Nel podcast con l’ex ostaggio di Hamas, il leader di estrema destra critica Netanyahu e rivendica tutta Gaza come territorio israeliano. Dichiarazioni già usate alla Corte dell’Aia come prova di intento genocida.


«Penso che a Gaza si dovrebbero effettuare omicidi mirati, eliminando da 30 a 40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone». Con queste parole, pronunciate in un podcast con Rom Braslavski, ex ostaggio di Hamas, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir torna a scuotere il dibattito interno e internazionale a poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre.


Non è un’uscita isolata. Il leader di Potere Ebraico, figura di punta dell’estrema destra israeliana, ha criticato apertamente la recente riduzione degli attacchi nella Striscia: «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro». E ha aggiunto che Israele dovrebbe spingere l’emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza e procedere al reinsediamento dell’intera area. «Considero tutta Gaza come nostra. Insediamenti non solo a Gush Katif ma in tutta Gaza, incoraggiando il maggior numero possibile di emigrazioni… e per i terroristi, nessuna emigrazione, niente, solo ucciderli uno per uno».

Vent’anni dopo il ritiro israeliano e lo smantellamento dei 21 insediamenti di Gush Katif, Ben-Gvir propone di ribaltare quella scelta. Secondo esperti di diritto internazionale, un’emigrazione forzata di massa potrebbe configurare una forma di pulizia etnica. Dichiarazioni analoghe del ministro e di altri esponenti israeliani sono già state depositate alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu come elementi a sostegno dell’accusa di intento genocida.

Ben-Gvir non comanda l’esercito e non può ordinare operazioni a Gaza. Controlla però le carceri – dove sono detenuti migliaia di palestinesi di Gaza e Cisgiordania – e le forze di polizia nazionali. Dopo il 7 ottobre 2023, quando Hamas uccise circa 1.200 persone e prese 251 ostaggi, la sua popolarità è cresciuta fino a renderlo una delle figure più influenti del Paese. Le ultime immagini che lo avevano visto inveire contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla, ammanettati e inginocchiati a terra, sono solo l’ultimo capitolo di una presenza mediatica sempre più aggressiva.


Quando un ministro della Sicurezza nazionale dice che a Gaza ci sono «persone che non sono nemmeno persone» e chiede di ucciderne trenta o quaranta ogni notte, non sta solo parlando di strategia militare: sta riscrivendo i confini della dignità umana. E lo fa a pochi giorni dal voto.