Il Conseil constitutionnel ha censurato il divieto generalizzato voluto da Macron, che doveva scattare il 1° settembre. Ma la questione psicologica rimane intatta: un adolescente non usa semplicemente TikTok, Instagram o Snapchat, viene immerso in ambienti progettati per contendersi la sua attenzione. E c’è un’abitudine che dovrebbe interrogare anche gli adulti: consegnare ai social il primo pensiero del mattino e l’ultimo della sera.

 Forse abbiamo sbagliato domanda. Continuiamo a chiederci quante ore trascorrono i ragazzi sui social, quando dovremmo domandarci quali ore della loro vita stiamo consegnando agli algoritmi. Perché dieci minuti su Instagram alle quattro del pomeriggio non sono psicologicamente la stessa cosa di dieci minuti appena aperti gli occhi. E venti minuti di TikTok mentre si aspetta un autobus non equivalgono a venti minuti trascorsi nel letto, al buio, quando il cervello dovrebbe progressivamente disimpegnarsi dal mondo e prepararsi al sonno. La Francia ha provato a tracciare una linea drastica: niente social sotto i quindici anni. I giudici costituzionali hanno cancellato quella linea. Ma non hanno cancellato il problema.

Il Parlamento francese aveva approvato definitivamente il 21 luglio una norma che vietava ai minori di quindici anni l’accesso ai social network, con entrata in vigore prevista per i nuovi account dal 1° settembre 2026 e quattro mesi ulteriori per adeguare quelli già esistenti. Erano previste eccezioni per enciclopedie collaborative, repertori scientifici ed educativi e piattaforme dedicate al software libero. Era una delle iniziative simbolicamente più forti della presidenza Macron sulla protezione dei minori online.

Poi, il 14 agosto, il Conseil constitutionnel ha fermato il meccanismo centrale. Non ha negato che proteggere i minori dai rischi digitali sia un obiettivo legittimo; ha ritenuto sproporzionato il modo scelto. Un divieto generalizzato avrebbe colpito indistintamente piattaforme molto diverse, ragazzi con differenti livelli di maturità e avrebbe richiesto sistemi di verifica dell’età capaci di incidere anche sulla privacy degli utenti adulti. L’Eliseo ha reagito immediatamente: Emmanuel Macron ha incaricato il governo di preparare un testo giuridicamente più robusto, compatibile con la decisione costituzionale e con il quadro europeo, mantenendo l’obiettivo di arrivare a una nuova disciplina entro la primavera del 2027.

La vicenda giuridica è interessante. Ma dal punto di vista della psicologia dei media lo è ancora di più il problema che ha costretto la politica francese a intervenire. Perché sarebbe ingenuo liquidare tutto dicendo che “anche noi guardavamo la televisione” oppure che ogni generazione ha avuto i propri allarmi morali. TikTok non è semplicemente una televisione più piccola. Instagram non è un album fotografico elettronico. Lo smartphone non è soltanto un telefono con molte funzioni. Siamo davanti a sistemi adattivi, capaci di osservare continuamente il comportamento dell’utente e di restituirgli una sequenza personalizzata di stimoli finalizzata, fra le altre cose, a mantenerne l’attenzione.

E l’attenzione non è un accessorio della persona. È la porta attraverso la quale passa quasi tutto il resto: apprendimento, memoria, discernimento, regolazione emotiva, capacità di aspettare, percezione di sé e rapporto con gli altri.

Qui bisogna però liberarci anche di molta psicologia da Instagram. Non è scientificamente serio raccontare che ogni volta che un adolescente riceve un like subisce una misteriosa “scarica di dopamina” che gli distrugge il cervello. La dopamina non è semplicemente “la sostanza del piacere” e nessuno studio serio autorizza le caricature secondo cui mezz’ora di TikTok trasformerebbe automaticamente un ragazzo in un tossicodipendente digitale. La questione è molto più sofisticata: riguarda apprendimento della ricompensa, attesa dell’imprevisto, pressione sociale, confronto con gli altri, salienza delle notifiche e possibilità praticamente infinita di incontrare un nuovo stimolo facendo scorrere il pollice di pochi millimetri.

È il principio dell’intermittenza ad essere potentissimo. Non ogni video ci interessa, non ogni notifica ci gratifica, non ogni fotografia ci sorprende. Proprio per questo continuiamo a cercare la prossima. Uno stimolo mediocre non chiude la sequenza: invita a scorrere ancora. La promessa è sempre dietro il prossimo movimento del dito.

