Carceri, armi, criminalità romana, massoneria, terrorismo nero e Cosa nostra. La storia repubblicana conserva numerosi punti di contatto tra universi che siamo abituati a considerare separati. Non provano una regia unica delle stragi, ma impediscono anche di liquidare quelle relazioni come semplice dietrologia.

Il mafioso non ha bisogno che il suo complice condivida la sua ideologia. Gli basta che sappia fare ciò che serve. Forse è questa la chiave più semplice per comprendere una delle pagine meno lineari della storia criminale italiana. Tra gli anni Settanta e Novanta uomini provenienti dalla mafia, dal terrorismo neofascista, dalla criminalità comune e da ambienti massonici si incontrarono più volte. Talvolta in carcere, talvolta intorno al traffico di armi, talvolta attraverso quella straordinaria camera di compensazione criminale che fu la Roma della Banda della Magliana. I documenti provano diversi contatti. Molto più difficile è stabilire quando da una frequentazione si passò a un progetto comune e, soprattutto, se questo avvenne in relazione alle grandi stragi.

Non chiamatelo subito “asse”

La parola asse affascina perché mette ordine nel caos. Fa immaginare due organizzazioni che stipulano un patto, stabiliscono obiettivi e distribuiscono compiti. Ma probabilmente la realtà è stata meno geometrica e proprio per questo più inquietante.

Cosa nostra aveva interessi, territori, uomini, denaro e una capacità impressionante di adattarsi. L’estrema destra eversiva disponeva invece di militanti clandestini, esperienza nell’uso delle armi, circuiti criminali e collegamenti formati negli anni della lotta politica. Intorno a entrambi esistevano poi altri mondi: contrabbandieri, rapinatori, faccendieri, massonerie irregolari, professionisti e criminalità romana.

Le carte raccolte nel documento dal quale parte questa riflessione ricordano rapporti dei NAR con esponenti della Banda della Magliana, contatti di Terza Posizione con ambienti massonici e la capacità di Cosa nostra di raggiungere uomini dell’estremismo attraverso il carcere e il traffico di armi. Sono elementi importanti. Ma raccontano soprattutto reti, non necessariamente un’unica organizzazione.

È una distinzione decisiva. La storia italiana non ha bisogno di una Spectre per diventare inquietante.

Il carcere, grande agenzia di conoscenze criminali

Uno dei luoghi nei quali queste distanze si accorciarono fu il carcere. Dentro una cella perde importanza l’etichetta con la quale si è arrivati da fuori. Il terrorista può conoscere il mafioso, il rapinatore può incontrare l’uomo delle cosche, l’estremista politico può trasformarsi in intermediario.

Le dichiarazioni dei collaboratori Nicola e Dario Notargiacomo descrivono rapporti tra esponenti mafiosi come Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Nino Marchese e persone provenienti dall’ambiente dell’estrema destra. Nelle loro testimonianze compare persino l’espressione secondo cui alcuni uomini della destra sarebbero stati considerati quasi dei «fratelli». Si tratta di dichiarazioni di collaboratori, quindi da leggere nella loro precisa natura probatoria; documentano però un ambiente nel quale la reciproca utilità poteva superare le appartenenze originarie. 

È un passaggio che aiuta a liberarci da un equivoco. Non è necessario che un boss diventi fascista perché utilizzi un neofascista. Così come non è necessario che un estremista di destra venga formalmente affiliato a Cosa nostra perché possa rendere un servizio a un mafioso.

Il crimine non richiede sempre conversioni ideologiche. Molto spesso richiede competenze.

Quando Cosa nostra cercava uomini fuori da Cosa nostra

C’è poi la testimonianza di Leonardo Messina. Davanti alla Commissione antimafia, nel dicembre 1992, il collaboratore raccontò di essere stato mandato a Roma per un’operazione di recupero di un credito e di essere entrato in contatto con un appartenente all’ambiente dei NAR. Significativamente, Messina stesso delimitò il proprio racconto: parlava di ciò che conosceva direttamente e non pretendeva di trasformare quell’episodio nella prova di un rapporto organico generale. 

È forse la lezione metodologica migliore dell’intera vicenda.

Un contatto è un contatto. Un rapporto continuativo è qualcosa di più. Una collaborazione criminale richiede altre prove. Un concorso in una strage ne richiede ancora di più.

