Ci sono uomini che, quando muoiono, lasciano un vuoto. Altri lasciano una strada. Don Antonio Mazzi, morto a 96 anni, lascia entrambe le cose: il silenzio improvviso di una voce ruvida, insofferente alle formule di circostanza, e una strada percorsa per decenni insieme a migliaia di giovani che una strada non riuscivano più a trovarla.

Non è casuale che la sua opera più importante si chiami Exodus. L’esodo è un’uscita, un passaggio, un cammino faticoso dalla schiavitù verso una terra ancora invisibile. Per don Mazzi la tossicodipendenza non era semplicemente una malattia da curare, né una colpa da punire. Era una prigionia dalla quale bisognava uscire insieme. E per uscire non bastavano medicine, regolamenti o buone intenzioni: occorrevano relazioni, lavoro, responsabilità, fatica, amicizia. Occorreva qualcuno disposto a camminare accanto al ragazzo anche quando il ragazzo aveva smesso di credere in sé stesso.

Don Mazzi diceva che bisognava «arrivare prima». Prima della droga, prima del carcere, prima della disperazione. Arrivare là dove una famiglia si spezza, una scuola rinuncia, una periferia diventa invisibile. La sua pedagogia nasceva da questa urgenza: non aspettare che il disagio si trasformasse in tragedia per accorgersi di un giovane.

Era stato anche lui, per sua stessa ammissione, un ragazzo ribelle. Forse per questo diffidava degli adulti troppo sicuri e delle istituzioni che classificano le persone prima ancora di ascoltarle. Aveva il tono del prete di strada e l’irrequietezza dell’educatore che non considera mai concluso il proprio compito. Poteva risultare brusco, provocatorio, persino scomodo. Ma dietro quella scorza vi era una convinzione semplice e incrollabile: nessun ragazzo coincide per sempre con il proprio errore.

Quando entrò nel Parco Lambro degli anni più duri, vide gli alberi feriti dalle siringhe e comprese che non avrebbe potuto limitarsi a predicare. Il Vangelo, in quel luogo, doveva diventare una casa, un pasto condiviso, un mestiere imparato, una bicicletta, un camper, una carovana. Doveva rimettere in movimento corpi e anime che la dipendenza aveva immobilizzato.

Exodus nacque così: non come una struttura nella quale rinchiudere il disagio, ma come un’educazione in cammino. Le prime carovane attraversavano l’Italia con ragazzi dalle storie difficili. Si riceveva ospitalità e, in cambio, ci si rendeva utili. Non assistiti passivi, dunque, ma persone capaci di offrire qualcosa agli altri. In quella reciprocità don Mazzi restituiva ai giovani ciò che la droga aveva sottratto prima ancora della salute: la dignità di sentirsi necessari.

La sua grande intuizione fu capire che non si salva una persona trattandola soltanto come un problema. Bisogna affidarle un compito, riconoscerle un talento, chiederle una responsabilità. La comunità non era un rifugio dalla vita, ma un luogo nel quale prepararsi a tornarvi. Non cancellava il passato: insegnava a non esserne più prigionieri.

Don Mazzi apparteneva a quella generazione di preti che hanno consumato le scarpe prima dei paramenti. Un cristianesimo dei piedi, più che delle definizioni. La sua fede non aveva sempre il linguaggio ordinato del catechismo; conosceva il dubbio, la collera, perfino il corpo a corpo con Dio. Ma proprio per questo poteva parlare a chi non sarebbe mai entrato spontaneamente in una chiesa. Non chiedeva prima un certificato di buona condotta spirituale. Cominciava dalla ferita.

Negli anni divenne un volto televisivo, un opinionista, uno scrittore. Ma la ribalta non fu mai la misura autentica della sua opera. La sua vera biografia è scritta nelle vite ricominciate, nei genitori che hanno ritrovato un figlio, negli educatori formati alla scuola difficile della prossimità. È scritta nella Cascina Molino Torrette del Parco Lambro e nelle numerose realtà nate dall’esperienza di Exodus.

Ora risuona l’appello: «Questo patrimonio non vada disperso». Ma il patrimonio di don Mazzi non può essere conservato come si conserva un archivio o si custodisce un monumento. Non consiste soltanto in edifici, sigle e riconoscimenti. È un metodo esigente: stare con i giovani prima di parlare dei giovani; vedere la persona prima della dipendenza; educare senza umiliare; accogliere senza rinunciare a chiedere responsabilità.

Disperdere questa eredità significherebbe trasformare Exodus in una memoria celebrativa. Custodirla significa, invece, continuare a partire.

Perché il lascito più vero di don Mazzi è forse contenuto proprio in quella parola: esodo. Uscire dalle dipendenze, dalle solitudini, dall’indifferenza degli adulti. Uscire dalla comoda convinzione che i ragazzi perduti siano sempre responsabilità di qualcun altro.

