Teheran annuncia di aver smantellato cellule terroristiche legate a Stati Uniti e Israele, mentre rivendica attacchi contro basi americane in Giordania. Baghdad richiama il rispetto della propria sovranità e ricorda che il Medio Oriente non può continuare a essere il campo di battaglia delle potenze regionali e globali.
Tra operazioni antiterrorismo rivendicate da Teheran, attacchi missilistici e appelli dell’Iraq al rispetto della propria sovranità, il Medio Oriente continua a vivere una guerra che supera ormai i confini degli Stati.
Le guerre contemporanee non si combattono soltanto con carri armati, missili e droni. Si combattono attraverso i servizi segreti, la diplomazia, la propaganda e la gestione dell’informazione. Ogni comunicato ufficiale diventa parte della strategia, ogni operazione militare produce un messaggio politico destinato tanto al nemico quanto all’opinione pubblica.
Il nuovo comunicato del Ministero dell’Intelligence iraniano si inserisce perfettamente in questo scenario.
Teheran sostiene di aver smantellato quattro cellule terroristiche nella provincia del Sistan e Baluchestan, arrestando quindici presunti membri accusati di preparare attentati contro infrastrutture civili. Secondo la versione iraniana, tali gruppi sarebbero collegati ai servizi d’intelligence statunitensi e israeliani e avrebbero agito per destabilizzare la Repubblica islamica.
Si tratta di accuse estremamente gravi.
Ma proprio perché formulate in pieno conflitto, richiedono prudenza. In guerra ogni governo tende a presentare le proprie operazioni come necessarie alla sicurezza nazionale e quelle dell’avversario come terrorismo o aggressione. Le informazioni diffuse dalle parti coinvolte devono quindi essere considerate nel loro contesto, in attesa di eventuali verifiche indipendenti.
Ciò non significa che il problema non esista.
Il Sistan e Baluchestan rappresenta da anni uno dei punti più fragili dell’Iran. Regione di confine con Pakistan e Afghanistan, abitata prevalentemente dalla minoranza baluci di confessione sunnita, è attraversata da traffici illegali, gruppi jihadisti, organizzazioni separatiste e reti criminali. In quell’area la sicurezza nazionale iraniana è realmente sotto pressione e numerosi attentati hanno colpito negli ultimi anni sia le forze di sicurezza sia la popolazione civile.
La guerra regionale ha inevitabilmente aumentato queste tensioni.
Parallelamente all’annuncio degli arresti, i Pasdaran hanno dichiarato di aver lanciato missili balistici contro installazioni militari statunitensi in Giordania, presentando l’azione come risposta agli attacchi americani contro obiettivi iraniani.
Anche qui la dimensione comunicativa è evidente.
L’Iran vuole dimostrare che nessuna base americana nella regione può sentirsi completamente al sicuro e che ogni azione militare avrà un prezzo. È la logica della deterrenza: rendere il costo dell’intervento così elevato da scoraggiare ulteriori escalation.
Ma in questa narrazione a due protagonisti rischia di scomparire il vero grande dimenticato della crisi: l’Iraq.
Baghdad, infatti, ha reagito denunciando gli attacchi condotti sul proprio territorio come una violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Le autorità irachene hanno invitato tutte le parti alla moderazione, ribadendo che le controversie regionali non possono essere risolte attraverso la forza ma mediante il dialogo.
Non è una dichiarazione rituale.
È il riflesso della condizione geopolitica di un Paese che, dopo decenni di guerre, invasioni, terrorismo e occupazioni, cerca disperatamente di recuperare una sovranità piena.
L’Iraq si trova oggi in una posizione quasi impossibile.
Sul suo territorio operano ancora forze statunitensi impegnate nella lotta contro le residue cellule dello Stato Islamico. Contemporaneamente mantiene profondi rapporti politici, economici e religiosi con l’Iran, oltre alla presenza di numerose milizie sciite che fanno parte del panorama della sicurezza nazionale e che guardano a Teheran come principale punto di riferimento.
Ogni nuova crisi costringe Baghdad a un difficile esercizio di equilibrio.
Se si avvicina troppo a Washington, rischia di alimentare le tensioni interne con le milizie filoiraniane. Se appare troppo vicina a Teheran, compromette i rapporti con gli Stati Uniti e con molti Paesi arabi.
L’Iraq non vuole essere il fronte avanzato di nessuno. Eppure continua a esserlo.
Le sue basi diventano obiettivi, il suo spazio aereo viene attraversato da missili e droni, il suo territorio ospita operazioni militari decise altrove. Formalmente è uno Stato sovrano. Di fatto continua a subire gli effetti di decisioni prese a Washington, Teheran, Tel Aviv e, sempre più spesso, anche in altri centri di potere regionali.
È questa forse la tragedia più grande del Medio Oriente contemporaneo.
Gli Stati nazionali cercano di ricostruire istituzioni, economia e convivenza civile, mentre la competizione strategica tra le grandi potenze continua a trasformarli in campi di battaglia indiretti.
In questo quadro assume particolare rilievo anche il linguaggio utilizzato.
Per Teheran i gruppi armati che combattono contro Israele sono “movimenti di resistenza”, mentre coloro che operano contro la Repubblica islamica vengono definiti “terroristi”. Per Washington e Tel Aviv accade spesso il contrario.
Le parole diventano parte integrante della guerra.
Attribuire l’etichetta di terrorista o di resistente significa stabilire preventivamente la legittimità morale dell’azione, ancora prima che i fatti vengano accertati.
Per questo il compito dell’analisi non è scegliere automaticamente una narrazione contro l’altra, ma mantenere la distanza critica necessaria per comprendere una realtà infinitamente più complessa delle versioni ufficiali.
Anche il coinvolgimento dei cittadini, richiamato dal Ministero dell’Intelligence iraniano come elemento decisivo per individuare le presunte cellule terroristiche, rivela come il conflitto stia ormai penetrando nella vita quotidiana.
Ogni guerra prolungata tende infatti ad ampliare i poteri degli apparati di sicurezza, moltiplicare i controlli e chiedere alla popolazione una collaborazione sempre più stretta con le autorità.
È un fenomeno che attraversa sistemi politici molto diversi tra loro.
La sicurezza diventa il criterio dominante e la libertà individuale viene progressivamente subordinata all’emergenza.
Intanto il Medio Oriente continua a vivere una stagione nella quale nessuno sembra in grado di ottenere una vittoria definitiva.
Gli Stati Uniti mantengono una superiorità militare schiacciante ma faticano a stabilizzare la regione.
L’Iran dimostra capacità di risposta e di deterrenza, ma continua a subire pesanti conseguenze economiche e militari.
Israele resta impegnato su più fronti contemporaneamente.
E l’Iraq continua a pagare il prezzo più alto della propria posizione geografica.
Ogni capitale racconta la guerra attraverso il proprio linguaggio: Teheran parla di terrorismo, Washington di autodifesa, Israele di sicurezza nazionale. Baghdad, invece, continua semplicemente a chiedere una cosa che dovrebbe essere ovvia nel diritto internazionale: il rispetto della propria sovranità. Forse è proprio questa la misura della crisi mediorientale. I protagonisti discutono di strategia, deterrenza e influenza regionale. I Paesi che stanno nel mezzo chiedono soltanto di non essere più il terreno sul quale gli altri combattono le proprie guerre.
