Ragione e rivelazione, l’educazione dell’anima nell’età dei «like», la ferita della guerra e l’attesa del Salvatore: dialogo a tutto campo con un dotto della ḥawza, all’indomani del conflitto che ha colpito l’Iran
Il 28 febbraio 2026 è iniziato un conflitto che ha visto Stati Uniti e Israele confrontarsi militarmente con l’Iran, scoperchiando decenni di fallimenti diplomatici e aprendo un’era nuova di instabilità nel Medio Oriente .
In pochi giorni la guerra si è allargata oltre i confini iraniani, coinvolgendo le potenze regionali e minacciando la sicurezza globale. Proprio mentre le prime ondate di raid e ritorsioni scuotevano il Golfo, a Roma si incontravano il nostro direttore P. Alfonso Bruno e Hojjat al‑Islam Sadegh Yazdanpanah, predicatore sciita iraniano di passaggio in Europa.
L’incontro nasceva dal desiderio di trovare parole di pace in un contesto dominato dai titoli di guerra. Una testata come Mediafighter, ritiene importante offrire ai lettori un confronto autentico tra due voci religiose, convinta che il dialogo possa essere un antidoto alla retorica della violenza.
Yazdanpanah arriva a Roma con un profilo singolare: è predicatore sciita ma anche docente universitario e ricercatore. Ha alle spalle più di tredici anni di esperienza nella predicazione durante le celebrazioni di Muḥarram e Ṣafar e una solida formazione sia nelle scuole tradizionali (Muqaddamāt e Saṭḥ della ḥawza) sia nell’accademia. Dopo gli studi seminaristici, ha conseguito un dottorato in Filosofia dell’educazione presso l’Islamic Azad University di Teheran. Oggi insegna Filosofia dell’educazione, storia della filosofia e teologia allo Shahid Rajaee Teacher Training University, all’Iran University of Medical Sciences e all’Isfahan Islamic Seminary
Intervista di P. Alfonso M. A. Bruno
Lo abbiamo accolto in una mattinata limpida, di quelle in cui Roma sembra abbassare la voce. Il nostro Studentato Teologico Internazionale ha corridoi sobri, l’odore antico dei libri e dei pavimenti tirati a cera, e quel silenzio che non è vuoto ma attesa. Lungo le pareti passano gli sguardi dei santi; in fondo, in una nicchia raccolta, veglia la Madonna di Fatima, le mani giunte, il manto color del cielo all’alba.
È qui che ci siamo seduti, davanti a un caffè, con un nostro ospite venuto da lontano: un teologo sciita formatosi alla maniera tradizionale del seminario — la ḥawza, con i suoi gradini di studio, le Muqaddamāt e il Saṭḥ — e poi approdato a un dottorato in filosofia dell’educazione nell’università moderna. Un uomo abituato a tenere insieme due mondi che molti preferirebbero separare. Per riguardo alla sua persona e al contesto, lo presentiamo qui senza farne il nome: ci interessano le sue parole, offerte con una franchezza che ci ha più volte sorpresi.
- Lo abbiamo ascoltato per oltre un’ora. Ne riportiamo i passaggi essenziali, riordinati per chiarezza ma fedeli al pensiero e, dove possibile, alla lettera del suo dire. Più d’una volta, ascoltandolo, abbiamo avuto la sensazione netta che il dialogo tra cristiani e musulmani — e in particolare tra cattolici e sciiti — non sia un esercizio diplomatico, ma una parentela da riscoprire.
Presentazione per i lettori — Chi sono gli sciiti, e perché «Fatima»?
Alla radice dello sciismo c’è una questione di successione. Alla morte di Muḥammad (632 d.C.), una parte della comunità ritenne che la guida (l’imāmato) spettasse di diritto a ʿAlī ibn Abī Ṭālib — cugino del Profeta e, soprattutto, suo genero, avendo sposato Fāṭima al-Zahrāʾ, l’amatissima figlia di Muḥammad. Questi furono i Shīʿat ʿAlī, «il partito di ʿAlī», da cui il nome «sciiti».
