Finlandia, Austria e altri Paesi riaprono i trasferimenti. La misura “straordinaria” sui confini iberici e il ritorno di chi, secondo le regole europee, l’Italia dovrebbe accogliere


Dopo la sospensione temporanea della libera circolazione con la Spagna, motivata dalla crisi di Ceuta, ecco il contraccolpo: Germania, Svizzera, Austria e ora anche la Finlandia preparano o hanno già avviato il rientro dei richiedenti asilo il cui primo approdo europeo è stato l’Italia. Un’applicazione del proverbio evangelico che suona amara in piena estate.

C’è una frase antica, quasi secolare nella sua crudezza, che il Vangelo di Matteo attribuisce a Gesù nel Getsemani: «Tutti quelli che mettono mano alla spada, di spada periranno». Non è un invito al quietismo, né un rifiuto della legittima difesa. È piuttosto un avvertimento sulla logica della violenza e della chiusura che, una volta innescata, tende a ritorcersi contro chi l’ha brandita per primo.

In questi giorni di agosto 2026 quella logica torna a bussare alle porte italiane. Mentre il governo Meloni mantiene i controlli selettivi sui collegamenti aerei e marittimi con la Spagna – misura straordinaria adottata dopo l’assalto migratorio a Ceuta – da nord arrivano notizie diverse. L’Austria ha già trasferito i primi “dublinanti”. La Germania e la Svizzera hanno annunciato la ripresa dei trasferimenti. La Finlandia, guidata da un esecutivo di centrodestra, conferma che i voli sono in preparazione, richiamando il nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione entrato in vigore il 12 giugno.

I “dublinanti” sono coloro che, secondo le regole europee, devono vedere esaminata la propria domanda di protezione nel Paese di primo ingresso. Per anni l’Italia ha di fatto bloccato questi rientri. Ora, con il Patto Ue in vigore, il meccanismo si rimette in moto. Si parla di decine di migliaia di richieste accumulate. Non è un’invasione improvvisa: è il ritorno di una responsabilità che era stata messa in stand-by.

Dal punto di vista cristiano la questione non si risolve con slogan. Il Vangelo non è un manifesto per l’apertura indiscriminata dei confini, né un manuale di realpolitik. Chiede di vedere nel forestiero non solo un problema di ordine pubblico, ma una persona. «Ero straniero e mi avete accolto» rimane una delle misure del giudizio finale. Al tempo stesso, la stessa Scrittura conosce il diritto di un popolo a difendere la propria casa e a non farsi sopraffare dal caos. La carità non è ingenuità; la giustizia non è indifferenza.

Il paradosso di queste settimane sta proprio qui. Si alza la spada della chiusura verso sud – legittima preoccupazione per la sicurezza e per il controllo dei flussi – e si scopre che la stessa logica di responsabilità nazionale, una volta applicata da altri Stati, riporta indietro ciò che si voleva tenere lontano. Non è necessariamente una punizione divina. È, più prosaicamente, la coerenza delle regole che l’Europa stessa si è data e che l’Italia ha contribuito a negoziare.

Un cristiano non può rallegrarsi del disagio altrui, né esultare per un “effetto boomerang”. Può però riconoscere che ogni politica che dimentica la persona – sia essa la politica dell’accoglienza senza discernimento, sia quella della chiusura senza misericordia – porta in sé i semi del proprio fallimento. I numeri contano. La dignità conta di più. E la verità, anche quando è scomoda, rimane l’unica base su cui costruire qualcosa che non sia solo propaganda estiva.


Chi di spada ferisce, di spada perisce. Anche quando la spada è di carta e porta il timbro di Bruxelles.