Nella storia delle grandi tragedie italiane queste quattro categorie sono state troppo spesso sovrapposte, producendo due opposte deformazioni: il complottismo, che trasforma ogni conoscenza in una cospirazione; e il negazionismo delle zone grigie, che considera qualsiasi domanda una fantasia.

La verità generalmente sta nelle carte, non negli slogan.

Pietro Rampulla e quella biografia che attraversa due mondi

Capaci offre un esempio particolarmente delicato. Pietro Rampulla, condannato per il suo ruolo nella strage del 23 maggio 1992, possedeva competenze tecniche nella preparazione degli ordigni e partecipò alle operazioni necessarie a predisporre l’attentato. Il materiale allegato ricorda anche la sua precedente militanza in Ordine Nuovo e vicende giudiziarie giovanili relative ad ambienti dell’estrema destra messinese. 

È un elemento storico significativo, ma non bisogna fargli dire ciò che non dice.

Il passato neofascista di Rampulla non prova che la strage di Capaci sia stata organizzata dalla destra eversiva. Prova invece qualcosa di forse più interessante: alcune biografie attraversarono mondi che nelle nostre categorie mentali tendiamo a tenere separati.

Il terrorista poteva diventare criminale comune. Il criminale politico poteva incontrare il mafioso. Il mafioso poteva ricorrere a un uomo che possedeva un’esperienza maturata altrove.

Le organizzazioni hanno confini. Gli uomini, molto meno.

Capaci: proprio qui bisogna fermarsi davanti alle prove

Negli anni sono riemersi interrogativi sui contatti tra uomini dell’eversione nera e ambienti mafiosi nella stagione delle stragi. Il documento ricostruisce anche l’indagine che ha riguardato Stefano Menicacci e Domenico Romeo e ipotesi di false dichiarazioni dirette a minimizzare o occultare informazioni relative a Stefano Delle Chiaie e ai suoi movimenti in Sicilia. Lo stesso quadro giudiziario richiamato nel dossier, tuttavia, distingueva gli elementi da verificare dalla prova di una partecipazione alla strage. 

Oggi disponiamo anche di un aggiornamento importante. Il 10 febbraio 2026 il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, ascoltato dalla Commissione antimafia, ha dichiarato che il suo ufficio non ritiene sostenuta dagli elementi raccolti l’ipotesi di un’ingerenza dell’eversione nera nella strage di Capaci. Lo stesso magistrato ha invece giudicato meritevole di ulteriore approfondimento la cosiddetta pista nera relativa all’omicidio di Piersanti Mattarella. 

Sono due affermazioni da tenere insieme. Ed è proprio questo che rende seria un’inchiesta: non costruire prima la conclusione per poi cercare i fatti che la confermino.

Mattarella e una domanda che non è ancora diventata risposta

L’assassinio di Piersanti Mattarella, avvenuto il 6 gennaio 1980, costituisce infatti un capitolo differente. Negli anni Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini furono processati come possibili esecutori materiali e definitivamente assolti: qualunque ricostruzione deve partire da questo dato.

Allo stesso tempo, gli atti richiamati nel dossier mostrano che gli investigatori si sono occupati a lungo dei rapporti esistenti, in quegli anni, tra uomini dei NAR e ambienti criminali siciliani. Nel febbraio scorso De Luca ha definito la pista nera relativa all’omicidio Mattarella una materia che merita ancora approfondimenti, distinguendola nettamente dalla valutazione negativa espressa sulla medesima ipotesi applicata a Capaci. 

La formula corretta rimane dunque una sola: si continua a indagare.

Non “sappiamo già chi è stato”. Non “è tutto inventato”.

Si continua a indagare.

Bologna ha cambiato il significato della parola depistaggio

Su Bologna, invece, la storia giudiziaria è arrivata molto più avanti. Le motivazioni della Cassazione depositate nel gennaio 2026, dopo la condanna definitiva di Paolo Bellini, hanno consolidato un quadro nel quale terrorismo neofascista, P2, depistaggi e uomini appartenenti ad apparati istituzionali deviati non costituiscono più soltanto ipotesi giornalistiche. La Corte ha ricostruito il contributo di Bellini all’azione terroristica e il sistema di coperture e depistaggi collegato alla strage del 2 agosto 1980. 

