La “catastrofe” palestinese del 1948 non è storia lontana. È una ferita aperta che si riproduce ogni giorno, da Gaza alla Cisgiordania, tra tende e greggi rubate. Un anniversario che interroga la coscienza globale.

C’è una data che per metà del mondo non esiste, e per l’altra metà non smette di bruciare. Il 15 maggio 1948 — o meglio, il processo che quella data sigilla — ha un nome in arabo: Nakba, catastrofe. Circa 750.000 palestinesi espulsi, quattrocento città e villaggi spopolati, una terra che cambia nome e padrone nel giro di pochi mesi. Settantotto anni dopo, Abu Najjeh — mukhtar beduino della Cisgiordania, figlio di profughi, padre di sfollati, nonno di bambini che sognano di notte i coloni — aspetta sotto una tenda senza elettricità che qualcuno lo porti dai suoi figli, finiti in mezzo a un nuovo pogrom. Non ha tempo per commemorare. Lui la Nakba la sta vivendo adesso.

Bisogna partire dal significato della parola, perché le parole, in questa vicenda, sono state armi quanto i bulldozer. Nakbain arabo significa semplicemente catastrofe, disastro, evento che distrugge l’ordine del mondo. I palestinesi la usano per descrivere ciò che accadde tra il 1947 e il 1949: la guerra che accompagnò la nascita dello Stato di Israele e che produsse la più grande espulsione forzata della storia mediorientale moderna. Non è una narrazione di parte: è una realtà documentata dagli archivi dei consolati americani a Gerusalemme e Haifa, che registrarono con precisione burocratica saccheggi, espropri, massacri — a Deir Yassin, a Lydda, a Saliha — senza però avere, come ha osservato lo studioso Josh Ruebner, “il vocabolario per chiamarlo pulizia etnica”.

Il vocabolario, nel frattempo, l’hanno trovato altri. E il mondo ha impiegato settantotto anni ad avvicinarsi anche solo a pronunciare quella parola in sede istituzionale: le Nazioni Unite hanno tenuto la loro prima commemorazione della Nakba soltanto nel 2023, al settantacinquesimo anniversario. Gli Stati Uniti non vi hanno partecipato, citando “preoccupazioni per i pregiudizi anti-Israele all’interno del sistema delle Nazioni Unite”.

Quella che il politologo Khaled Elgindy chiama “amnesia politica” non è distrazione o ignoranza. È scelta. È costruzione attiva di un vuoto narrativo dentro il quale è possibile continuare a finanziare un’occupazione senza nominarne le radici.

Eppure la memoria, a differenza delle case, non si demolisce con un ordine militare.

I leader sionisti del 1948 erano convinti, come ricordava David Ben-Gurion, che “il problema dei rifugiati si sarebbe risolto da solo”: i palestinesi si sarebbero dispersi nei paesi arabi, si sarebbero assimilati, avrebbero dimenticato. È accaduto esattamente il contrario. Le generazioni più anziane non hanno insegnato ai figli a voltare pagina: hanno consegnato loro le chiavi delle case che non esistono più, le coordinate precise di un villaggio oggi sepolto sotto un parco o un quartiere residenziale, il nome di un pozzo, il profilo di una collina. La memoria è diventata identità. L’identità è diventata resistenza.

Questo non è romanticismo politico. È antropologia. E spiega perché settantotto anni di pressione militare, demografica, giuridica e diplomatica non abbiano prodotto la resa che Israele — e i suoi alleati occidentali — avevano messo in conto.

Ma la Nakba non è solo memoria. È anche presente continuo.

Abu Najjeh, il mukhtar del clan Kaabneh, conta tre Nakba nella storia della sua famiglia: 1948, 1967, 2023. La prima lo ha sradicato dal Naqab; la seconda lo ha cacciato dalla Cisgiordania meridionale; la terza — orchestrata dai coloni insediatisi intorno al suo villaggio di Ein Samiya, con l’esercito israeliano a fare da schermo — lo ha ridotto a vivere in una tenda sulla periferia di Rammun, senz’acqua né corrente, con un gregge crollato da 2.500 a meno di 500 capi per avvelenamenti e furti sistematici. Nel 2026, mentre parliamo, più di 5.900 persone provenienti da 117 comunità in tutta la Cisgiordania hanno subito uno spostamento totale o parziale a causa di attacchi di coloni e relative restrizioni di accesso, con quarantacinque comunità completamente cancellate.

Non è violenza spontanea. È metodo. È la replica, con strumenti aggiornati, della stessa logica del 1948: rendere la vita impossibile finché la gente se ne va.

La domanda che rimane sospesa nell’aria di questo anniversario è semplice e brutale insieme: si può costruire una pace giusta senza nominare l’ingiustizia che l’ha preceduta? La risposta che danno storici, giuristi e attivisti palestinesi è unanime: no. Non si cura una ferita che non si è disposti a guardare. Non si negozia un futuro senza fare i conti con un passato che per milioni di persone non è passato affatto — è la tenda in cui dormono stanotte, il figlio di sedici anni ucciso dai coloni due giorni prima dell’anniversario, la chiave arrugginita che si passa di mano in mano come reliquia e come promessa.

Settantotto anni fa qualcuno credette che un popolo senza Stato fosse anche un popolo senza storia, senza radici, senza la caparbietà necessaria a ricordare. Fu un errore colossale — e stiamo ancora pagando il prezzo di quella sottovalutazione, in sangue e in macerie, da Gaza alla Cisgiordania, dall’elenco dei morti alle aule del Congresso americano dove una risoluzione di riconoscimento viene presentata per la quinta volta sapendo che non passerà. La Nakba non chiede pietà. Chiede che venga detta la verità. Ed è già uno scandalo che, nel 2026, questo sembri ancora troppo.