Dopo lo scontro europeo sulla presenza del ministro russo Anton Siluanov, il vertice finanziario del G20 in North Carolina si chiude senza un comunicato condiviso. Diciannove membri accettano il testo della presidenza americana, la Cina dice no sui nodi più delicati: surplus commerciali, politiche industriali, minerali critici, Stretto di Hormuz e debiti dei Paesi poveri. Più che il trionfo dell’isolamento cinese, è la fotografia di un multilateralismo che non riesce più a nascondere la competizione tra potenze.

Alla fine la foto di famiglia più significativa del G20 di Asheville non è stata quella scattata davanti ai fotografi. È quella politica: prima gli europei che rifiutano di farsi immortalare accanto al ministro russo Anton Siluanov, poi diciannove membri da una parte e la Cina dall’altra sulla dichiarazione economica conclusiva. Due fratture diverse che raccontano la stessa crisi. Il G20 nacque perché le grandi potenze potessero governare insieme l’interdipendenza globale; oggi rischia di diventare il luogo nel quale ciascuno certifica pubblicamente ciò che non è più disposto a concedere agli altri.

La diplomazia possiede una liturgia. Ci sono tavoli, strette di mano, sorrisi prudenti e soprattutto fotografie.

A volte, però, sono proprio le fotografie che non si fanno a spiegare meglio la politica.

Ad Asheville, in North Carolina, la presenza fisica del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov — la prima a una riunione di questo livello del G20 dall’invasione dell’Ucraina del 2022 — ha provocato la protesta di diversi rappresentanti europei. Alcuni ministri hanno minacciato di non partecipare alla tradizionale foto di famiglia se vi fosse comparso il rappresentante di Mosca. Siluanov alla fine è rimasto fuori dallo scatto. Washington, invece, ha scelto il dialogo e il segretario al Tesoro Scott Bessent lo ha incontrato, ribadendo nello stesso tempo che una normalizzazione economica con la Russia resta legata alla fine della guerra.

Già questo sarebbe bastato a descrivere un G20 attraversato dalla geopolitica. Poi è arrivata la Cina.

E la frattura, questa volta, non ha riguardato una fotografia ma le parole con cui le maggiori economie del pianeta avrebbero dovuto descrivere il proprio futuro.

Il comunicato consensuale non c’è stato.

Al suo posto gli Stati Uniti, che detengono la presidenza del G20, hanno pubblicato una Chair’s Statement, una dichiarazione della presidenza. Il documento americano specifica in maniera insolitamente trasparente che tutti i membri presenti hanno accettato il testo tranne la Cina e indica persino i quattro paragrafi contestati da Pechino.

Non sono dettagli marginali. Dentro quelle righe passa una parte consistente del conflitto economico del nostro tempo. La prima questione riguarda gli squilibri commerciali.

Il testo sostenuto dagli altri membri afferma che surplus e deficit eccessivi e persistenti possono produrre distorsioni, dipendenze e vulnerabilità internazionali. Ma soprattutto invita i Paesi ad eliminare quelle «politiche e pratiche non di mercato» che aggravano tali squilibri e chiede alle economie con surplus molto elevati di correggere le distorsioni che comprimono i consumi interni e rendono la crescita eccessivamente dipendente dalle esportazioni.

Il nome della Cina non compare. Ma è difficile non leggerlo fra le righe.

Nel 2025 l’Unione europea ha importato dalla Cina merci per 559,4 miliardi di euro ed esportato verso il mercato cinese per 199,6 miliardi. La differenza è un deficit europeo di 359,8 miliardi di euro. Non una sfumatura statistica, ma un dato capace di incidere sull’industria, sull’occupazione e sulle scelte strategiche del continente.

Il problema, dunque, esiste. E non è un’invenzione americana.

L’enorme capacità produttiva cinese, sostenuta in settori strategici anche dall’intervento pubblico, ha contribuito a offrire al mondo beni a prezzi competitivi. Ha favorito consumatori, accelerato alcune transizioni tecnologiche e costruito catene industriali di straordinaria efficienza.

Ma la stessa forza può trasformarsi in squilibrio quando la produzione eccede enormemente la domanda interna e viene riversata sui mercati esteri, mettendo sotto pressione industrie che operano secondo regole, costi del lavoro, vincoli ambientali e sistemi di aiuti pubblici differenti.

Accusare Pechino di tutto sarebbe comodo.

Negare il problema sarebbe ingenuo.

La contraddizione occidentale, del resto, merita di essere ricordata. Per trent’anni abbiamo celebrato la globalizzazione quando permetteva di produrre a basso costo in Cina. Abbiamo delocalizzato fabbriche, trasferito tecnologie, cercato margini maggiori e riempito i nostri mercati di prodotti economici.

Ora scopriamo che la fabbrica che abbiamo contribuito a costruire è diventata tanto potente da competere con noi. La Cina non è semplicemente arrivata. L’abbiamo anche invitata.

Per questo il confronto sulle cosiddette «politiche non di mercato» non può ridursi alla morale del colpevole e dell’innocente.

Pechino, dal canto suo, respinge questa lettura. Nella propria comunicazione ufficiale sul vertice, il ministero delle Finanze cinese ha chiesto di considerare gli squilibri globali in maniera «globale, obiettiva ed equilibrata», ha difeso il libero commercio e ha invocato un «vero multilateralismo». La narrativa cinese è chiara: ciò che Washington chiama distorsione, Pechino tende a presentarlo come risultato della propria competitività e del proprio modello di sviluppo.

