Undici preti italiani scrivono al leader di Futuro Nazionale: «Non piegate l’apostolo a logiche totalitarie. Le Scritture non sono un manifesto politico»
Undici sacerdoti italiani, riuniti sotto la firma dei «Sacerdoti di Cristo per l’Unità e la Verità», hanno inviato una lettera aperta a Roberto Vannacci per esprimere «profondo dissenso e sconcerto» dopo che il generale aveva definito San Paolo «un camerata» e usato il versetto «chi non vuol lavorare neppure mangi» per giustificare il taglio dei sussidi. I preti accusano il leader di Futuro Nazionale di una «grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede» e ricordano che la figura dell’apostolo «appartiene a tutti» e non può essere arruolata sotto le bandiere di una fazione politica.
Ci sono parole che, pronunciate da certi uomini in certi luoghi, smettono di essere soltanto parole. Diventano bandiere. E le bandiere, si sa, hanno il cattivo vizio di voler avvolgere anche ciò che non gli appartiene.
Nei giorni scorsi Roberto Vannacci, generale e leader di Futuro Nazionale, ha deciso di chiamare San Paolo «camerata». Non un apostolo, non un convertito sulla via di Damasco, non il grande tessitore di comunità sparse tra le genti. Un camerata. E lo ha fatto richiamando quel versetto secco e terribile – «chi non vuol lavorare neppure mangi» – per sostenere la necessità di ridimensionare, se non abolire, i sussidi sociali. Un’operazione limpida nella sua logica politica: prendere un pezzo di Scrittura, staccarlo dal contesto, e usarlo come argomento di parte.
Undici sacerdoti italiani non ci sono stati. Hanno scritto una lettera. Non un comunicato, non un tweet, non una nota di propaganda: una lettera. Firmata dai Sacerdoti di Cristo per l’Unità e la Verità. Uomini che dicono di passare le giornate a servire il Vangelo e che, di fronte a quella dichiarazione, hanno sentito il bisogno di alzare la voce.
Il punto, scrivono, non è tanto il giudizio politico sui sussidi. Il punto è l’accostamento. Mettere San Paolo sotto lo stesso cappello di un’ideologia totalitaria, legarlo a un termine storico pesante come «camerata», e farlo dentro il programma di una forza politica, significa – secondo loro – compiere una strumentalizzazione grave. Anacronistica. Una lettura che tradisce la natura stessa della missione paolina.
Non si tratta, insistono, di difendere un santo come si difende un simbolo di partito. San Paolo non è di nessuno. È di tutti. È quel patrimonio di salvezza che scuote le coscienze, non un manifesto da appendere alle bacheche elettorali. E quando qualcuno prova ad arruolarlo, a farlo sfilare dietro le bandiere del dibattito istituzionale, i sacerdoti dicono di non poter restare in silenzio.
C’è, nella loro lettera, un richiamo preciso e gentile. Ricordano un altro versetto, meno citato nei comizi: «nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri». Una frase che sembra scritta apposta per mettere in crisi ogni tentativo di ridurre la Scrittura a slogan. Le Sacre Scritture, concludono, non si prestano a diventare materiale di propaganda. Non sono un deposito di citazioni da cui attingere a seconda della convenienza.
Il contrasto è netto. Da una parte un generale che, con il tono di chi vuole parlare chiaro, tira l’apostolo nel campo della battaglia politica. Dall’altra undici preti che, con il tono di chi ha a cuore un patrimonio più grande di qualsiasi fazione, chiedono rispetto. Rispetto per la storia della Chiesa, per la sacralità dei testi, per una figura che ha attraversato i secoli senza bisogno di tessera di partito.
Forse il vero nodo non sta nel merito economico della questione. Sta nel modo in cui, sempre più spesso, si prende ciò che è comune – la memoria, la fede, le parole antiche – e lo si piega fino a farlo coincidere con le proprie ragioni. È un gesto antico quanto il potere. E ogni volta che qualcuno lo compie, qualcuno altro – a volte un gruppo di sacerdoti, a volte una voce isolata – prova a dire che no, così non si può.
San Paolo, nel frattempo, resta dove è sempre stato: nelle lettere, nelle comunità che ha fondato, nelle contraddizioni che ha abitato. Né di destra né di sinistra. Solo, ostinatamente, di tutti.
Undici sacerdoti italiani rispondono al generale: «Associare l’apostolo a ideologie totalitarie è una strumentalizzazione inaccettabile. La fede non si piega alle bandiere di partito».
