Dalla Polonia alla Corea del Sud, dal Brasile al Guatemala, la storia mostra una presenza cattolica capace tanto di legittimare i regimi quanto di contrastarli. La difesa della democrazia comincia quando il voto viene riconosciuto come espressione della dignità umana.

La storia della Chiesa davanti ai regimi autoritari è segnata da luci e ombre. Oggi la tutela di elezioni libere e trasparenti rappresenta una responsabilità morale fondata su verità, dignità umana e bene comune.

La Chiesa cattolica non ha sempre abitato la storia dalla parte giusta. È bene ricordarlo, non per indulgere nell’autodenigrazione, ma per evitare quella lettura agiografica del passato che finisce per impedire ogni autentico esame di coscienza.

Nel Novecento, parti consistenti del mondo cattolico guardarono con favore a regimi autoritari, considerandoli talvolta un argine al comunismo, al disordine sociale o alla secolarizzazione. Vi furono compromessi con il fascismo italiano, simpatie per il franchismo spagnolo e vicinanze con il salazarismo portoghese. Settori delle gerarchie ecclesiastiche non seppero opporsi con sufficiente fermezza alle dittature militari latinoamericane, quando non ne condivisero apertamente alcune scelte.

Ma la storia della Chiesa non si esaurisce nelle sue complicità.

La stessa istituzione che in alcuni momenti benedisse l’ordine imposto dai regimi seppe, in altri, diventare rifugio per i perseguitati, voce per chi non aveva voce e spazio di organizzazione per società civili soffocate dalla repressione. In Polonia, la fede cattolica costituì l’ossatura morale e comunitaria di Solidarność. Nelle Filippine, parrocchie, religiosi e vescovi contribuirono alla mobilitazione non violenta contro Ferdinand Marcos. In America Latina, sacerdoti, religiose, laici e pastori pagarono con la vita la scelta di stare accanto alle vittime.

La Chiesa, dunque, non porta con sé automaticamente un certificato di democraticità. Può diventare coscienza critica del potere oppure lasciarsi sedurre dalla sua protezione. Può custodire la libertà oppure scambiarla con privilegi, sicurezza e riconoscimento pubblico.

È questo il nodo che ritorna oggi, nell’epoca degli autocrati eletti.

Le democrazie contemporanee raramente vengono abbattute da un colpo di Stato classico. Più spesso si svuotano dall’interno. Le elezioni continuano a svolgersi, i parlamenti rimangono aperti, i tribunali formalmente operano. Ma il terreno viene progressivamente inclinato a favore di chi governa: si intimidiscono i funzionari elettorali, si delegittimano preventivamente i risultati, si diffondono menzogne, si restringe l’accesso al voto, si trasformano le istituzioni pubbliche in strumenti di parte.

La forma democratica sopravvive, mentre la sua sostanza lentamente si consuma.

Di fronte a questo processo, le Chiese cattoliche nazionali hanno assunto atteggiamenti differenti. Alcune hanno denunciato apertamente le manipolazioni; altre si sono limitate a generici richiami alla pace; altre ancora hanno scelto il silenzio. È una prudenza che talvolta nasce dal timore di essere trascinate nella contesa partitica. Ma esiste una differenza decisiva tra schierarsi per un candidato e difendere le regole che consentono ai cittadini di sceglierlo liberamente.

La Chiesa non è chiamata a indicare chi debba vincere. È chiamata però a ricordare che nessuno può vincere distruggendo la verità, intimidendo gli elettori o piegando le istituzioni.

La Polonia di Giovanni Paolo II resta uno degli esempi più alti di questa funzione profetica. Nel suo viaggio del 1979, il Papa non presentò un programma elettorale e non incitò alla presa violenta del potere. Restituì piuttosto a un popolo la coscienza della propria dignità. Ricordò che lo Stato non è padrone dell’uomo, che il potere incontra un limite nella libertà della coscienza e che nessun sistema può cancellare l’identità spirituale di una nazione.

Prima ancora di essere politica, quella fu una rivoluzione antropologica.

Anche in Zambia, nel 2001, la Chiesa seppe opporsi al tentativo del presidente Frederick Chiluba di modificare la Costituzione per ottenere un terzo mandato. Lo fece costruendo un’alleanza ecumenica con comunità protestanti, giuristi e organizzazioni civili. Le parrocchie divennero luoghi di educazione costituzionale, mentre i vescovi richiamavano la necessità di elezioni credibili e trasparenti.