Ed è qui che una parte del nostro vocabolario deve cambiare.

Per molti anni bastava pronunciare espressioni come “apparati deviati”, “massoneria” e “terrorismo nero” nella stessa frase per essere accusati di dietrologia. Il problema è che alcuni depistaggi sono stati successivamente accertati dai tribunali.

Questo naturalmente non autorizza a esportare il modello Bologna su ogni altra strage italiana. È esattamente il contrario: ci obbliga a esaminare ogni vicenda per ciò che le prove consentono di affermare.

La zona grigia è fatta soprattutto di uomini utili

Forse continuiamo a sbagliare immaginando le zone grigie come luoghi. Una stanza segreta. Una loggia. Un ufficio dei servizi. Una villa nella quale tutti si incontrano.

Molto più probabilmente la zona grigia è una relazione.

È il mafioso che conosce qualcuno capace di procurare armi. È l’estremista che conosce il criminale romano. È il detenuto che presenta un altro detenuto. È l’intermediario che possiede un numero di telefono. È il professionista che apre una porta altrimenti chiusa.

Non occorre che tutti conoscano il progetto complessivo. A volte non esiste nemmeno un progetto complessivo.

Esiste una convergenza.

Ed è proprio questo che rende queste reti difficili da ricostruire dopo quarant’anni. Perché le organizzazioni lasciano strutture; le relazioni personali lasciano frammenti.

La mafia non ha ideologia quando l’ideologia non le serve

Cosa nostra ha dimostrato nella sua storia una formidabile capacità pragmatica. Può cercare interlocutori differenti se essi risultano funzionali ai suoi interessi. Pretendere di interpretarne ogni rapporto attraverso l’appartenenza ideologica dell’interlocutore rischia quindi di portarci fuori strada.

Il punto non è domandare: la mafia era fascista?

È una domanda probabilmente mal posta.

Bisogna chiedere invece: quando e perché determinati mafiosi hanno cercato determinati uomini provenienti dall’estrema destra? Che cosa potevano offrirsi reciprocamente? Dove terminava il rapporto personale e dove cominciava un progetto criminale condiviso?

Sono interrogativi meno spettacolari. Ma sono quelli che possono produrre risposte verificabili.

Né amnesia né storia usata come arma politica

Esiste infine una cautela necessaria. Studiare il terrorismo neofascista e i suoi rapporti con ambienti criminali non significa trasferire automaticamente quelle responsabilità sulla destra politica democratica di oggi. La responsabilità penale è personale; le continuità storiche, quando vengono sostenute, devono essere dimostrate.

Allo stesso modo, sarebbe però scorretto cancellare o minimizzare la storia documentata dell’eversione nera per timore che possa avere conseguenze nel dibattito contemporaneo.

La memoria non dovrebbe funzionare come un tribunale elettorale.

Il suo compito è più serio: stabilire ciò che è accaduto.

E su questo terreno alcune cose ormai le sappiamo. Sappiamo che mafia e uomini dell’estremismo neofascista si sono incontrati. Sappiamo che esistettero rapporti carcerari e criminali. Sappiamo che alcune biografie attraversarono entrambi gli ambienti. Sappiamo, grazie ai processi, che nella vicenda di Bologna terrorismo nero, P2, depistaggi e settori deviati degli apparati entrarono in una medesima storia criminale. 

Non sappiamo invece se sia possibile trasformare tutti questi punti in una sola linea.

Ed è precisamente lì che deve fermarsi il giornalista e ripartire l’investigatore.

Perché le zone oscure della Repubblica non hanno bisogno di essere rese ancora più nere dall’immaginazione. Ce n’è abbastanza nella realtà.

Tra mafia ed eversione neofascista esistettero contatti, uomini di collegamento e convergenze criminali documentate. Ciò non dimostra una regia unica delle stragi e non autorizza a riempire con supposizioni ciò che le sentenze non hanno provato. Ma impedisce anche di continuare a raccontare quei mondi come universi impermeabili. La domanda che rimane non è se sia esistita una gigantesca cospirazione, bensì quando un contatto sia diventato collaborazione, quando la collaborazione sia diventata progetto e chi, eventualmente, abbia deciso di utilizzarlo contro la Repubblica.