Dieci ori e primo posto nel medagliere di atletica, 43 podi negli sport acquatici. Un’estate di gloria che espone, per contrasto, la crisi strutturale del pallone italiano.


Mentre a Birmingham la staffetta 4×400 maschile strappa l’oro agli inglesi per tre centesimi e chiude il medagliere azzurro in vetta, e a Parigi Simona Quadarella completa la tripletta d’oro nei fondi, il calcio italiano continua a guardare altrove. Non è solo una questione di risultati: è un divario di sistema che, nell’estate 2026, appare più netto che mai.


A Birmingham l’Italia ha vinto gli Europei di atletica con 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi: 22 medaglie totali, davanti alla Gran Bretagna. Leonardo Fabbri nel peso, Nadia Battocletti nei 5000, Andy Díaz e Dariya Derkach nel triplo, Massimo Stano e Sofia Fiorini nella marcia, Larissa Iapichino nel lungo, la 4×400 maschile di Scotti, Sito, Soudassi e Benati. Un’impresa costruita su continuità, generazioni diverse e un movimento che ha imparato a coltivare talenti senza disperderli.

A Parigi, negli Europei di sport acquatici, il bilancio è ancora più eloquente: 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, per un totale di 43 medaglie. La Gran Bretagna ha chiuso prima per un oro in più, ma nessuna nazione ha messo più atleti sul podio. Quadarella ha dominato i fondi, Martinenghi la rana, Sara Curtis ha firmato record e medaglie, Chiara Pellacani ha regnato nei tuffi. Fondo, vasca, trampolino: un ecosistema che funziona.

Il contrasto con il calcio è quasi crudele. La Nazionale ha mancato per la terza volta consecutiva il Mondiale. La FIGC è in pieno rimescolamento, con litigi, dimissioni lampo e una ricerca affannosa del commissario tecnico. In Serie A la percentuale di investimenti sui calciatori italiani è scesa al 13 per cento del budget, mentre i minuti giocati da atleti non azzurrabili superano di gran lunga quelli dei nazionali. L’età media resta alta, i giovani italiani raramente trovano spazio stabile.

Non è un problema di passione o di risorse. È un problema di modello. Atletica e nuoto hanno costruito, nel tempo, centri di specializzazione, programmi di lungo periodo, valorizzazione dei club di base e un rapporto più sano tra talento individuale e struttura. Il calcio italiano, invece, continua a privilegiare il mercato estero, le scorciatoie e una governance frammentata che produce più polemiche che risultati.

L’estate 2026 ha messo in evidenza due Italie. Una capace di dominare piste e vasche europee con metodo e orgoglio. L’altra ancora prigioniera di un sistema che, nonostante i soldi e la tradizione, non riesce a produrre una Nazionale competitiva né un campionato che formi davvero i propri talenti.


Quando Larissa Iapichino atterra a sette metri e la 4×400 batte gli inglesi in casa loro, non è solo una medaglia: è la dimostrazione che un altro modo di fare sport è possibile. Il calcio italiano farebbe bene a guardare, invece di continuare a cercare scuse.