Per gli sciiti, dunque, la leadership legittima dell’Islam doveva passare ad ʿAlī e alla sua discendenza attraverso Fāṭima — la stirpe dei dodici Imām — mentre i sunniti riconobbero la linea dei califfi eletti. Da quella stirpe vengono i nomi che ricorrono in questa intervista: l’Imām al-Ṣādiq, maestro di pensiero; l’Imām al-Ḥusayn, il nipote del Profeta martirizzato a Karbalāʾ; e l’Imām Mahdī, il dodicesimo Imām, atteso — «discendente di Fāṭima» — come restauratore di giustizia alla fine dei tempi. È un dettaglio che, per noi, suona di una dolcezza singolare: il nome che custodisce la radice di quella fede è quello di una madre, Fāṭima. E è davanti a un’altra Madre, la Vergine di Fatima, che la nostra conversazione sarebbe terminata.
I. Il percorso e il pensiero
Lei viene dalla formazione tradizionale del seminario ed è approdato a un dottorato accademico. Come dialogano in Lei queste due formazioni? Avverte tensione o armonia tra la ḥawza e l’università?
«Bismillāh al-Raḥmān al-Raḥīm. È una bella domanda, e voi cristiani la conoscete bene. C’è chi pensa che la ḥawza — come, da voi, la Chiesa, la kanīsa — debba restare separata: alla scuola religiosa il passato e il sacro, all’università la scienza e le scoperte. Io credo che sia un errore. La religione deve essere efficace anche nella vita di ogni giorno: non possiamo separare l’aldilà dal mondo presente, dobbiamo tenerli insieme.
Per questo ho studiato nella ḥawza e all’università, e oggi insegno proprio nel punto in cui le due cose si toccano. Voglio usare le nuove tecnologie e la scienza moderna con l’aiuto della scienza tradizionale, quella legata alla nostra fede. La loro combinazione è il modo migliore per comunicare e per avvicinare persone diverse: vanno nella stessa direzione, e insieme danno frutti migliori».
La tradizione sciita custodisce, con l’Imam Ǧaʿfar al-Ṣādiq, una riflessione altissima sul rapporto tra ʿaql (ragione) e rivelazione — un tema che noi conosciamo attraverso la Fides et ratio. Come legge oggi il legame tra ragione e fede?
«Questo è un punto decisivo. Attenzione: l’ʿaql non è la semplice logica, il metodo del ragionamento. Noi crediamo che l’ʿaql sia come una luce dentro l’uomo, che gli permette di distinguere il bene dal male. C’è un’espressione: la luce dell’intelletto illumina la via. Chiunque la possieda comprende — cristiano, ebreo, musulmano, persino chi non crede — che lo ẓulm, l’ingiustizia, il rubare a un altro, non è cosa buona. Non c’è bisogno di altre fonti: lo si capisce da sé. I nostri sapienti chiamano queste verità i mustaqillāt ʿaqliyya, gli “indipendenti razionali”.
L’ʿaql, allora, è il fondamento su cui Dio innesta i suoi comandi; e l’ʿaql e la rivelazione non possono contraddirsi. Se io immaginassi Dio come un essere umano gigantesco seduto in cielo che ci osserva, la ragione stessa lo respingerebbe, perché il Creatore non può essere come le creature. Ecco perché ragione e rivelazione si completano: l’una sola non basta, l’altra sola non basta; insieme, sì. Il nostro compito, oggi, è presentare la rivelazione in modo che le persone possano comprenderla con la ragione: solo dopo aver compreso, accoglieranno. Imporre una verità contro l’intelligenza di chi ascolta significa solo farsi respingere».
II. Educare nell’epoca digitale
In un’epoca di saturazione digitale, dove l’identità si misura in «like», che cosa significa educare all’interiorità e al senso del sacro? E quale postura dovrebbe assumere un uomo di fede nella piazza pubblica digitale: presenza attiva o prudente distanza?
«L’educazione, oggi, è più difficile, perché dobbiamo disarmare un equivoco di fondo: che il consenso di molti renda vera una cosa. Se anche due miliardi di persone credessero giusta una cosa sbagliata, non per questo diventerebbe giusta. Pensi a chi compie violenze nel nome di Dio: sono convinti di avere ragione, eppure sono contro la pace, contro la gente, persino contro l’umanità. Un giorno un dotto mi disse: “Siamo un miliardo a pensarla così”. Gli risposi che essere un miliardo non rende una teoria né giusta né sbagliata. Allo stesso modo: un miliardo di “mi piace” non rende vera una cosa. Il nostro compito è aiutare le persone, alla luce della rivelazione, a discernere ciò che è davvero giusto.
