poi eventualmente un nome condiviso e che anche all’interno del Pd e di Avs siano emerse forti perplessità sulle primarie. Elly Schlein, già all’inizio di agosto, aveva formulato la sequenza in maniera piuttosto chiara: prima un programma condiviso dall’intera coalizione, poi eventualmente la scelta della leadership. 

Non è una questione procedurale. È una questione politica nel senso più nobile della parola. Una coalizione non dovrebbe essere la somma aritmetica dei voti necessari per battere Giorgia Meloni. Se questo fosse l’unico cemento del campo largo, qualunque primarie, congresso o accordo tra segreterie risolverebbe soltanto il problema del candidato lasciando intatto quello dell’identità. Un’alleanza che nasce dicendo prevalentemente ciò contro cui si batte finisce prima o poi per scoprire di non sapere abbastanza bene ciò per cui governa. E governare significa scegliere: sull’Europa, sulla guerra e sulla pace, sul lavoro, sul fisco, sull’immigrazione, sulla famiglia, sulla sanità, sulla politica industriale, sulla transizione ecologica, sui rapporti con gli Stati Uniti. Su alcune di queste materie le sensibilità presenti nel campo progressista non sono semplicemente sfumature differenti della stessa posizione; sono talvolta visioni difficili da conciliare.

È qui che la richiesta di Conte acquista contemporaneamente forza e limite. Ha ragione quando sostiene che il partito numericamente maggiore non possiede automaticamente il diritto di trasformare gli alleati in comparse. Un’alleanza richiede riconoscimento reciproco, e la politica italiana ha già conosciuto troppe coalizioni nelle quali il socio maggiore pretendeva fedeltà dagli altri senza riconoscerne la dignità politica. Ma le primarie non possono diventare una scorciatoia per evitare il lavoro più difficile della mediazione. Eleggere un capo non produce automaticamente una comunità politica. Un milione di persone ai gazebo possono scegliere chi deve guidare, ma non possono cancellare con una scheda le differenze profonde che esistono tra i partiti chiamati a sostenerlo.

C’è poi qualcosa di paradossale nella discussione. Le primarie vengono presentate dai loro sostenitori come il massimo della partecipazione e dai loro avversari quasi come una malattia infantile della politica. Sono entrambe semplificazioni. Le primarie possono essere una straordinaria esperienza democratica quando consentono a un popolo politico reale di partecipare alla costruzione di un progetto; possono invece ridursi a una gigantesca conta tra apparati quando vengono convocate per stabilire chi comanda. Il problema non sono dunque i gazebo. È ciò che accade prima di aprirli e ciò che rimane dopo averli chiusi.

La storia del centrosinistra italiano dovrebbe suggerire qualche prudenza. Le primarie hanno prodotto in alcune stagioni mobilitazione, entusiasmo e legittimazione popolare, ma hanno anche mostrato che l’investitura diretta del leader non rende automaticamente coesa una coalizione. La domenica sera si può proclamare un vincitore con il sessanta per cento e il lunedì mattina ritrovarsi con le stesse divergenze della settimana precedente. Se chi perde considera il risultato soltanto una battuta d’arresto nella propria competizione interna, il rito democratico invece di unire consacra due eserciti contrapposti. È proprio questo il timore che oggi attraversa una parte del campo progressista: che una sfida tra Conte e Schlein possa mobilitare gli elettori, certo, ma anche trasformare due comunità politiche alleate in due tifoserie chiamate successivamente a fingere che nulla sia accaduto. 

Da una prospettiva cristiana della politica, c’è un principio che può aiutare a leggere questa disputa senza prendere la tessera di nessuno dei contendenti. La buona politica non nasce dalla semplice occupazione della leadership, ma dalla ricerca del bene comune attraverso la mediazione delle differenze. La partecipazione è un valore, e per questo l’idea di affidarsi al popolo anziché a un accordo concluso tra pochi dirigenti non deve essere guardata con sospetto. Ma partecipazione non significa plebiscitarismo. La democrazia non consiste nel chiedere periodicamente alla folla quale leader preferisca; consiste nel creare luoghi nei quali le persone possano concorrere alla determinazione del destino comune. In questo senso, una primaria sul nome senza un serio percorso sul progetto rischierebbe di assomigliare più a un casting politico che a un’esperienza di democrazia partecipativa.

Forse Nicola Fratoianni, pur da una prospettiva politica assai distante da quella cattolica, ha posto una domanda che merita di essere ascoltata: gli italiani chiedono davvero all’opposizione innanzitutto chi debba essere il capo oppure chiedono che cosa intenda fare se vincerà? La risposta non richiede grandi sondaggi. Una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese, un giovane che non trova casa, un imprenditore strangolato dai costi, un anziano che attende mesi per una visita specialistica difficilmente si svegliano al mattino tormentati dal dubbio se il candidato premier dell’opposizione debba essere Conte o Schlein. La politica diventa autoreferenziale proprio quando le sue procedure interne acquistano più spazio delle vite che dovrebbe governare.

E tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che la leadership non conti. Conta eccome. In una politica inevitabilmente personalizzata, gli elettori vogliono sapere chi assumerà la responsabilità delle decisioni. Anche per questo la posizione di Conte non può essere semplicemente liquidata come ambizione personale. Egli solleva un problema reale: se il campo largo vuole diventare coalizione, deve darsi una regola condivisa e non può arrivare alla vigilia delle elezioni affidandosi a un negoziato dell’ultima notte. Conte chiede chiarezza e, su questo, è difficile dargli torto. Ma la chiarezza dovrebbe essere reciproca: prima ancora di decidere come scegliere il leader, ciascuna forza dovrebbe dire con la stessa nettezza su quali idee è disposta a governare insieme alle altre e quali compromessi considera invece impossibili.

È questa la differenza tra una coalizione e un cartello elettorale. La prima nasce da un compromesso alto, che non significa cancellare le identità ma riconoscere un terreno comune sufficientemente grande da sostenere cinque anni di governo. Il secondo nasce da una paura: perdere. E le alleanze costruite soltanto sulla paura dell’avversario funzionano fino alla sera delle elezioni. La mattina dopo cominciano i problemi.

Forse dunque Conte pone la domanda giusta nel momento sbagliato. Sì, il centrosinistra dovrà decidere se vuole le primarie e dovrà farlo senza un logorante balletto di dichiarazioni quotidiane. Ma prima di chiedere agli italiani «chi volete?», dovrebbe avere il coraggio di dire loro «che cosa vogliamo fare». Altrimenti si rischia di celebrare una grande festa della partecipazione per eleggere il comandante di un esercito che non ha ancora deciso in quale direzione marciare.

Le primarie possono dare al campo largo un leader legittimato dal voto popolare, ma non possono regalargli ciò che ancora deve costruire: un’identità politica comune. Conte ha ragione a chiedere una regola chiara; Pd e alleati hanno ragione a ricordare che prima viene il progetto. Perché un’alternativa di governo nasce da una visione del Paese, non soltanto dal nome scritto sulla scheda.