Con gli adolescenti il problema diventa particolarmente delicato perché l’età evolutiva è una stagione nella quale appartenenza al gruppo, giudizio dei pari, confronto sociale e costruzione dell’identità acquistano un’intensità straordinaria. Uno studio su oltre 84.000 persone ha mostrato che il rapporto fra uso dei social e soddisfazione di vita non è uguale a tutte le età e ha individuato, pur con tutte le cautele proprie di dati osservazionali, particolari finestre di sensibilità durante l’adolescenza. Questo è anche uno dei motivi per cui stabilire semplicemente “15 anni” resta inevitabilmente convenzionale: non esiste un interruttore neurobiologico che scatta la notte del quindicesimo compleanno.

Ma esiste qualcosa che durante l’adolescenza diventa enormemente importante: lo sguardo dell’altro. Il “mi piace” non è soltanto un pixel. È una microinformazione sociale. Dice: ti ho visto, ti approvo, sei dentro. La sua assenza può essere interpretata, soprattutto da chi è più vulnerabile, come il contrario. Studi sperimentali hanno mostrato che la valutazione sociale online può aumentare stress, ansia e umore negativo e interferire persino con alcune prestazioni cognitive. Non significa che ogni adolescente subisca questi effetti, ma significa che l’ambiente digitale può toccare esattamente uno dei nervi più sensibili di quell’età: essere accolti oppure respinti.

E arriviamo al mattino.

Quanti di noi fanno questa sequenza senza quasi più accorgersene? Suona la sveglia. Si apre un occhio. Si spegne l’allarme. E prima ancora di mettere i piedi a terra si apre WhatsApp, poi Instagram, poi X, magari le notizie. Tecnicamente siamo svegli da novanta secondi e abbiamo già incontrato una guerra, il corpo perfetto di qualcuno in vacanza alle Maldive, una polemica politica, tre messaggi di lavoro, il compleanno dimenticato di un conoscente e un video di un gatto che cade da un armadio.

Poi diciamo che siamo stanchi.

Qui occorre distinguere la buona psicologia dalla mitologia digitale. Non possediamo prove solide per affermare che guardare Instagram nei primi cinque minuti dopo il risveglio “rovini il cervello”, né è corretto sostenere genericamente che provochi una pericolosa esplosione di cortisolo. Il cosiddetto cortisol awakening response è un normale fenomeno fisiologico associato al risveglio. Trasformarlo in una favola secondo cui “il telefono ti inonda di cortisolo appena sveglio” significa fare cattiva divulgazione.

Ma esiste un’altra ragione, psicologicamente più interessante, per evitare il social appena aperti gli occhi: stiamo cedendo a qualcun altro il diritto di stabilire l’agenda mentale della nostra giornata.

Prima ancora di chiederci come stiamo, che cosa dobbiamo fare, che tempo fa fuori dalla finestra, chi abbiamo accanto, quale pensiero ci accompagna dal sonno alla veglia, permettiamo a un algoritmo di scegliere il primo materiale emotivo e cognitivo della giornata.

È una forma quasi invisibile di eterodirezione dell’attenzione.

Non decido più io quale sarà il mio primo pensiero. Lo decide il feed.

E il feed non conosce il mio progetto della giornata. Conosce ciò che probabilmente mi farà rimanere davanti allo schermo.

La differenza è gigantesca.

Gli studi sperimentali sull’attenzione mostrano inoltre che persino una semplice notifica può interferire con la prestazione in un compito che richiede concentrazione, anche quando non prendiamo materialmente in mano il telefono. Non significa che una notifica ci renda stupidi; significa che ogni segnale socialmente rilevante reclama una piccola quota di elaborazione mentale.

Pensiamo allora al risveglio di un quattordicenne. Non incontra per prima cosa soltanto la propria stanza. Incontra immediatamente la classe, il gruppo WhatsApp, la ragazza che gli piace, quello più popolare di lui, l’influencer dal corpo irraggiungibile, la partita persa la sera prima, qualcuno che ha visualizzato senza rispondere. Il cortile della scuola entra nella camera da letto prima ancora che il ragazzo esca dalle coperte.

È una trasformazione antropologica enorme.

