C’è una parete. Intonaco bianco, in fondo a una scala ripida, tortuosa, senza corrimano. Sotto c’è una cantina. Dentro la cantina c’è un corpo.
È il 13 agosto 2007 a Garlasco. Quella parete è già una scena del crimine. Ma non lo sa ancora nessuno. O meglio: lo sa chi l’ha toccata.
La lettura del sangue è una lingua antica. Ogni macchia ha una grammatica: la forma dice la direzione, la direzione dice la velocità, la velocità dice l’oggetto, l’oggetto dice la mano. È un racconto scritto in rosso, spesso incompiuto, spesso ambiguo. Nel vano scala della villetta di via Pascoli, quel racconto ha impiegato diciannove anni ad essere completato. E al termine di quei diciannove anni, gli esperti dell’accusa e quelli della difesa guardano gli stessi segni e leggono due romanzi completamente diversi.
L’«impronta 33» è lì dal primo giorno. Un alone che si accende di viola intenso sotto la ninidrina. Lo stampo di un palmo destro, lasciato da una mano bagnata — «con il palmo asciutto quell’impronta non esce», dirà l’allora comandante della sezione impronte del Ris. Per i pm di Pavia, quindici «minuzie» di corrispondenza con il palmo di Andrea Sempio bastano a farne una firma. Attorno ad essa si compone un sistema: la goccia «45», con la traiettoria obliqua di chi è caduta dall’alto; la striscia «97f» sul muro opposto, segno della mano sinistra che bilancia il corpo in discesa; la nuovissima traccia «N1», lo stampo di un tacco sul «gradino zero», il piede in sospensione, il corpo in equilibrio precario, il braccio che cerca il muro. Le misurazioni antropometriche di Sempio, certificate dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo, sarebbero «perfettamente compatibili» con questa sequenza.
Ma già nel 2007 il Ris di Parma classificò la «33» con una parola sola: utilità, «nessuna». Fu testata con i reagenti per il sangue, che diedero esito negativo. Il campione di intonaco fu asportato e andò perduto — tutte le consulenze successive si basano su fotografie. Fotografie che, secondo alcuni dattiloscopisti, non contengono le minuzie sufficienti per un’attribuzione certa a nessuno. E le misure delle scarpe, l’altro pilastro: il giudicato definitivo parla di un numero 42 per l’assassino; la difesa di Sempio sostiene che il suo assistito calzi il 44; le nuove perizie antropometriche dicono 42-43. Una forchetta che, a seconda di dove si posiziona l’asticella, include o esclude l’indagato.
La criminologa Roberta Bruzzone guarda questi stessi elementi e vede qualcosa di diverso: non prove, ma narrazione. Per lei la storia ha già il suo protagonista, cristallizzato nel giudicato della Cassazione: Alberto Stasi. Chiara Poggi era rimasta a Garlasco quell’estate per stare con lui. È lui che trova il corpo e descrive la posizione della vittima in modo che i giudici giudicheranno anomalo. È lui che consegna scarpe pulite quando la perizia stabilisce una probabilità su un milione di attraversare quella scena del crimine senza macchiarle. È lui che tocca per ultimo il dispenser del sapone in bagno, dove l’assassino passò con le mani sporche.
L’ossessiva catalogazione di materiale pornografico — richiamata anche dallo psicologo del carcere di Bollate come possibile «movente o quanto meno occasione del delitto» — è per Bruzzone l’unico contesto plausibile in cui sia potuta maturare la violenza. Un profilo su cui la sentenza dell’appello bis insiste: dopo il delitto, Stasi avrebbe «acceso il computer, visionato immagini e filmati porno, scritto la tesi, come se nulla fosse accaduto».
Ma anche il movente di Stasi oscilla, a seconda di chi lo racconta. I carabinieri di Milano, nell’informativa di 309 pagine depositata a chiusura della nuova indagine, smontano l’ipotesi che il delitto sia maturato in un clima di conflitto sessuale tra i fidanzati. Le conversazioni MSN tra Chiara e Alberto mostrano, scrivono gli investigatori, una relazione «estremamente aperta, spontanea e complice» anche sui temi dell’intimità: il 17 settembre 2006 lei accoglieva con naturalezza la notizia che Alberto avrebbe scaricato pornografia nel pomeriggio, preoccupandosi solo che ciò non rallentasse il trasferimento dei loro video privati. «Il tentativo di ricondurre il delitto a presunte problematiche legate alla pornografia rischia di tradursi in una lettura fortemente suggestiva e non supportata da concreti elementi di conflittualità», concludono i militari.
