Da Ilaria Alpi al Moby Prince, dalla Uno Bianca a Garlasco, le parole di Luigi Grimaldi e Milo Infante riportano al centro una questione che riguarda chiunque faccia informazione: il giornalista non deve fabbricare colpevoli né proteggere potenti. Deve cercare, verificare, disturbare quando è necessario e soprattutto conservare il confine fra ciò che sa, ciò che sospetta e ciò che semplicemente immagina.
Ci sono incontri nei quali si parla di cronaca e altri nei quali, quasi senza accorgersene, si finisce per parlare del significato stesso di un mestiere. È ciò che accade ascoltando Luigi Grimaldi raccontare quarant’anni trascorsi dietro storie che attraversano alcune delle zone più oscure della storia repubblicana e, subito dopo, Milo Infante riflettere sul fenomeno mediatico costruitosi intorno al delitto di Garlasco. Non mi interessa qui stabilire chi abbia ragione sulle singole interpretazioni investigative, né trasformare ipotesi giornalistiche in verità processuali. Mi interessa qualcosa che viene prima: capire che cosa rimanga del giornalismo quando si spengono le telecamere, passano gli ascolti e resta soltanto la responsabilità di avere raccontato la vita, la reputazione, talvolta la libertà di altri esseri umani.
Grimaldi lo dice con la ruvida semplicità di chi ha scelto per decenni la condizione meno comoda: quella del freelance. L’indipendenza, nel suo racconto, non è una posa romantica. Significa precarietà, dover portare una notizia per poter lavorare e, una volta trovata, riuscire anche a convincere una direzione o un editore a pubblicarla. Soprattutto significa accettare una conseguenza inevitabile del giornalismo investigativo: «scontentare sistematicamente un sacco di persone importanti». Nel corso degli anni ha collaborato a lungo con testate e programmi molto diversi, da Le Iene a Famiglia Cristiana, da Chi l’ha visto? ad Avvenimenti, mantenendo però quella scelta di indipendenza professionale che egli stesso descrive come costosa. È una frase sulla quale chi lavora nell’informazione dovrebbe soffermarsi, perché contiene una distinzione decisiva: essere indipendenti non significa non avere regole; significa non scegliere la verità in base alla convenienza di chi potrebbe esserne infastidito.
Nel suo lungo racconto ritornano il Moby Prince, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la Uno Bianca, i traffici internazionali d’armi, le zone grigie dei servizi di sicurezza e infine Garlasco. Su diverse di queste vicende Grimaldi propone ricostruzioni e interpretazioni proprie, alcune molto nette, che proprio perché appartengono al terreno dell’inchiesta e dell’opinione devono essere indicate come tali. Ma il metodo professionale che rivendica è interessante: formulare ipotesi, confrontarle con gli elementi disponibili ed eliminarle quando qualcosa non torna. Parlando dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ad esempio, spiega di essere arrivato alle proprie conclusioni scartando progressivamente le ipotesi incompatibili con i dati raccolti. È il contrario della maniera in cui oggi troppo spesso nasce una “verità” sui social: prima si sceglie la conclusione, poi si cercano frammenti che possano confermarla.
Ed è proprio qui che il discorso di Milo Infante diventa complementare. Se Grimaldi mette in guardia dal giornalismo troppo prudente davanti ai poteri, Infante mette in guardia dal giornalismo troppo disinvolto davanti ai fatti. Parlando di quello che definisce il “Garlasco Show”, osserva che nel corso di oltre un anno e mezzo di nuova attenzione sul caso sono circolati attraverso televisioni e social teoremi, complotti, ipotesi su sicari, pedofilia, biciclette, armi e rogge, spesso senza una reale corrispondenza con il contenuto delle indagini. Il risultato, dice, è stata una tendenza alla «fabulazione» e alla creazione di «mostri» sui social. È forse la parola più importante dell’intero confronto: il mostro. Perché il giornalismo smette di essere giornalismo proprio quando, per rendere più efficace il racconto, ha bisogno di costruire un mostro.