Per migliaia di anni esistevano luoghi e tempi nei quali la valutazione sociale cessava. Si tornava a casa. Si chiudeva una porta. La relazione con il gruppo dei pari veniva temporaneamente sospesa. Lo smartphone ha abolito quasi completamente quella frontiera. La classe continua nel letto. Il gruppo continua durante la cena. Il giudizio continua in vacanza. La possibilità di essere esclusi, ignorati, derisi o semplicemente dimenticati non chiude mai.

È ciò che potremmo chiamare permeabilità sociale permanente.

E se la mattina è il momento in cui consegniamo al mondo digitale il primo pensiero, la sera rischia di diventare quello in cui gli concediamo l’ultimo.

Qui le evidenze scientifiche sono più consistenti.

Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics, che ha osservato direttamente ragazzi fra 11 e 14 anni invece di limitarsi a chiedere loro quante ore pensassero di utilizzare lo smartphone, ha mostrato un dato molto interessante: non tutto lo “screen time” serale è uguale. L’uso di schermi nelle due ore precedenti il sonno non risultava automaticamente associato a un peggioramento di quasi tutti i parametri del sonno. Il problema diventava più evidente quando lo schermo entrava nel letto, soprattutto nelle attività interattive e nel multitasking: in quel caso era associato a una riduzione del tempo dormito.

Questo particolare cambia il discorso.

Non serve demonizzare ogni display dopo le otto di sera. Bisogna capire che cosa facciamo, dove lo facciamo e quanto quell’attività ci mantiene psicologicamente attivati.

Leggere due pagine tranquille su un e-reader non equivale a ricevere cinquanta commenti su TikTok. Guardare passivamente qualcosa non equivale a partecipare a una discussione. Controllare l’orario del treno non equivale a entrare in una sequenza di reel dalla quale non sappiamo quando usciremo.

Il social possiede almeno quattro caratteristiche che possono rendere particolarmente problematica la sua presenza nel letto. La prima è banalissima: ruba tempo al sonno. Il video successivo dura trenta secondi; poi altri trenta; poi altri venti. Nessun contenuto appare abbastanza lungo da giustificare la decisione di smettere, ma la somma diventa quaranta minuti.

La seconda è l’attivazione emotiva. Poco prima di dormire possiamo imbatterci in qualcosa che ci eccita, ci irrita, ci spaventa, ci fa sentire esclusi o ci costringe a rispondere. Il corpo è nel letto, ma psicologicamente siamo ancora nella piazza.

La terza è la vigilanza sociale. Il telefono sul comodino è una porta che potrebbe aprirsi in qualsiasi momento. Chi ha figli adolescenti conosce bene la frase: “Aspetto che mi risponda”. Ma quel messaggio può arrivare alle 23.10, alle 23.45 o alle 00.17. Finché potrebbe arrivare, una parte della mente resta disponibile.

La quarta è la perdita del rito di discesa. Il sonno non è un interruttore. È una transizione. Abbassiamo progressivamente il livello di attività, riduciamo gli stimoli, entriamo in uno spazio meno sociale e meno operativo. Il feed fa esattamente il contrario: ogni gesto promette novità.

Ecco perché trovo molto più utile parlare di igiene dell’attenzione che soltanto di “tempo davanti allo schermo”.

Possiamo mangiare cibo eccellente in quantità sbagliate e nel momento sbagliato. Lo stesso vale per l’informazione.

Un ragazzo può utilizzare magnificamente YouTube per imparare la fisica, WhatsApp per mantenere un’amicizia e Instagram per coltivare una passione artistica. I social possono offrire appartenenza, creatività, informazione, contatti e persino sostegno psicologico. La ricerca stessa ci impedisce di raccontarli semplicemente come veleno: gli effetti medi sul benessere sono spesso piccoli e molto variabili, e dipendono dall’età, dalla vulnerabilità individuale e soprattutto dal tipo di esperienza compiuta online.

Per questo la sentenza francese, paradossalmente, può obbligare la politica a fare una legge migliore.

Il rischio del divieto secco è trasformare una questione complessa in una soglia anagrafica: quattordici anni e 364 giorni, social cattivo; quindici anni e un giorno, social buono.

La psicologia non funziona così.

La domanda più intelligente è: quali caratteristiche delle piattaforme sono incompatibili con determinate fasi dello sviluppo?

