L’incendio appiccato all’altare esterno della chiesa di San Giacomo, le statue della Madonna imbrattate con vernice nera, gli insulti rivolti ai veggenti e il fermo di un sospetto riaprono una ferita che va oltre la cronaca. Qualunque sia il giudizio sulle apparizioni, colpire un luogo di fede significa colpire la libertà religiosa e il bisogno umano di speranza.
Ci sono luoghi che appartengono anzitutto alla geografia della coscienza. Medjugorje è uno di questi. Per milioni di persone rappresenta un approdo spirituale, un luogo dove ritrovare il silenzio, la riconciliazione e la preghiera. Per altri è invece un fenomeno da guardare con prudenza, anche alla luce del fatto che la Chiesa non si è pronunciata sull’origine soprannaturale delle presunte apparizioni iniziate nel 1981. Eppure, tra queste due posizioni, apparentemente inconciliabili, esiste un punto sul quale non dovrebbero esserci divisioni: il rispetto.
L’attacco vandalico avvenuto nella notte contro il santuario della Regina della Pace supera infatti il confine della contestazione. Appiccare il fuoco all’altare esterno della chiesa di San Giacomo, imbrattare con vernice nera le statue della Madonna sulla Collina delle Apparizioni e alla Croce Blu, lasciare scritte offensive e uno striscione che definisce i veggenti «impostori» non è un gesto di critica, ma un atto di violenza simbolica contro un luogo sacro.
La cronaca riferisce che l’incendio è stato rapidamente domato, evitando conseguenze ben più gravi. I danni materiali saranno riparati. Più difficile sarà rimarginare la ferita morale inferta a migliaia di pellegrini che ogni giorno salgono sul Podbrdo con il rosario tra le mani, indipendentemente dalla loro opinione sul fenomeno delle apparizioni.
Negli ultimi anni la Santa Sede ha assunto una posizione di grande equilibrio. Sotto il pontificato di papa Francesco sono stati autorizzati i pellegrinaggi ufficiali a Medjugorje, riconoscendo il valore pastorale del luogo senza che ciò comportasse un riconoscimento del carattere soprannaturale delle presunte apparizioni. È una distinzione importante. La Chiesa invita a discernere, non ad alimentare contrapposizioni ideologiche. Riconosce che lì milioni di persone pregano, si confessano, riscoprono la fede, pur mantenendo aperta la questione dell’origine dei messaggi.
Per questo l’episodio assume un significato ancora più inquietante. Non si tratta di una disputa teologica, ma di una profanazione. La fede cristiana ha sempre distinto il confronto delle idee dall’oltraggio ai simboli religiosi. Si può discutere, studiare, perfino contestare; ciò che non appartiene alla civiltà è sostituire gli argomenti con il fuoco e con l’imbrattamento dei luoghi di culto.
Colpisce, in questo contesto, la risposta della parrocchia di Medjugorje. Nessuna invettiva, nessuna richiesta di vendetta. Soltanto l’annuncio dell’immediata pulizia degli spazi di preghiera e un invito ai fedeli a pregare per la conversione di chi ha compiuto il gesto. È una risposta profondamente evangelica: restaurare prima ancora che accusare, pregare prima ancora che condannare. Non significa rinunciare alla giustizia, ma impedire che il male riesca a contagiare anche chi lo subisce.
Nel frattempo la polizia bosniaca ha fermato un sospetto, un cittadino polacco di trentuno anni, sul quale saranno gli investigatori e la magistratura a fare piena luce. Saranno le indagini a chiarire il movente e le eventuali responsabilità personali. Sarebbe un errore trasformare un singolo gesto criminale in un giudizio collettivo su un popolo o su una comunità ecclesiale.
Resta però una domanda che interpella tutti: perché cresce, in tante parti del mondo, una forma di aggressività che non si limita a contestare le religioni, ma sente il bisogno di profanarne i simboli? Non è solo anticlericalismo. È qualcosa di più profondo: l’incapacità di riconoscere che anche ciò in cui non crediamo merita rispetto, perché appartiene alla coscienza di altri esseri umani.
Medjugorje continuerà ad accogliere pellegrini. Le pietre saranno ripulite, l’altare restaurato, le statue nuovamente bianche. Ma il vero restauro dovrà avvenire altrove: nel cuore di una società che rischia di confondere sempre più spesso la libertà di espressione con il diritto di umiliare ciò che per altri è sacro.
Le fiamme si spengono con l’acqua, le scritte si cancellano con il lavoro paziente dei restauratori. L’intolleranza, invece, si vince soltanto riscoprendo il rispetto. Perché una civiltà non si misura da quanto sa applaudire ciò che condivide, ma da quanto sa custodire anche ciò che non crede.
