Le violenze in Val di Susa riaprono una domanda che accompagna il movimento da trent’anni: dov’è il confine tra resistenza civile e deriva antagonista?

La Val di Susa è tornata a essere il teatro di una guerriglia che sembrava appartenere agli anni più duri della contestazione. Incappucciati, bombe carta, mezzi incendiati, oltre sessanta agenti feriti, cantieri assaltati. Al di là delle responsabilità penali, gli scontri di questi giorni impongono una riflessione politica: che cosa resta di una protesta quando la violenza prende il posto delle ragioni? E, soprattutto, a chi giova questa escalation?

Il movimento No Tav è una delle esperienze di protesta più longeve della storia repubblicana. Nato negli anni Novanta come mobilitazione territoriale contro la linea ferroviaria Torino-Lione, ha raccolto amministratori locali, tecnici, ambientalisti, cittadini, agricoltori, famiglie. Per molti anni ha rappresentato un caso di partecipazione civile, alimentando un dibattito autentico sull’utilità dell’opera, sul suo impatto ambientale e sul rapporto tra grandi infrastrutture e comunità locali.  

È proprio per questo che le immagini di questi giorni fanno ancora più impressione.

Le cronache raccontano di gruppi organizzati, travisati, dotati di caschi, maschere antigas, mortai artigianali, pietre, bombe carta e bottiglie incendiarie. Alcuni sono riusciti a raggiungere i cantieri di Chiomonte e San Didero, incendiando mezzi delle forze dell’ordine e provocando decine di feriti tra gli agenti. La giornata si è conclusa con danni ingenti alle strutture e pesanti ripercussioni sulla viabilità e sulla linea ferroviaria.  

È inevitabile domandarsi: questa è ancora protesta?

In democrazia il conflitto sociale è fisiologico. Contestare una grande opera è legittimo. Manifestare contro una decisione dello Stato è un diritto costituzionale. Bloccare temporaneamente una strada, organizzare presìdi, promuovere ricorsi, produrre studi alternativi: tutto questo appartiene alla dialettica democratica.

Un’altra cosa è trasformare il dissenso in guerriglia.

Quando si incendiano camionette, si lanciano ordigni contro gli agenti e si pianifica un assalto coordinato ai cantieri, il terreno non è più quello della politica, ma della violenza. Non si convince più l’opinione pubblica; la si intimorisce. Non si difende il territorio; si attacca lo Stato.

Ed è qui che emerge il paradosso.

Ogni volta che il movimento No Tav sceglie la via dello scontro armato, offre ai sostenitori dell’opera il miglior argomento possibile. Le immagini degli incappucciati cancellano quelle delle famiglie, dei sindaci, degli studiosi e degli ambientalisti. Trent’anni di dibattito vengono riassunti in pochi minuti di fiamme e lacrimogeni.

La politica, naturalmente, sfrutterà questo scenario.

Il Governo rafforzerà la narrazione della fermezza. Le opposizioni più radicali parleranno di repressione. I social network amplificheranno le immagini più spettacolari. Ma il problema è un altro: la violenza produce una semplificazione che distrugge la complessità.

Perché è possibile essere favorevoli alla Torino-Lione e condannare eventuali eccessi nell’uso della forza da parte dello Stato.

Ed è altrettanto possibile essere contrari all’opera e prendere le distanze senza esitazione da chi trasforma una manifestazione in un campo di battaglia.

Le due posizioni non si escludono.

Anzi, proprio chi ritiene la Tav un errore strategico dovrebbe essere il primo a comprendere che la violenza è il modo più rapido per perdere credibilità.

C’è poi un’altra domanda che merita di essere posta.

Perché, dopo oltre trent’anni, il conflitto resta così acceso?

Forse perché in Italia continuiamo ad affrontare le grandi opere come se fossero guerre di religione. Da una parte chi le considera sempre simbolo di progresso. Dall’altra chi le considera sempre simbolo di devastazione. In mezzo rimane poco spazio per una valutazione tecnica, aggiornata e verificabile dei costi, dei benefici, degli impatti ambientali e delle alternative.

Il risultato è che ogni cantiere diventa un referendum permanente sulla legittimità dello Stato.

Eppure lo Stato democratico non si misura soltanto dalla capacità di costruire infrastrutture, ma anche dalla capacità di ascoltare le comunità locali. Allo stesso tempo, i movimenti civici si misurano non soltanto dalla forza delle loro convinzioni, ma dalla coerenza dei loro metodi.

La storia insegna che le grandi battaglie civili hanno cambiato il mondo quando hanno saputo mantenere una superiorità morale rispetto all’avversario. Quando questa superiorità viene sacrificata sull’altare dello scontro fisico, il rischio è di trasformare una causa in un problema di ordine pubblico.

È significativo che, ancora una volta, migliaia di manifestanti abbiano sfilato pacificamente, mentre l’attenzione mediatica sia stata completamente assorbita da alcune centinaia di antagonisti. Sono loro ad aver scritto il racconto della giornata. E questo dovrebbe interrogare anche il movimento No Tav.  

Le ragioni possono essere discusse, contestate o condivise. La violenza, invece, ha un effetto quasi sempre identico: sposta il dibattito dalle idee alle sirene delle ambulanze. E quando accade, nessuno vince davvero. Non il movimento, che perde autorevolezza. Non lo Stato, che vede crescere la frattura con una parte del Paese. Non la democrazia, che ha bisogno di conflitti politici, non di guerre di trincea.