Nel cantiere della riforma elettorale compare il secondo turno. Può essere uno strumento serio di governabilità, ma diventa assai più discutibile se viene pensato per neutralizzare Vannacci, contenere le estreme o inseguire l’ultimo sondaggio. Le regole del voto dovrebbero sopravvivere a chi le scrive.
Le leggi elettorali hanno una caratteristica che dovrebbe suggerire prudenza a chiunque le tocchi: si scrivono mentre si conoscono i nomi dei giocatori che dovranno disputare la partita. È per questo che la tentazione di spostare una linea del campo, allargare una porta o modificare il tempo di gioco diventa quasi irresistibile. Il ritorno improvviso del ballottaggio nel cantiere della nuova legge elettorale italiana pone precisamente questo problema. Non perché il doppio turno sia in sé democraticamente sospetto: esistono ordinamenti solidissimi che lo utilizzano e argomenti seri possono essere avanzati a suo favore. La domanda è un’altra: perché lo stiamo riscoprendo proprio adesso?
Marcello Pera, già presidente del Senato e oggi senatore di Fratelli d’Italia, ha depositato una proposta che farebbe scattare il secondo turno qualora nessuna coalizione raggiungesse il 48 per cento e almeno due superassero il 38, senza consentire nuovi apparentamenti. Fino a questa mattina sembrava che anche Forza Italia potesse presentare una propria versione, con soglie differenti; nel primo pomeriggio, però, si è appreso che gli azzurri hanno rinunciato a depositarla e che sul tavolo resta l’emendamento Pera. Intanto la Lega manifesta una netta contrarietà e anche dentro la maggioranza la questione è tutt’altro che risolta. Il ballottaggio, insomma, prima ancora di selezionare un vincitore rischia di dividere coloro che dovrebbero approvarlo.
Naturalmente esiste una ragione istituzionale rispettabile per discuterne. Una legge che assegna un premio soltanto oltre determinate soglie può lasciare il Paese, in caso di mancato raggiungimento di quelle percentuali, dentro un sistema sostanzialmente proporzionale e quindi nella necessità di costruire maggioranze parlamentari dopo il voto. Il secondo turno offrirebbe invece agli elettori la possibilità di scegliere direttamente tra le due alternative rimaste in campo, consegnando con maggiore probabilità una maggioranza riconoscibile. È l’argomento della governabilità, e sarebbe sbagliato liquidarlo con sufficienza. L’Italia ha conosciuto abbastanza governi costruiti attraverso alchimie parlamentari da sapere che il rapporto tra rappresentanza e stabilità non è un esercizio accademico.
Ma il problema nasce quando l’ingegneria costituzionale incontra la paura elettorale. Dietro il ritorno del ballottaggio c’è infatti, dichiaratamente o meno, anche la crescita di Roberto Vannacci e di Futuro nazionale. Alcuni vedono nel doppio turno la possibilità di rendere meno determinante un soggetto collocato alla destra della coalizione di governo; altri, soprattutto nella Lega, temono l’effetto opposto e ritengono che un primo turno più libero possa proprio rafforzare Vannacci, consentendo agli elettori di votarlo sapendo di poter poi scegliere al ballottaggio. La stessa maggioranza, dunque, non sa ancora se il meccanismo pensato come antidoto finirebbe per comportarsi come medicina o come ricostituente per il paziente che vorrebbe indebolire.
Ed è esattamente qui che dovrebbe cominciare una riflessione più alta della tattica. Una buona legge elettorale non dovrebbe essere né anti-Vannacci né pro-Vannacci, né anti-Meloni né pro-Schlein, né costruita per favorire l’attuale centrodestra o il possibile centrosinistra di domani. Dovrebbe rispondere a una domanda molto più semplice e molto più difficile: quale sistema permette agli italiani di essere rappresentati con sufficiente fedeltà e, nello stesso tempo, di sapere chi potrà governarli? Quando invece la discussione si riempie di nomi propri, percentuali dei sondaggi e simulazioni su chi guadagna o perde un seggio, significa che l’abito rischia di essere cucito prima ancora di conoscere le misure istituzionali del Paese.