Don Mazzi ha terminato il suo cammino. La strada, invece, resta aperta. E attende ancora educatori, volontari, famiglie e giovani abbastanza ribelli da credere che nessuna vita sia definitivamente perduta.Ci sono uomini che, quando muoiono, lasciano un vuoto. Altri lasciano una strada. Don Antonio Mazzi, morto a 96 anni, lascia entrambe le cose: il silenzio improvviso di una voce ruvida, insofferente alle formule di circostanza, e una strada percorsa per decenni insieme a migliaia di giovani che una strada non riuscivano più a trovarla.

Non è casuale che la sua opera più importante si chiami Exodus. L’esodo è un’uscita, un passaggio, un cammino faticoso dalla schiavitù verso una terra ancora invisibile. Per don Mazzi la tossicodipendenza non era semplicemente una malattia da curare, né una colpa da punire. Era una prigionia dalla quale bisognava uscire insieme. E per uscire non bastavano medicine, regolamenti o buone intenzioni: occorrevano relazioni, lavoro, responsabilità, fatica, amicizia. Occorreva qualcuno disposto a camminare accanto al ragazzo anche quando il ragazzo aveva smesso di credere in sé stesso.

Don Mazzi diceva che bisognava «arrivare prima». Prima della droga, prima del carcere, prima della disperazione. Arrivare là dove una famiglia si spezza, una scuola rinuncia, una periferia diventa invisibile. La sua pedagogia nasceva da questa urgenza: non aspettare che il disagio si trasformasse in tragedia per accorgersi di un giovane.

Era stato anche lui, per sua stessa ammissione, un ragazzo ribelle. Forse per questo diffidava degli adulti troppo sicuri e delle istituzioni che classificano le persone prima ancora di ascoltarle. Aveva il tono del prete di strada e l’irrequietezza dell’educatore che non considera mai concluso il proprio compito. Poteva risultare brusco, provocatorio, persino scomodo. Ma dietro quella scorza vi era una convinzione semplice e incrollabile: nessun ragazzo coincide per sempre con il proprio errore.

Quando entrò nel Parco Lambro degli anni più duri, vide gli alberi feriti dalle siringhe e comprese che non avrebbe potuto limitarsi a predicare. Il Vangelo, in quel luogo, doveva diventare una casa, un pasto condiviso, un mestiere imparato, una bicicletta, un camper, una carovana. Doveva rimettere in movimento corpi e anime che la dipendenza aveva immobilizzato.

Exodus nacque così: non come una struttura nella quale rinchiudere il disagio, ma come un’educazione in cammino. Le prime carovane attraversavano l’Italia con ragazzi dalle storie difficili. Si riceveva ospitalità e, in cambio, ci si rendeva utili. Non assistiti passivi, dunque, ma persone capaci di offrire qualcosa agli altri. In quella reciprocità don Mazzi restituiva ai giovani ciò che la droga aveva sottratto prima ancora della salute: la dignità di sentirsi necessari.

La sua grande intuizione fu capire che non si salva una persona trattandola soltanto come un problema. Bisogna affidarle un compito, riconoscerle un talento, chiederle una responsabilità. La comunità non era un rifugio dalla vita, ma un luogo nel quale prepararsi a tornarvi. Non cancellava il passato: insegnava a non esserne più prigionieri.

Don Mazzi apparteneva a quella generazione di preti che hanno consumato le scarpe prima dei paramenti. Un cristianesimo dei piedi, più che delle definizioni. La sua fede non aveva sempre il linguaggio ordinato del catechismo; conosceva il dubbio, la collera, perfino il corpo a corpo con Dio. Ma proprio per questo poteva parlare a chi non sarebbe mai entrato spontaneamente in una chiesa. Non chiedeva prima un certificato di buona condotta spirituale. Cominciava dalla ferita.

Negli anni divenne un volto televisivo, un opinionista, uno scrittore. Ma la ribalta non fu mai la misura autentica della sua opera. La sua vera biografia è scritta nelle vite ricominciate, nei genitori che hanno ritrovato un figlio, negli educatori formati alla scuola difficile della prossimità. È scritta nella Cascina Molino Torrette del Parco Lambro e nelle numerose realtà nate dall’esperienza di Exodus.

Ora risuona l’appello: «Questo patrimonio non vada disperso». Ma il patrimonio di don Mazzi non può essere conservato come si conserva un archivio o si custodisce un monumento. Non consiste soltanto in edifici, sigle e riconoscimenti. È un metodo esigente: stare con i giovani prima di parlare dei giovani; vedere la persona prima della dipendenza; educare senza umiliare; accogliere senza rinunciare a chiedere responsabilità.

Disperdere questa eredità significherebbe trasformare Exodus in una memoria celebrativa. Custodirla significa, invece, continuare a partire.

Perché il lascito più vero di don Mazzi è forse contenuto proprio in quella parola: esodo. Uscire dalle dipendenze, dalle solitudini, dall’indifferenza degli adulti. Uscire dalla comoda convinzione che i ragazzi perduti siano sempre responsabilità di qualcun altro.

Don Mazzi ha terminato il suo cammino. La strada, invece, resta aperta. E attende ancora educatori, volontari, famiglie e giovani abbastanza ribelli da credere che nessuna vita sia definitivamente perduta.