Roberto Vannacci si fa rappresentare dall’intelligenza artificiale come un imperatore romano che, con il pollice rivolto verso il basso, dispone l’eliminazione dei propri avversari politici. La difesa è quella consueta: sarebbe soltanto satira. Ma la satira colpisce il potere; quando è il potente a fantasticare la morte dell’avversario inerme, siamo già entrati in un altro territorio, quello della propaganda violenta trasformata in intrattenimento.

Nel video diffuso sui social e rilanciato dallo stesso Vannacci, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini appaiono legati al centro di un’arena romana, mentre il generale, abbigliato da imperatore, decreta la loro esecuzione. La falce e il martello diventano strumenti di supplizio, accompagnati dalla battuta secondo cui gli esponenti della sinistra non li avrebbero «mai usati». Sugli spalti compaiono, tra gli altri, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, inseriti nella scena digitale senza che questo comporti naturalmente una loro adesione al messaggio. Il filmato è stato presentato come contenuto satirico; Conte lo ha definito invece un’incitazione alla violenza, mentre Vannacci ha replicato che i suoi critici «non reggono la satira». Giorgia Meloni ha successivamente preso le distanze, affermando che quelle immagini non appartengono al suo modo di intendere il confronto politico.

Il punto non consiste nello stabilire se il video rappresenti una minaccia letterale. Evidentemente ci troviamo davanti a una finzione artificiale, grottesca e cinematografica. Il problema è il codice simbolico scelto: l’avversario non viene confutato, sconfitto nelle urne o ridicolizzato per le sue contraddizioni; viene legato, esposto alla folla e consegnato alla morte. La politica non appare più come conflitto regolato tra cittadini che conservano uguale dignità, ma come arena nella quale il vincitore dispone fisicamente del vinto. È una regressione dell’immaginario democratico: dall’avversario al nemico, dal dissenso alla colpa, dalla competizione all’annientamento. Né basta l’etichetta della satira a rendere innocuo qualunque contenuto. La satira autentica rovescia le gerarchie, smaschera la retorica dei governanti, rende il potere ridicolo. Qui accade l’opposto: il protagonista si colloca sul trono, la folla lo acclama e gli oppositori, immobilizzati, possono soltanto attendere la sentenza. Non è il debole che irride il sovrano, ma il sovrano immaginario che mette a morte i deboli.

L’immagine dell’imperatore dice molto anche della costruzione pubblica del personaggio Vannacci, senza che sia necessario né corretto formulare diagnosi psicologiche a distanza. La sua comunicazione politica sembra fondata sull’ipertrofia simbolica dell’io: il generale, il comandante, il gladiatore, il custode dell’ordine, l’uomo solo contro il cosiddetto pensiero unico. La teatralizzazione non è accessoria al messaggio, ma ne costituisce il contenuto principale. In questa narrazione egli non è semplicemente un leader che propone un programma: è il protagonista di un’epopea, mentre gli avversari diventano comparse, traditori o caricature. Il Colosseo ricostruito dall’intelligenza artificiale offre pertanto lo scenario perfetto: gerarchia, comando, obbedienza, folla e condanna. La plebe grida “iugula!” cioè sgozzali, mentre Laura Boldrini chiede venia, cioè clemenza. Non vi è quasi spazio per la mediazione, che è invece il lavoro quotidiano della democrazia. Vi è soltanto la decisione sovrana condensata nel gesto del pollice.

Dal punto di vista mediatico, il filmato possiede tutte le caratteristiche della nuova propaganda digitale: immagini facilmente riconoscibili, montaggio spettacolare, riferimenti cinematografici, violenza non mostrata fino in fondo ma chiaramente evocata, indignazione prevedibile e una successiva ritirata difensiva nell’ironia. È un meccanismo molto efficace. Il contenuto viene costruito per provocare; le reazioni degli avversari ne moltiplicano la circolazione; infine chi lo ha diffuso accusa i critici di essere privi di senso dell’umorismo. In questo modo ogni contestazione diventa una nuova prova dell’esistenza di quel «pensiero unico» contro cui il personaggio afferma di combattere. L’algoritmo non distingue tra consenso e indignazione: misura interazioni, permanenza, condivisioni. La polemica, quindi, non rappresenta un incidente della strategia comunicativa, ma il suo combustibile.