Il giornalista non è il pubblico ministero, non è l’avvocato della difesa e soprattutto non è il giudice. Può trovare documenti che un magistrato non ha trovato, può scoprire contraddizioni, può denunciare un errore giudiziario, può persino contribuire alla riapertura di un caso. Ma deve ricordare ogni giorno che una persona indagata rimane una persona indagata e che persino una condanna definitiva non autorizza a cancellarne la dignità umana. Nel caso di Garlasco questa prudenza diventa ancora più necessaria perché Alberto Stasi è stato definitivamente condannato per l’omicidio di Chiara Poggi, mentre le nuove indagini hanno riportato Andrea Sempio al centro dell’attenzione giudiziaria e mediatica. Grimaldi afferma nel confronto la propria convinzione personale sull’innocenza di Stasi, ma contemporaneamente riconosce di non sapere se Sempio sia responsabile. È esattamente la distinzione che l’informazione deve mantenere: una convinzione giornalistica può essere forte, documentata, persino profetica; non diventa per questo una sentenza.
C’è poi un’espressione di Grimaldi che considero ancora più importante della discussione su Garlasco: la giustizia possiede una sua «sacralità», perché nelle aule e nelle indagini si decide il destino delle persone. Ma proprio questa sacralità, aggiunge, non esonera la giustizia dal dovere di funzionare bene. È una considerazione che un cattolico può comprendere con particolare profondità. La giustizia non è sacra perché magistrati, investigatori o giornalisti siano infallibili. È sacra perché è sacra la persona sulla quale quelle istituzioni esercitano il loro potere. Quando un innocente viene accusato, quando un colpevole rimane impunito, quando una vittima non riceve verità, non si produce soltanto un malfunzionamento amministrativo: si ferisce una persona e con essa il bene comune.
Per questo non mi appassiona la contrapposizione infantile tra chi sarebbe “contro i magistrati” e chi sarebbe “contro i giornalisti”. Una democrazia matura ha bisogno di entrambi, e ha bisogno che entrambi sappiano accettare il controllo. La magistratura deve poter indagare senza intimidazioni; il giornalismo deve poter indagare sulla magistratura senza essere considerato per questo nemico dello Stato. Le forze dell’ordine devono poter lavorare senza processi sommari mediatici; i cronisti devono poter raccontare errori, omissioni e responsabilità delle forze dell’ordine senza essere accusati di delegittimarle. Il potere, qualunque uniforme o toga indossi, ha bisogno di qualcuno che possa fargli domande. Ma chi fa le domande deve a sua volta accettare una disciplina ancora più severa: quella dei fatti.
La lezione professionale più forte che ricavo da questo confronto sta forse nel punto in cui Grimaldi descrive le tante storie seguite per decenni, comprese quelle che non garantivano alcuna audience. Chi lo introduce ricorda infatti che prima di Garlasco si è occupato per anni di vicende che progressivamente erano scomparse dall’attenzione pubblica, e sottolinea che continuava a scavare anche quando non c’era la medesima visibilità mediatica. Questo è un criterio molto semplice per distinguere l’inchiesta dalla costruzione di un personaggio: chiedersi se continueremmo a cercare quella verità anche qualora nessuno ci invitasse più in televisione.
È una domanda scomoda perché il nostro mestiere è entrato nell’economia dell’attenzione. Una notizia non compete più soltanto con un’altra notizia, ma con TikTok, Netflix, Instagram, il calcio, l’influencer, il complotto e la curiosità morbosa. Così anche un omicidio può diventare una serie a puntate. Si formano tifoserie: innocentisti contro colpevolisti, consulente contro consulente, conduttore contro conduttore. Si analizza lo sguardo di una persona, il sorriso, una pausa durante un’intervista; si compongono psicologie a distanza; si decide che qualcuno «non convince». Il processo penale diventa talent show e lo spettatore viene invitato a votare il proprio colpevole. A quel punto il giornalista corre il rischio di non cercare più ciò che è vero ma ciò che tiene il pubblico davanti allo schermo.
Infante riconosce anche il prezzo pagato da questa concentrazione: il grande caso di cronaca può divorare la cronaca ordinaria. Alla domanda su ciò che l’enorme attenzione per Garlasco abbia fatto trascurare, richiama il disagio psichico, i giovani esposti agli estremismi e fenomeni criminali che continuano a svilupparsi lontano dai riflettori. È una confessione professionale importante. Un giornale non dovrebbe limitarsi a raccontare ciò che il pubblico vuole sapere; dovrebbe anche avere il coraggio di indicargli ciò che ha bisogno di sapere. Altrimenti non facciamo informazione, facciamo soltanto mercato dell’attenzione.