Non sarebbe la prima volta. La storia repubblicana degli ultimi trent’anni è punteggiata di leggi elettorali accompagnate da soprannomi, ricorsi, correzioni, pronunciamenti della Corte costituzionale e nuove riforme destinate a correggere le riforme precedenti. Ogni maggioranza ha avuto la tentazione di trovare la formula capace di conciliare il bene generale con la propria permanenza al governo, e non sempre è facile stabilire dove finisca il primo e cominci la seconda. È uno dei motivi per cui le regole fondamentali della competizione democratica dovrebbero nascere, per quanto possibile, da un consenso più largo della maggioranza politica che occasionalmente dispone dei numeri per approvarle.
Anche il ritorno delle preferenze meriterebbe una discussione meno affrettata. Restituire agli elettori la possibilità di scegliere il parlamentare anziché ricevere soltanto candidati selezionati dalle segreterie può rappresentare un recupero del rapporto tra territorio e rappresentanza. Ma anche qui il diavolo democratico abita nei dettagli: capilista protetti, possibilità effettive dei partiti minori di eleggere attraverso le preferenze, equilibrio tra uomini e donne, costruzione delle liste. Un sistema può proclamare la libertà di scelta e contemporaneamente restringerla attraverso meccanismi che il cittadino comune comprende soltanto quando scopre chi è stato effettivamente eletto.
Da un punto di vista cristiano, la politica non è l’arte di rendere innocui gli avversari. È, o dovrebbe essere, la ricerca delle condizioni nelle quali il conflitto possa svolgersi senza distruggere la comunità. La dottrina sociale della Chiesa non prescrive sistemi elettorali, e sarebbe improprio trasformarla in un manuale di premi di maggioranza e soglie di sbarramento. Offre però un criterio prezioso: il bene comune precede l’interesse della parte. Una regola è buona non quando garantisce la vittoria di chi riteniamo migliore, ma quando rimarrebbe accettabile anche nel caso in cui consegnasse il potere a chi avremmo preferito vedere sconfitto.
È una prova severa. Immaginare la propria legge elettorale nelle mani dell’avversario è forse il più semplice test di onestà costituzionale. Se il meccanismo ci sembra democratico soltanto finché premia la nostra coalizione, probabilmente non stiamo costruendo una buona legge: stiamo costruendo una convenienza. E se per giustificare un nuovo sistema dobbiamo indicare il nome dell’uomo politico che intendiamo neutralizzare, significa che siamo già usciti dal terreno delle istituzioni per entrare in quello della contingenza.
Questo non significa ignorare la frammentazione politica o fingere che la crescita delle formazioni radicali non ponga problemi. Una democrazia deve interrogarsi anche sulla propria governabilità. Ma le forze estreme non si sconfiggono soprattutto modificando il regolamento della gara. Si contrastano politicamente: convincendo i cittadini, dando risposte migliori alle loro paure, ricostruendo partecipazione, affrontando le ragioni che alimentano protesta e risentimento. Una legge elettorale può impedire che una frammentazione produca paralisi istituzionale; difficilmente può cancellare il fenomeno politico che l’ha generata. E tentare di farlo rischia anzi di offrire a chi si presenta come antisistema l’argomento più prezioso: poter dire che il sistema ha cambiato le regole perché aveva paura di lui.
Il paradosso del ballottaggio anti-Vannacci è dunque tutto qui. La proposta potrebbe avere anche buone ragioni istituzionali, ma queste ragioni vengono indebolite nel momento stesso in cui il dibattito pubblico la presenta come una diga contro qualcuno. Marcello Pera ha spiegato di voler offrire al centrodestra uno «strumento di riflessione»; la riflessione sarebbe tanto più utile se riuscisse a liberarsi dai nomi del momento e guardasse alle legislature future. Giorgia Meloni, Roberto Vannacci, Matteo Salvini, Antonio Tajani e gli attuali leader dell’opposizione passeranno. La legge, se sarà buona, dovrebbe rimanere.
Forse è questo il criterio che manca nel cantiere. Prima di domandarsi quale sistema consenta di vincere le prossime elezioni, bisognerebbe chiedersi quale regola vorremmo trovare ancora in vigore quando a vincerle fosse il nostro avversario. È lì che una legge smette di essere un espediente e comincia a diventare un’istituzione.
Il ballottaggio può essere uno strumento legittimo per assicurare governabilità. Ma se nasce per arginare Vannacci o qualunque altro avversario contingente, il problema non è più soltanto elettorale: riguarda la qualità della democrazia. Le buone regole non servono a scegliere chi deve vincere, ma a rendere legittima anche la vittoria di chi non avremmo voluto.