L’uso dell’intelligenza artificiale aggiunge un elemento ulteriore. Queste immagini possiedono la consistenza ambigua di qualcosa che non è accaduto ma che può essere mostrato come se fosse accaduto. La tecnica consente alla fantasia politica più brutale di assumere una forma visiva immediata, realistica e riproducibile. Il falso non serve più soltanto a ingannare: serve a rendere visibile un desiderio, una gerarchia, una punizione. L’IA diventa così una macchina per fabbricare mitologie personali: il capo può apparire come imperatore, condottiero o salvatore senza affrontare i vincoli della realtà. Non occorre conquistare Roma; è sufficiente generarne una versione digitale nella quale la folla acclama e i nemici sono già legati.

Vi è poi la battuta sulla falce e il martello, adoperati come armi di esecuzione perché Schlein e Conte non li avrebbero «mai usati». Il boia, vestito da centurione, sembrerebbe Giuseppe Barboni di Futuro nazionale al centro di polemiche per l’aggressione a un inoffensivo iracheno a San Benedetto del Tronto. Anche qui la presunta ironia nasconde un’operazione culturale precisa. Due simboli legati alla storia del movimento operaio e contadino vengono separati dalla loro origine – il lavoro agricolo e quello industriale – e trasformati in strumenti di tortura. Non si contesta la sinistra per aver abbandonato i lavoratori, tema che potrebbe sostenere un confronto politico serio; si suggerisce che la sua incoerenza meriti una punizione corporale. Il linguaggio della critica sociale viene assorbito dentro una fantasia punitiva. L’avversario non è accusato di aver tradito un’idea: è messo alla gogna perché non sarebbe degno neppure dei simboli che rappresenta.

La storia italiana dovrebbe renderci particolarmente prudenti. Il nostro Paese ha conosciuto stagioni nelle quali l’avversario politico veniva progressivamente disumanizzato prima di essere aggredito. Non è necessario sostenere che ogni immagine violenta produca automaticamente violenza reale; sarebbe un automatismo tanto semplicistico quanto quello dei suoi difensori. Ma le parole e le immagini modificano il clima nel quale i comportamenti maturano. La democrazia vive anche di una grammatica: chi governa è temporaneamente investito di responsabilità, chi perde conserva diritti, chi dissente rimane membro della comunità politica. Quando questa grammatica viene sostituita dall’arena, dal boato della folla e dall’eliminazione del nemico, non siamo più davanti a una semplice caduta di gusto.

Per colorire ulteriormente il cattivo gusto e spiaggiarsi nella volgarità, accanto a Vannacci imperatore compare anche la moglie, Camelia Mihailescu, raffigurata come un’imperatrice romana, che in una delle sequenze mostra il dito medio, richiamando un gesto già compiuto pubblicamente a Viareggio nei giorni precedenti contro dei cittadini che cantavano Bella Ciao.

La risposta più efficace non consiste nella censura né nell’imitazione simmetrica. La violenza evocata dalla destra non rende meno grave quella evocata dalla sinistra, e viceversa. Il richiamo ai precedenti altrui può essere politicamente utile, ma non assolve nessuno. Giorgia Meloni ha avuto ragione nel sostenere che la condanna dell’odio deve valere sempre e senza doppi standard. Proprio per questo il principio va applicato fino in fondo: nessuna appartenenza, nessuna provocazione avversaria e nessuna etichetta satirica possono trasformare la raffigurazione dell’uccisione di persone reali in un normale strumento di campagna elettorale.

Vannacci sostiene che i suoi oppositori non sappiano sopportare la satira. Ma la questione è un’altra: una democrazia deve imparare a riconoscere la differenza tra ironia e intimidazione, tra dissacrazione e culto del capo, tra il riso liberatorio e il boato della folla davanti al condannato. Nel Colosseo virtuale dell’intelligenza artificiale l’imperatore può sembrare onnipotente. Fuori dallo schermo, però, rimane un uomo politico tenuto, come tutti, a rispondere delle immagini che sceglie di rilanciare.