Grimaldi usa a sua volta un’immagine particolarmente efficace quando osserva che negli ultimi decenni «il sociale sono diventati i social»: mentre diminuiscono luoghi reali di partecipazione, associazionismo e comunità, cresce una socialità digitale che può alimentare individualismo, omertà e incapacità di esporsi personalmente per ciò che è giusto. Qui il discorso giornalistico diventa perfino antropologico. Abbiamo milioni di persone pronte a pronunciare una sentenza con un commento e molte meno disponibili a mettere nome e faccia davanti a un’ingiustizia che avviene accanto a loro. Siamo diventati coraggiosissimi dietro uno schermo e prudentissimi nella vita reale.
Da credente, poi, non posso non ascoltare tutto questo alla luce di una parola evangelica abusata proprio perché radicale: «La verità vi farà liberi». Cristo non dice che la verità ci farà famosi, vincenti o popolari. Dice liberi. E la libertà della verità comporta anche la libertà dalle nostre tesi. Se un documento smentisce ciò che abbiamo sostenuto per mesi, dobbiamo pubblicarlo. Se una persona che abbiamo sospettato risulta estranea ai fatti, dobbiamo avere la stessa evidenza nel restituirle il nome che avevamo avuto nel metterlo in dubbio. Se l’inchiesta conferma la versione che non ci piace, il nostro compito non è piegare l’inchiesta alle nostre convinzioni. La verità non è cattolica perché conferma ciò che pensiamo; è cattolica, nel senso più universale del termine, proprio perché non appartiene a nessuno di noi.
C’è una superbia professionale contro la quale chi comunica deve combattere ogni giorno: pensare che aver visto molte carte significhi vedere tutto, che avere buone fonti renda infallibili, che una carriera costruita su grandi scoop autorizzi a non dubitare più. Il buon giornalismo comincia invece da una forma di umiltà epistemologica: questo lo so, questo me lo hanno riferito, questo è contenuto in un atto, questo è contestato, questo è soltanto possibile, questo non lo so. Cinque formule apparentemente povere che salvano una professione dalla propaganda e una persona dalla gogna.
Non dobbiamo dunque scegliere tra il giornalismo che disturba e quello responsabile. Il vero giornalismo è entrambe le cose. Deve disturbare i potenti quando i documenti lo impongono e deve disturbare il proprio pubblico quando il pubblico vuole una certezza che i documenti non consentono. Deve avere il coraggio di pubblicare una notizia scomoda e quello, forse ancora più raro, di non pubblicare una suggestione seducente. Deve diffidare delle verità confezionate dagli uffici stampa, ma anche delle verità confezionate dai social. Deve difendere una persona dall’apparato quando l’apparato sbaglia e difenderla dalla folla quando la folla vuole un colpevole prima del processo.
Dopo tanti anni di informazione continuo a pensare che non ci sia definizione più nobile del nostro mestiere di questa: stare dalla parte della domanda finché la risposta non sia sostenuta dai fatti. Non dalla parte di Stasi o di Sempio, non dalla parte di una Procura o contro una Procura, non dalla parte di un programma televisivo o del suo concorrente. Dalla parte della domanda. È un luogo meno comodo, perché non crea tifosi; ma è l’unico dal quale il giornalista possa ancora guardare negli occhi una vittima, un indagato e il proprio lettore senza vergognarsi.
Il giornalismo investigativo deve avere la forza di scontentare le persone importanti, come ricorda Luigi Grimaldi, ma deve possedere anche la disciplina invocata da Milo Infante davanti al “Garlasco Show”: non confondere fatti e fabulazione, indagine e spettacolo, sospetto e colpa. In mezzo sta la responsabilità di una professione che maneggia una materia fragilissima: il buon nome, la libertà e talvolta la vita delle persone. Per un giornalista la verità non può essere una bandiera da piantare sul proprio campo. Deve restare una casa nella quale siamo disposti a entrare anche quando scopriamo che la porta si apre dalla parte opposta a quella che avevamo immaginato.