Di segno opposto la consulenza informatica depositata a gennaio 2026 dai legali della famiglia Poggi. Attraverso software non disponibili all’epoca dei processi, il consulente Bassetti sostiene di aver individuato un punto di rottura preciso: la sera del 12 agosto 2007, mentre Stasi era uscito per qualche minuto a controllare il cane durante un temporale, Chiara avrebbe aperto la cartella «militare» sul suo computer, trovando settemila file pornografici catalogati per genere. È stata come la stele di Rosette», dice Bassetti. Un’apertura che avrebbe potuto «farla arrabbiare o addirittura sconvolgerla». Stasi quella notte non dormì da lei.
Due letture della stessa serata. Due moventi incompatibili. Due assassini diversi.
Poi c’è lo scontrino. Il tagliando del parcheggio di Vigevano, emesso alle 10.18 del 13 agosto 2007, che per anni ha rappresentato il principale elemento dell’alibi di Sempio: era lì, a decine di chilometri da Garlasco, quando Chiara moriva. Ma l’informativa dei carabinieri lo smonta con una freddezza quasi chirurgica: quel documento «non può avere alcun valore positivo o negativo» perché «è impossibile riscontrare con certezza che sia stato proprio lui a produrlo». Gli investigatori ritengono anzi «più probabile» che lo scontrino sia stato ritirato dalla madre e conservato nell’ambito familiare. A confermare i sospetti, un’intercettazione in auto tra i genitori: «Lo scontrino lo hai fatto tu», dice la madre Daniela Ferrari al marito, con un sospiro. E poi, sola: È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino… gli ho rovinato la vita all’Andrea».
I soliloqui intercettati nell’aprile 2025, mentre Sempio è solo in auto, hanno il profilo di una confessione per i pm. «Quando sono andato io, il sangue c’era», dice di Stasi, ragionando sul podcast che sta ascoltando. Ma la stessa informativa riconosce la doppia lettura: le intercettazioni avvengono mentre Sempio commenta — non ricorda, non confessa, ma ragiona ad alta voce su una storia che conosce da sempre. Pochi minuti dopo, in compagnia di un’amica, aggiunge: «Sono sicuro che qua ascoltano». Una frase che potrebbe essere la lucidità di chi sa di essere sorvegliato. O la recita di chi vuole costruire un’uscita di sicurezza.
Intorno a tutto questo si avvolge un’altra storia, ancora più buia. La famiglia Poggi che, secondo i carabinieri, «osteggia, intimida, blocca» la nuova indagine. L’ex sostituta procuratrice generale Laura Barbaini che suggerisce ai legali dei Poggi come fare intervenire la Procura generale di Milano per fermare l’inchiesta di Pavia. La consulenza genetica della difesa Stasi — il DNA maschile di Sempio sulle unghie della vittima — che esce «illecitamente» dalla procura generale e finisce nelle mani della difesa dell’indagato. L’appunto trovato in casa Sempio: «gip Venditti archivia 20 30». I prelievi di contante che i genitori non sanno spiegare.
Marco Poggi, il fratello di Chiara, riascoltato a Mestre il 20 maggio scorso, ricorda e dimentica. La cantina? È possibile, avevamo i giochi». Andrea Sempio tra quelli che ci andavano? «Non mi ricordo». L’unica certezza che riesce a esprimere è l’innocenza dell’amico: «Per me non c’entra niente». Nel frattempo, intercettato, dice: «Se non interviene nessun altro che è al di fuori di questa Procura, questi andranno avanti».
Venerdì sera, su Rete 4, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha letto in diretta le parole di Sempio: «Spero che ciò non accada perché io, questo fatto atroce, non l’ho commesso». Una dichiarazione di innocenza come tutte le altre — né più né meno credibile di quella di chi la contesta.
In fondo alla scala ripida e tortuosa, senza corrimano, c’è ancora una cantina. Il muro di destra conserva ancora, nel senso più letterale possibile, l’impronta di ciò che vi è accaduto. Un’impronta che per i pm è una firma, per la difesa è un’ombra, e per il Ris del 2007 era già, semplicemente, inutile.
Diciannove anni dopo, la verità — se esiste un luogo in cui risiede — non è ancora uscita da quella parete.