Quanto alla presenza online, nel Corano si legge che Dio accoglie le opere di chi ha taqwā — una parola che possiamo rendere come “prudente timore”, vigilanza interiore. La taqwā è ciò che ti trattiene anche quando l’occasione di sbagliare si presenta. Le faccio un esempio su di me: io non sono un collerico, eppure, quando guido in mezzo al traffico, divento irascibile. Vuol dire che, in quella circostanza, mi manca la taqwā.
Per questo, nella piazza digitale, dico: presenza attiva, certo — ma proporzionata. Abbiamo un’espressione, kutub al-ḍalāl, “i libri dell’errore”: per chi studia da vent’anni sono una cosa, per una matricola al primo anno sono un pericolo, possono spingerlo nella direzione sbagliata. Oggi tutto è alla portata di tutti — Telegram, Instagram, Facebook — e spesso si fraintende il senso delle cose religiose. La regola è quindi la prudenza misurata sul livello di ciascuno: presenza e, insieme, una giusta distanza».
III. Il dolore, la guerra, la pace
Parliamo a pochi mesi da un conflitto che ha ferito il Suo Paese, e nel mezzo di un cessate-il-fuoco incerto. Al di là della geopolitica, come aiuta una guida religiosa un popolo ferito a leggere spiritualmente la sofferenza? E che cosa dice, a chi ha appena conosciuto la guerra, la memoria di Karbalāʾ e del martirio dell’Imam Ḥusayn?
«Vorrei rispondere con franchezza, perché il punto è grave. C’è chi sostiene — ho in mente certe dichiarazioni pubbliche di uomini di governo statunitensi, come il senatore Marco Rubio — che l’Islam, avendo una visione apocalittica della storia, renderebbe impossibile il dialogo: e che dunque non resterebbe che la guerra. È una lettura che voglio contestare alla radice.
La fede in un Salvatore futuro, che stabilirà la giustizia e la pace, non è affatto esclusiva dell’Islam: è condivisa da ebraismo, cristianesimo e Islam. Gli ebrei attendono il Mashiaḥ, re umano della stirpe di Davide; Maimonide, nei suoi tredici principi, professa: “Credo con fede perfetta nella venuta del Messia; e per quanto egli tardi, ogni giorno attendo la sua venuta”. Voi cristiani attendete il ritorno di Cristo — la parusia — per il giudizio e per il Regno: lo dice il Vangelo di Matteo, lo confessa Agostino nella Città di Dio, lo ribadisce Tommaso, e Benedetto XVI nella Spe salvi lega proprio a quel ritorno la giustizia definitiva. Noi attendiamo l’Imām Mahdī — e, lo dico ai cristiani perché è scritto nelle nostre tradizioni, anche le fonti sunnite (i Sunan di Abū Dāwūd, il Musnad di Aḥmad ibn Ḥanbal) annunciano un uomo della famiglia del Profeta, discendente di Fāṭima, che riempirà la terra di giustizia. È lo stesso scenario: cambia il nome di Colui che attendiamo, non l’attesa».
«Allora, dire che credere in un Salvatore renda una fede “non negoziabile” e quindi nemica, significherebbe condannare anche l’ebraismo e il cristianesimo. È invece, al contrario, un’aspirazione comune alla pace universale. Chi usa queste profezie per giustificare la guerra — e penso anche a quei “sionisti cristiani” che ritengono di dover affrettare lo scontro finale — sta costruendo una profezia che si autoavvera: si inventano un pretesto per portare la guerra ovunque. L’hanno fatto in Iraq, in Afghanistan, nello Yemen; e con noi.
Ma sentite cosa dice la nostra legge. Esiste una fatwa esplicita, accolta da tutta la storia sciita, sul jihād ibtidāʾī, la guerra “d’inizio”: è ḥarām, proibita. In assenza dell’Imām Mahdī nessuno può muovere guerra a un altro Paese. Andare in Italia e attaccarla? Assolutamente vietato. È lecita soltanto la difesa: se ci attaccano, ci difendiamo. E qui la fede consola: “chi viene ucciso difendendo la propria famiglia, o anche i propri beni, è shahīd”, martire. Per questo dico: la guerra deve finire. Noi non aggrediremo nessuno, perché non ci è permesso; ma se continuano a colpirci, ci difenderemo fino in fondo».