In Guatemala, durante la tormentata elezione presidenziale del 2023, la presenza ecclesiale contribuì a impedire che il risultato delle urne fosse annullato attraverso espedienti giudiziari e amministrativi. I vescovi non si trasformarono nei sostenitori di un partito, ma difesero il principio secondo cui la volontà popolare, quando espressa legittimamente, deve essere rispettata.

In Brasile, dopo la sconfitta di Jair Bolsonaro e l’assalto alle sedi istituzionali, la Conferenza episcopale condannò gli attacchi allo Stato di diritto e chiese che organizzatori e partecipanti fossero chiamati a risponderne. Contemporaneamente invitò alla riconciliazione, mostrando che fermezza e pacificazione non sono opposte: non vi è autentica pace senza giustizia, ma non vi è giustizia democratica se essa diventa vendetta.

In Corea del Sud, la reazione cattolica alla proclamazione della legge marziale ha confermato quanto le comunità religiose possano diventare un argine quando l’esecutivo pretende di oltrepassare i limiti costituzionali. Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici non hanno difeso una fazione, ma l’ordinamento democratico.

Sono storie diverse, unite da un criterio comune: il potere è legittimo soltanto quando riconosce di non essere assoluto.

La dottrina sociale della Chiesa non canonizza la democrazia come sistema perfetto. La considera tuttavia particolarmente conforme alla dignità della persona quando consente una partecipazione reale, tutela i diritti, garantisce l’alternanza e permette ai cittadini di controllare e sostituire pacificamente chi governa.

Il voto, in questa prospettiva, non è soltanto una procedura. È un atto di responsabilità verso la comunità.

Per questo la manipolazione elettorale non può essere considerata una semplice scorrettezza tecnica. Essa colpisce la persona nella sua facoltà di partecipare alla costruzione del bene comune. Ostacolare ingiustamente il voto, intimidire gli elettori, falsificare la realtà o rifiutare senza prove un risultato legittimo significa ridurre il cittadino da soggetto politico a comparsa.

Il cristianesimo non attribuisce sacralità alla scheda elettorale. Attribuisce però una dignità inviolabile alla persona che la deposita nell’urna.

Da qui nasce il compito delle comunità ecclesiali. Esse possono educare alla verità, denunciare la violenza, smascherare la propaganda e chiedere che tutte le schede valide siano conteggiate. Possono offrire spazi di dialogo tra gruppi contrapposti, accompagnare i cittadini impauriti e difendere chi amministra le elezioni da minacce e pressioni.

Possono soprattutto evitare che le chiese diventino succursali dei comitati elettorali.

Il pulpito non deve essere usato per imporre un partito, ma neppure trasformato in un luogo neutrale davanti alla menzogna, alla repressione e all’abuso del potere. La neutralità tra oppressore e oppresso non è equidistanza; rischia di diventare complicità.

Anche la non violenza appartiene a questa responsabilità. La tradizione cattolica ha conosciuto forme potenti di resistenza civile: veglie, marce, scioperi, boicottaggi, preghiere pubbliche, accompagnamento dei manifestanti, protezione dei perseguitati. Non si tratta di sostituire la politica con la religione, ma di offrire alla società risorse morali capaci di impedire che il dissenso degeneri nell’odio.

La democrazia, infatti, non vive soltanto di istituzioni. Vive di comportamenti, consuetudini, fiducia e limiti accettati.

Muore quando chi perde considera illegittimo ogni risultato sfavorevole. Muore quando chi vince ritiene di poter occupare ogni spazio. Muore quando la verità diventa una variabile della propaganda e l’avversario viene presentato come un nemico da eliminare.

In questo contesto, la Chiesa non dovrebbe chiedersi anzitutto quale partito difendere, ma quale uomo rischia di essere calpestato.

Deve stare dalla parte del cittadino intimidito, del povero escluso dalla partecipazione, del funzionario minacciato, del manifestante pacifico colpito, della minoranza trasformata in capro espiatorio. Deve ricordare al governante che l’autorità è servizio e all’oppositore che la resistenza non autorizza la violenza.

Non sempre lo ha fatto. Non sempre lo farà. Ma la memoria delle sue cadute dovrebbe renderla più vigile.

La Chiesa tradisce la propria missione tanto quando benedice il potere senza giudicarlo quanto quando si lascia ridurre a strumento di una fazione. La sua libertà comincia nella capacità di dire al vincitore che non tutto gli è consentito e allo sconfitto che non ogni ribellione è legittima. Difendere il voto non significa adorare la democrazia, ma custodire la dignità della persona contro l’arroganza di chi pretende di governare senza limiti, senza verità e senza popolo.