Nelle Filippine uno studente ha ucciso un compagno all’Ateneo de Zamboanga e poi si è tolto la vita, trasmettendo parte dell’attacco attraverso una body cam. Gli investigatori stanno verificando la sua attività sui social, nelle chat e nei videogiochi, ma non è ancora dimostrato che all’origine ci sia una “challenge”. Il fatto più terribile è già davanti ai nostri occhi: persino la morte può essere pensata come contenuto da mostrare a un pubblico.
Non sappiamo ancora perché un adolescente sia entrato armato nella sua scuola di Zamboanga, abbia ucciso un altro ragazzo e alla fine abbia rivolto la violenza contro se stesso. Sappiamo però qualcosa che dovrebbe inquietarci quasi quanto il gesto: aveva portato con sé anche una telecamera. Non gli bastava agire, doveva mostrare; non gli bastava che accadesse, doveva essere visto. Una parte dell’attacco è stata infatti trasmessa sui social attraverso una body cam. È forse qui, prima ancora di sapere quale videogioco frequentasse o quali messaggi abbia scambiato nelle sue chat, che comincia la domanda di un mediologo: che cosa sta accadendo a una generazione nella quale perfino l’ultimo gesto può essere immaginato come una diretta?
La tragedia avvenuta il 18 agosto all’Ateneo de Zamboanga University, istituzione cattolica nel sud delle Filippine, ha lasciato due adolescenti morti e altre persone ferite. Secondo le prime ricostruzioni, uno studente di Grade 9 è entrato nel campus armato, ha aperto il fuoco e ha ucciso un altro studente; parte di quanto stava facendo è stata trasmessa su Facebook utilizzando una videocamera indossata sul corpo. Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha ordinato un’indagine, mentre le autorità stanno esaminando anche la cronologia dei videogiochi, le chat e l’attività digitale dell’autore dell’attacco. È importante dirlo subito: al momento non è stato dimostrato che abbia ucciso “per un gioco” o per una sfida social. Attribuire in poche ore un delitto tanto complesso a un videogioco sarebbe una spiegazione rassicurante proprio perché troppo semplice.
La tentazione, davanti a casi come questo, è sempre la stessa: trovare l’oggetto maledetto. Ieri erano i fumetti, poi la televisione, quindi i videogiochi, oggi TikTok, Facebook, Discord o la piattaforma di turno. Ma un mediologo dovrebbe sapere che i media raramente funzionano come una pistola che produce automaticamente un comportamento. Non esiste un tasto sullo schermo che trasforma meccanicamente un adolescente in assassino. Esistono piuttosto ambienti mediali, linguaggi, modelli imitativi, comunità, rituali di riconoscimento, forme di competizione e soprattutto un progressivo mutamento della relazione tra esperienza e rappresentazione. L’UNESCO stessa invita alla prudenza rispetto alle spiegazioni monocausali del rapporto tra social media e violenza: l’influenza degli ambienti digitali deve essere studiata senza trasformarla automaticamente in causalità.
Per questo, da studioso della comunicazione prima ancora che da prete, trovo la body cam il particolare più sconvolgente della vicenda. Non perché la telecamera abbia provocato il delitto, ma perché suggerisce che il delitto fosse stato almeno in parte immaginato dentro una forma mediale. Una telecamera fissata al corpo trasforma l’occhio in obiettivo e l’azione in soggettiva. Non c’è più soltanto qualcuno che compie un gesto, c’è qualcuno che prevede contemporaneamente uno spettatore. È il passaggio dall’“io faccio” all’“io mi vedo mentre faccio”, o meglio ancora: “qualcuno mi vedrà mentre faccio”. La distinzione è enorme, perché introduce nel comportamento umano un terzo soggetto invisibile: il pubblico.
Marshall McLuhan ci aveva insegnato molto tempo fa che il medium non è un semplice contenitore neutrale dentro cui mettiamo le nostre azioni. Modificando l’ambiente percettivo, modifica anche il modo nel quale pensiamo quelle azioni. La tragedia di Zamboanga sembra mostrare la forma estrema di questa intuizione. La violenza non deve soltanto compiersi: deve diventare immagine. Il gesto cerca uno schermo, lo schermo cerca spettatori e gli spettatori, anche involontariamente, rischiano di trasformarsi nell’ultimo elemento della rappresentazione. È la ragione per cui considero moralmente sbagliata la circolazione del filmato dell’attacco. Guardarlo per curiosità, rilanciarlo, salvarlo, trasformarlo in clip significa continuare, dopo la morte delle vittime, ciò che la telecamera aveva iniziato: concedere alla violenza il pubblico che cercava. Anche la polizia filippina ha chiesto di non diffondere immagini e informazioni non verificate, mentre l’OMS insiste da anni sulla necessità di raccontare il suicidio senza spettacolarizzazione e senza dettagli capaci di alimentare processi imitativi.
Il contesto filippino rende la domanda ancora più urgente. Quello di Zamboanga è il secondo attacco mortale in una scuola del Paese in appena due mesi. Dopo la sparatoria avvenuta a Tacloban in giugno, nella quale erano stati coinvolti adolescenti, le autorità avevano temporaneamente bloccato il videogioco GoreBox perché uno dei ragazzi coinvolti risultava utilizzarlo assiduamente; già allora, tuttavia, si trattava di verificare una possibile influenza, non di una causalità scientificamente dimostrata. Il Dipartimento dell’Istruzione aveva inoltre espresso preoccupazione per possibili dinamiche di imitazione dopo una successione di episodi violenti e minacce nelle scuole. La ricerca conosce effettivamente fenomeni di contagio sociale nella violenza e nei comportamenti suicidari adolescenziali, ma continua a raccomandare molta cautela prima di attribuire a un singolo contenuto mediale la causa di un gesto individuale.