Quanto all’attesa, prosegue il nostro ospite, essa non è passività ma preparazione. «L’Imām al-Ṣādiq insegna: restate saldi nelle vostre case, come tappeti ben fissati, e quando vi sarà chiaro che il vostro Imām è venuto, allora accorrete a lui. La grande guerra finale — Gog e Magog per gli ebrei, Armagheddōn a Tel Megiddo nell’Apocalisse — accadrà, ma non oggi, e non per mano nostra. Oggi il compito è un altro: che ogni popolo — Stati Uniti, Russia, Cina, Iran — decida di sé senza interferire negli altri, e che si viva in pace, attendendo. Chiunque venga — Cristo o l’Imām Mahdī — non combattiamoci nel frattempo. Questa, credo, è la parte più importante di tutto il nostro discorso».
MF. Papa Francesco ha denunciato un’«economia che uccide» e una «terza guerra mondiale a pezzi», puntando il dito sull’industria delle armi. Dal punto di vista dell’etica islamica, qual è il giudizio su chi trae profitto dalle armi e dal conflitto? E come si custodisce la parola religiosa dall’abuso che la piega a legittimare la violenza?
«Nell’Islam non diciamo che fabbricare armi sia, in sé, ḥarām: anzi, è ragionevole che un popolo sappia difendersi — il Corano stesso ricorda che al mondo ci sono nemici, e chi è inerme può essere ucciso con facilità. La pistola in tasca è lecita per difendersi da chi mi assale, ma, se uscissi a sparare sulla gente senza ragione, sarei semplicemente un pazzo. Il discrimine è tutto lì: l’arma per la difesa, mai per iniziare. Sulla scia di Papa Francesco, dico che l’unica vera soluzione è la fede autentica: se credo davvero che non si possa iniziare una guerra, non interferirò con nessun Paese.
E come si difende la religione dall’abuso? Tornando all’ʿaql, alla ragione. Se possiedo quella luce, capisco una cosa semplice: ciò che è male per me è male per tutti. Quello che non voglio accada a me, non deve accadere nemmeno al mio amico — sia esso cristiano, ebreo, di altra fede o di nessuna. Il conflitto nasce nell’istante in cui qualcuno pensa: “devo costringere tutti a pensare come me”. Ecco l’inizio del male. Strumentalizzare la religione è una tentazione di tutti; per questo dobbiamo insegnare, con pazienza, che usare la fede contro gli altri non è mai giusto».
IV. Maryam e il dialogo
Maryam è l’unica donna nominata nel Corano, e a lei è dedicata un’intera sūra; per noi cristiani è la Madre di Dio. Che cosa rappresenta per Lei la sua figura, e può essere davvero un ponte tra cristiani e musulmani?
«Lasci che cominci da un versetto del Corano, la Sūra al-Māʾida: troverete che i più vicini ai credenti, per affetto, sono proprio coloro che dicono “Siamo cristiani”. È parola esplicita: siamo vicinissimi, in moltissime cose. Le ho già mostrato come gli stessi annunci si ritrovino nel Vangelo di Matteo e nelle nostre tradizioni.
E qui entra Maryam — salāmu Allāh ʿalayhā. Nella nostra tradizione, quattro donne hanno ricevuto un posto unico nella storia dell’umanità: Maryam, la madre di Gesù; Khadīja, la sposa del Profeta; Fāṭima, sua figlia; e Āsiya, la donna giusta accanto al Faraone. Due prima dell’Islam — Āsiya e Maryam — e due dopo. Maryam è dunque per noi una figura altissima. E poiché abbiamo ḥadīth su di lei, e voi avete tanto su di lei, quando li mettiamo accanto non nasce alcun conflitto: è terreno comune. Su Maryam possiamo incontrarci davvero».
Il Documento sulla Fratellanza Umana di Abu Dhabi (2019) ha segnato una tappa nel dialogo, soprattutto con l’islam sunnita. Vede spazio per un dialogo specificamente cattolico-sciita?
