Il premier laburista lascia Downing Street dopo appena due anni. È il quarto capo di governo britannico in sette anni costretto a dimettersi dal proprio partito
C’era una volta il Regno Unito, patria della stabilità parlamentare. I governi duravano anni, i primi ministri lasciavano dopo le elezioni e Westminster era considerato uno dei modelli più solidi della democrazia occidentale. Oggi non è più così. Con le dimissioni di Keir Starmer, la Gran Bretagna si prepara ad avere il suo settimo primo ministro in dieci anni. Un dato che racconta meglio di qualsiasi sondaggio la crisi della politica britannica. E che trasforma il leggendario leggio di Downing Street, davanti al quale i premier annunciano le loro dimissioni, in uno dei mobili più utilizzati del Paese.
Il premier che vinse ma non convinse
La parabola di Keir Starmer contiene una contraddizione.
Da un lato è stato uno dei leader più vincenti della storia recente del Partito Laburista. Nel 2024 conquistò una maggioranza schiacciante, riportando la sinistra al governo dopo anni di opposizione.
Dall’altro lato è stato uno dei premier più rapidamente logorati della storia britannica contemporanea.
In appena due anni è passato dall’essere il simbolo del cambiamento all’essere percepito da molti elettori come parte del problema.
Non perché il suo governo non abbia ottenuto alcuni risultati. Starmer rivendica una crescita economica superiore a quella di altri Paesi europei, salari in aumento, liste d’attesa sanitarie ridotte e misure contro la povertà.
Il problema è stato un altro: la percezione.
Gli elettori avevano votato per il cambiamento e si sono sentiti raccontare, una volta vinte le elezioni, che la situazione era molto peggiore del previsto e che sarebbero stati necessari nuovi sacrifici.
La luna di miele è finita prima ancora di cominciare.
L’uomo senza un’idea riconoscibile
I critici di Starmer gli rimproverano soprattutto una cosa: non aver mai spiegato chiaramente cosa rappresentasse.
Margaret Thatcher aveva il thatcherismo. Tony Blair aveva la Terza Via. Persino Boris Johnson aveva la Brexit.
Starmer no.
Molti deputati laburisti, perfino alcuni suoi sostenitori, hanno faticato per anni a definire cosa fosse davvero lo “Starmerismo”.
Lui stesso una volta rispose seccamente: «Non esiste uno Starmerismo e non esisterà mai».
Una frase che oggi appare quasi una profezia.
Perché la politica contemporanea premia i leader che raccontano una visione, mentre Starmer ha spesso preferito il linguaggio del tecnico, del giurista, dell’amministratore prudente.
Qualità preziose nei tribunali. Molto meno nelle campagne elettorali permanenti del XXI secolo.
La rivincita di Burnham
A provocare la caduta del premier è stato soprattutto un nome: Andy Burnham.
Ex sindaco di Manchester, popolare, diretto, comunicativamente efficace, Burnham rappresenta esattamente ciò che molti militanti ritengono manchi a Starmer: passione politica.
La sua vittoria alle elezioni suppletive di Makerfield ha avuto l’effetto di una scossa tellurica.
Molti deputati laburisti hanno improvvisamente iniziato a vedere in lui non soltanto un possibile successore, ma l’unico leader in grado di fermare l’avanzata di Reform UK e di Nigel Farage.
Da quel momento la sorte di Starmer era probabilmente segnata.
Il paradosso della democrazia britannica
L’aspetto più curioso della vicenda è che Starmer non è stato sconfitto dagli elettori. È stato sconfitto dal suo stesso partito.
Come era accaduto a Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss prima di lui.
Questo apre una questione sempre più discussa nel Regno Unito: è normale che un Paese cambi continuamente primo ministro senza passare dalle urne?
Formalmente sì.
Il sistema parlamentare britannico prevede che sia la maggioranza a scegliere il leader del governo.
Ma agli occhi di molti cittadini il meccanismo appare sempre meno comprensibile.
Si vota una persona e pochi mesi dopo ne arriva un’altra.
Poi un’altra ancora. E poi un’altra. Il rischio è che la distanza tra politica e cittadini aumenti ulteriormente.
I mercati hanno già parlato
La reazione dei mercati è stata immediata.
La sterlina ha perso valore e i titoli di Stato britannici hanno registrato tensioni. Non si tratta di un crollo, ma di un segnale.
Gli investitori amano una cosa sopra tutte le altre: la prevedibilità. E il Regno Unito oggi appare tutto tranne che prevedibile.
L’arrivo di Burnham suscita curiosità ma anche interrogativi. Le sue idee di maggiore intervento pubblico nell’economia entusiasmano una parte della sinistra ma preoccupano alcuni ambienti finanziari.
Ancora una volta la politica britannica si trova davanti allo stesso dilemma: come conciliare consenso popolare e fiducia dei mercati.
La crisi di una generazione politica
Forse però il problema va oltre Starmer. Dal referendum sulla Brexit del 2016 il Regno Unito sembra incapace di trovare una leadership stabile.
Ogni nuovo premier arriva promettendo una svolta. Ogni nuovo premier finisce travolto dalle stesse difficoltà.
I nomi cambiano. I problemi restano. È come se la politica britannica avesse smarrito la capacità di costruire progetti di lungo periodo.
Quando Keir Starmer ha lasciato Downing Street, la sua voce si è incrinata parlando della moglie e dei figli. È stata probabilmente la parte più autentica del suo discorso di addio. Aveva conquistato una maggioranza storica, riportato il Labour al governo e smentito molti dei suoi critici. Eppure non è bastato. Perché nella politica contemporanea vincere le elezioni è soltanto l’inizio. Governare, mantenere il consenso e dare una direzione riconoscibile a un Paese è molto più difficile. Oggi Starmer lascia il posto. Domani probabilmente toccherà ad Andy Burnham. La domanda che aleggia su Westminster è sempre la stessa: quanto durerà il prossimo?