Il problema, dunque, è più profondo di un videogioco. È quella che potremmo chiamare la mediatizzazione della coscienza. Abbiamo consegnato ai ragazzi strumenti straordinari per comunicare, ma troppo spesso li abbiamo lasciati soli nell’imparare che cosa significhi comunicare. Abbiamo insegnato come aprire un profilo prima di insegnare come abitare la solitudine, come ottenere follower prima di spiegare che cosa sia un’amicizia, come produrre immagini prima di educare lo sguardo, come essere visibili prima di rispondere alla domanda fondamentale: chi sei quando nessuno ti guarda? Il dramma comincia quando la percezione di esistere finisce per dipendere dalla percezione di essere osservati.
Ed è qui che parla anche il sacerdote. Il cristianesimo possiede una concezione dello sguardo radicalmente opposta a quella dell’algoritmo. Nel Vangelo l’uomo non ha valore perché è visto da molti, ma perché è visto da Dio. Non deve conquistare un pubblico per dimostrare di esistere. Persino ciò che avviene nel segreto possiede un valore: «il Padre tuo, che vede nel segreto». È quasi l’antitesi spirituale della cultura della performance permanente. Il social dice: renditi visibile. Il Vangelo dice: sei già conosciuto. Il social misura: quanti ti guardano? Il Vangelo domanda: chi ami? Il social tende a trasformare l’esperienza in esposizione; la vita spirituale restituisce all’esperienza uno spazio inviolabile nel quale non occorre esibirsi per avere consistenza.
Questo non significa demonizzare i social network. Sarebbe una pastorale pigra e, soprattutto, inutile. Gli stessi ambienti digitali possono creare amicizia, cultura, solidarietà, evangelizzazione, possibilità di chiedere aiuto. Il punto è comprendere che nessun ambiente comunicativo è neutrale. Una piattaforma costruita sull’attenzione tende inevitabilmente a premiare ciò che trattiene lo sguardo, e ciò che è estremo possiede spesso una forza di attrazione superiore a ciò che è ordinario. Per questo la responsabilità non può essere scaricata soltanto sull’adolescente e sulla sua famiglia. Riguarda le piattaforme, la scuola, l’industria dei videogiochi, i legislatori, gli educatori e riguarda anche noi comunicatori quando, inseguendo qualche clic in più, trasformiamo una tragedia in spettacolo.
Come prete aggiungerei una responsabilità per la Chiesa. Non possiamo limitarci a dire ai ragazzi di spegnere il telefono. Dobbiamo entrare nella loro cultura digitale, impararne il linguaggio e soprattutto ricostruire luoghi nei quali possano essere riconosciuti senza essere esposti. Un oratorio, una comunità, un gruppo, una scuola cattolica dovrebbero offrire esattamente ciò che l’algoritmo non sa offrire: qualcuno che conosce il tuo nome senza aver bisogno del tuo profilo, che si accorge del tuo silenzio senza aspettare una story, che comprende che qualcosa non va senza la necessità di un post disperato. La vera alternativa alla solitudine connessa non è la disconnessione forzata, ma la relazione.
C’è infine qualcosa che noi giornalisti e comunicatori possiamo fare già oggi: non regalare a quella body cam una seconda vita. Non trasformare le immagini in un oggetto morboso, non ricostruire il gesto fotogramma per fotogramma, non fare dell’autore un personaggio e soprattutto non consegnargli quella celebrità postuma che potrebbe affascinare altri ragazzi fragili. L’OMS ricorda che il modo in cui i media raccontano un suicidio può contribuire sia al rischio imitativo sia, se il racconto è responsabile, alla prevenzione. In questo caso la scelta più comunicativa potrebbe essere proprio quella di non mostrare.
Perché la domanda lasciata da Zamboanga non è soltanto come abbia potuto un adolescente arrivare a uccidere. È perché, arrivato a quel punto, abbia sentito il bisogno di accendere una telecamera. Dentro quella piccola lente nera c’è forse una delle crisi educative più grandi del nostro tempo: l’incapacità di distinguere l’esistenza dalla sua rappresentazione. Abbiamo costruito una società nella quale milioni di ragazzi hanno permanentemente in tasca un palcoscenico, una platea e una macchina da presa; ora dobbiamo insegnare loro che la vita più vera comincia proprio là dove non serve alcun pubblico.
A Zamboanga non sappiamo ancora quale peso abbiano avuto videogiochi, chat o ambienti social, e sarebbe irresponsabile trasformare un sospetto in una sentenza. Sappiamo invece che un adolescente ha voluto una telecamera sul proprio corpo mentre precipitava nella violenza. È questo il segnale che non possiamo ignorare: quando persino la morte viene pensata come contenuto, l’emergenza non è soltanto tecnologica ma educativa, antropologica e spirituale. Ai nostri ragazzi non basta insegnare come usare uno smartphone. Dobbiamo restituire loro la certezza che una vita vale anche quando nessuno la sta guardando.