«Lo credo necessario. Come è nato un documento con il mondo sunnita, dovremmo costruirne uno anche con gli sciiti. Ricordate l’incontro, qualche anno fa, del vostro Papa in Iraq con la nostra massima autorità, il Grande Ayatollah al-Sīstānī: mostrava esattamente questo — abbiamo molto in comune, parliamone. Io stesso mi offro: posso organizzare, dal nostro Paese, più incontri per accogliere e preparare una dichiarazione comune. Spero che in futuro la si possa scrivere insieme».
In un mondo secolarizzato e consumista, dove il vero «dio» rischia di essere il denaro, che cosa possono fare insieme i credenti di fedi diverse per testimoniare la trascendenza?
«Partire da ciò che ci accomuna alla radice: l’umanità. Siamo tutti esseri umani, e nessuno è migliore di un altro; nessuno deve farsi “padrone del mondo”. Il mondo consumista ci spinge a competere, a primeggiare sul vicino — e da lì nascono i conflitti. Ma c’è un’avvertenza che vale per tutti noi, e il Corano la dice senza riguardi: “O voi che credete, perché dite ciò che poi non fate?”. Tanti credono nel modo giusto, e poi non vivono ciò che credono. Ecco il punto: non basta professare, bisogna mettere in pratica. Se i credenti tornassero a vivere davvero la propria fede, passo dopo passo porterebbero la pace a tutti».
V. La speranza
Una parola di speranza per i giovani iraniani — e per i giovani di ogni latitudine che crescono nel timore della guerra. E che cosa vorrebbe che un lettore cattolico comprendesse dell’islam sciita, e che troppo spesso viene frainteso?
«Abbiamo vissuto i giorni peggiori della nostra storia. Molti amici, molti familiari sono stati uccisi. Eppure, il popolo ha mostrato una cosa: l’unità. Per più di centoventi notti la gente è scesa in strada — quattro mesi, ogni sera — e questo non accade in nessun altro Paese. Chi sperava di dividerci ha ottenuto il contrario. La nostra non è una richiesta di guerra: è la richiesta di essere lasciati in pace, di decidere da soli di noi stessi. Questa è la mia speranza per i giovani: che si smetta di interferire, e si tornerà a respirare.
E ai lettori cattolici dico la cosa che mi sta più a cuore: il cristianesimo è la religione più vicina all’Islam. Tante cose in cui crediamo noi e voi sono le medesime; perfino interi versetti dei nostri Libri si rispondono. Vi prego: non fermatevi a ciò che la televisione racconta, né a chi ha interesse a dividerci. Andate ai testi, alle parole dei pontefici e dei nostri maestri, e scoprirete quanto siamo vicini, e quanto poco motivo ci sia di conflitto. C’è di più: nelle nostre tradizioni è scritto esplicitamente che, alla venuta dell’Imām Mahdī, anche Gesù Cristo sarà con lui. Se ci fosse vera inimicizia tra noi, non potrebbero stare insieme. Noi crediamo invece che saranno uniti, a lavorare perché il mondo diventi un luogo migliore. È tutto qui».
La fotografia
Quando i microfoni si spengono, restiamo qualche istante in silenzio. Poi, come d’istinto, ci avviciniamo alla nicchia in fondo al corridoio. La Madonna di Fatima ci guarda con quella mitezza che non chiede nulla e dona tutto. Ci mettiamo accanto per una fotografia.
E mentre lo scatto fissa quel momento, non sfugge a nessuno dei due la coincidenza che sembra una promessa: “Fatima” è il nome della Madre attorno a cui ruota la sua tradizione — Fāṭima, figlia del Profeta, sposa di ʿAlī — e “Fatima” è il nome del piccolo borgo portoghese dove, secondo la tradizione, una principessa moresca di quel nome riposa, e dove la Vergine è apparsa portando al mondo una parola di pace. Due donne, due madri, un solo nome a fare da ponte. Ci siamo salutati con un abbraccio, certi di una cosa: che il dialogo, quando è vero, non comincia dalle differenze, ma da una parentela dimenticata.
Ad Multos! Inshallah! إن شاء الله