Lo scroll infinito? Le notifiche notturne? La profilazione comportamentale? Le metriche pubbliche di popolarità? I sistemi di raccomandazione che possono accompagnare un adolescente sempre più in profondità dentro una determinata categoria di contenuti? La possibilità che un minore venga contattato da adulti sconosciuti? La pubblicità costruita sulle fragilità psicologiche? Sono queste le domande che una regolamentazione adulta dovrebbe porre.

Il Conseil constitutionnel ha detto in sostanza che non puoi trattare ogni piattaforma e ogni ragazzo allo stesso modo. È un’obiezione giuridica, ma contiene anche un’intuizione psicologica corretta: la vulnerabilità non è uniforme.

Questo, tuttavia, non assolve le piattaforme. Anzi.

Per troppo tempo abbiamo raccontato l’autocontrollo digitale come se fosse esclusivamente una responsabilità individuale. “Basta spegnere il telefono.” “Basta dire ai figli di non usarlo.” È una risposta comoda perché mette sullo stesso ring un adolescente e un’industria mondiale che possiede psicologi comportamentali, data scientist, miliardi di osservazioni sull’utilizzo e sistemi capaci di apprendere continuamente che cosa prolunga la permanenza di ogni singolo utente.

Non è una partita simmetrica.

Chiedere alle piattaforme di progettare ambienti più sicuri per i minori non significa negare la responsabilità educativa della famiglia. Significa riconoscere che anche l’architettura delle scelte educa.

Se la porta si chiude automaticamente dopo dieci minuti, produce un comportamento. Se il feed non finisce mai, ne produce un altro. Se le notifiche si spengono di notte per impostazione predefinita, si crea un ambiente. Se arrivano alle due del mattino, se ne crea un altro. La tecnologia non è neutrale nel momento in cui decide quale comportamento rendere facile e quale rendere difficile. E qui la Francia, pur inciampando nella Costituzione, ha aperto una questione che tutta l’Europa dovrà affrontare. Ma noi adulti faremmo bene a non aspettare la prossima legge francese. Possiamo cominciare da un gesto molto più piccolo.

Non lasciare che il telefono sia il buongiorno e la buonanotte della nostra coscienza.

La mattina concederci venti o trenta minuti nei quali il mondo non abbia ancora diritto di entrare: alzarsi, aprire una finestra, pregare per chi prega, fare colazione, parlare con qualcuno, leggere, camminare, semplicemente pensare.

E la sera restituire al letto la sua funzione originaria: non essere una succursale di TikTok, del telegiornale, dell’ufficio o della piazza digitale.

Non perché il telefono sia il demonio. Ma perché esistono momenti nei quali l’essere umano dovrebbe potersi sottrarre alla reperibilità.

È forse questo il vero diritto digitale che ancora non abbiamo imparato a rivendicare: il diritto a non essere raggiunti.

A non essere valutati. A non essere notificati. A non sapere immediatamente che cosa è successo. A lasciare che una domanda rimanga senza risposta fino a domani. A essere, per qualche ora, soltanto presenti nel luogo in cui siamo.

La Francia voleva proteggere gli under 15 con una barriera legislativa. I giudici le hanno detto di riscriverla. Probabilmente è giusto che una limitazione così importante debba superare un test severo di proporzionalità, privacy e libertà di espressione. Ma sarebbe un errore colossale interpretare la censura costituzionale come una certificazione d’innocenza dei social.

La legge è caduta. Il problema no. E forse il punto più importante non riguarda neppure i quattordicenni. Riguarda noi.

Perché se un adulto di cinquanta, sessanta o settant’anni non riesce più a svegliarsi senza controllare le notifiche e ad addormentarsi senza scorrere un feed, con quale credibilità può spiegare a un ragazzo di quattordici anni che deve imparare a dominare il proprio telefono?

L’educazione digitale comincia molto prima del parental control. Comincia dal comodino.

Il divieto francese dei social agli under 15, approvato dal Parlamento il 21 luglio e destinato a entrare in vigore il 1° settembre, è stato censurato il 14 agosto dal Conseil constitutionnel. Macron annuncia un nuovo testo entro la primavera 2027. Ma la psicologia dei media suggerisce che il problema non si risolve contando soltanto le ore online: contano l’età, il tipo di piattaforma, la vulnerabilità individuale e soprattutto il momento dell’uso. Quando il feed diventa il primo incontro del mattino e l’ultima presenza della notte, non stiamo più semplicemente utilizzando uno strumento. Stiamo permettendo all’economia dell’attenzione di occupare due delle frontiere più intime della nostra giornata.