Ed è qui che il conflitto diventa interessante. Perché entrambe le potenze parlano di mercato mentre praticano sempre più politica industriale.

Washington accusa Pechino di sostenere i propri campioni nazionali, ma contemporaneamente erige dazi e barriere per proteggere l’economia americana.

La Cina difende il libero commercio, ma conserva un sistema nel quale lo Stato possiede una capacità di indirizzo dell’economia che non ha equivalenti nelle democrazie occidentali.

Il libero mercato è diventato, a seconda delle circostanze, un principio o un’arma retorica. Poi ci sono i minerali critici. Qui la questione smette definitivamente di essere accademica.

Terre rare, litio, grafite e altri materiali strategici sono il petrolio industriale del XXI secolo. Servono per batterie, semiconduttori, sistemi militari, telecomunicazioni, automobili elettriche, energie rinnovabili.

Chi controlla la raffinazione e le catene di approvvigionamento dispone di un potere geopolitico enorme.

Non sorprende perciò che anche il linguaggio relativo alla sicurezza delle catene di energia, alimenti, fertilizzanti e minerali critici sia finito fra i paragrafi ai quali la delegazione cinese non ha aderito. Il documento americano comprende nello stesso passaggio la necessità di una navigazione libera, sicura e prevedibile attraverso lo Stretto di Hormuz e nelle altre rotte marittime mondiali.

Ed eccoci al mare. Hormuz oggi, Taiwan e Mar Cinese Meridionale domani. Le rotte commerciali non sono più soltanto linee sulle carte nautiche. Sono arterie del potere mondiale.

Quando una potenza accetta un principio generale sulla libertà di navigazione deve inevitabilmente domandarsi come quello stesso principio potrebbe essere utilizzato in altri mari e in altre controversie.

La diplomazia cinese lo sa perfettamente. Infine c’è il debito. Forse il tema meno spettacolare e tuttavia moralmente più grave.

Molti Paesi poveri o emergenti sono soffocati dal servizio del debito. La Cina è diventata negli ultimi decenni uno dei principali creditori bilaterali del mondo in via di sviluppo attraverso prestiti destinati a infrastrutture, energia e trasporti.

Il G20 dispone di un Common Framework per coordinare la ristrutturazione dei debiti insostenibili. Anche il paragrafo che riafferma questo meccanismo, chiede coordinamento tra creditori e insiste sulla condivisione equa degli oneri figura tra quelli cui Pechino non ha dato il proprio consenso.

Qui la disputa fra grandi potenze rischia però di far dimenticare qualcuno. Il debitore.

Dietro i miliardi e i negoziati ci sono Paesi nei quali il denaro utilizzato per pagare gli interessi non può essere utilizzato per scuole, ospedali, acqua, infrastrutture o lotta alla povertà.

Quando Stati Uniti e Cina litigano sulle regole della ristrutturazione del debito, non stanno discutendo soltanto di finanza.

Stanno discutendo indirettamente della vita di milioni di persone.

È questo il punto sul quale il G20 dovrebbe recuperare la propria ragione originaria.

Non nacque per essere un’altra arena della competizione fra blocchi.

Nacque perché nessuna grande crisi economica contemporanea può essere gestita da una potenza da sola.

Per questo sarebbe altrettanto sbagliato leggere Asheville come una semplice vittoria occidentale: diciannove contro uno, dunque Pechino isolata.

Formalmente, su quei quattro paragrafi, è così. Politicamente, molto meno.

La Cina rimane la seconda economia mondiale, un partner commerciale indispensabile per decine di Paesi, un creditore fondamentale del Sud globale e il centro di molte catene produttive senza le quali anche l’industria occidentale avrebbe enormi difficoltà.

Il fatto che diciannove membri possano accordarsi contro la posizione cinese dimostra che esiste un problema condiviso.

Il fatto che quell’accordo non possa diventare un vero comunicato del G20 dimostra nello stesso tempo quanto la Cina sia diventata indispensabile.

È il paradosso di Asheville. Pechino è abbastanza isolata da rimanere sola.

Ed è abbastanza potente da impedire agli altri diciannove di chiamare consenso ciò che hanno concordato senza di lei.

Prima la Russia fuori dalla fotografia. Poi la Cina fuori dal consenso. Due scene differenti, una stessa domanda.

Che cosa resta del multilateralismo quando le grandi potenze si siedono ancora allo stesso tavolo ma abitano ormai mondi politici diversi?

Forse il vero insuccesso del G20 non è che non abbia prodotto un comunicato.

È che stiamo cominciando a considerare normale che non riesca più a produrlo.

Perché quando il dialogo internazionale diventa soltanto il luogo nel quale ciascuno comunica agli altri il proprio dissenso, il rischio non è soltanto economico.

È politico.

E la storia insegna che quando il commercio smette di costruire interdipendenza e comincia a diventare strumento di coercizione, le guerre commerciali raramente rimangono soltanto commerciali.

Ad Asheville la Cina è rimasta sola nel respingere quattro passaggi decisivi della dichiarazione del G20, ma sarebbe un errore confondere questo isolamento negoziale con l’irrilevanza. Il paradosso è esattamente opposto: Pechino è contestata perché è diventata troppo importante per essere ignorata. Tra surplus commerciali, minerali critici, rotte marittime e debito dei Paesi poveri, il vero interrogativo non è chi abbia vinto il vertice, ma se il G20 sia ancora capace di trasformare la competizione tra potenze in regole condivise prima che siano le regole della forza a prendere il sopravvento.